Quali bottiglie (vuote) tenete in bella mostra in cucina? È il momento di confessare

Quali bottiglie (vuote) tenete in bella mostra in cucina? È il momento di confessare

di Alessandro Morichetti

L’unica pratica di interior design nella quale mi diletto con profitto non è codificata dalla manualistica di settore per cui la chiameremo “impilare bottiglie vuote nella parte più alta della cucina” e non c’è un motivo specifico se non colorare interni, ricordare momenti speciali o inviare un messaggio a chi viene a trovarci. Nella casa a Civitanova la rotazione è ormai stanca perché ci passo poche settimane l’anno ma il meglio sta laggiù per motivi di spazio e di storia.

Qui nella mia deliziosa residenza albese a una piazza e mezza ho appena ieri terminato di sistemare una piccola lineup di 7 etichette che dicono qualcosa di me quindi mi sembra giusto condividerle con voi.

– Valpolicella Classico Superiore 2013, Monte dei Ragni
Etichetta che dal punto di vista del trsporto emotivo e della sudditanza psicologica metto accanto a poche altre, tipo Gravner. Zeno Zignoli grande minuscola anima della Valpolicella. Sono riuscito a prendere poche bottiglie per l’enoteca a fine 2017 e si sono volatilizzate perché il nome è forte, molto forte. Il vino invece ha 15 gradi e una piacevolezza smisurata di frutta matura e spezie e cioccolato. Lo adoro in generale e l’ho adorato nello specifico. Me ne sono tenute due per ricordo (piene).

– Verdicchio di Matelica “d’antàn” 2015, Cavalieri
Preso anch’esso per l’enoteca ed entrato di diritto tra le bottiglie di riferimento di tutto l’anno. Perché viene dalle mie parti, perché Matelica è ancor più ignota di Jesi come denominazione, e perché semplicemente un vino così suona l’arpa e devi saperci appoggiare l’orecchio per distinguere la melodia. Artigianale, torbido per scelta, inizialmente tra il compresso e l’inespressivo, si apre con un incedere solenne che conduce agli odori più classici del Grande Verdicchio. Vino che mi sono divertito a bere con diverse persone alla cieca mettendogli accanto anche mostri sacri come il Trebbiano 2013 di Valentini, un altro vino della madonna. Ebbene, d’antàn 2015 è sempre uscito a testa alta, e mi dispiace solo di non avere né testa né voglia né indole per accantonarne un po’ di bottiglie da bere tra 10 o 15 anni. Pazienza, intanto mi sono pure comprato qualche magnum.

– Barolo Riserva Falletto 2011 Vigneto Le Rocche, Az Agr. Falletto
Di questo vino basti sapere che è stato servito alla cieca in un meraviglioso pranzo torinese luculliano chez Alessandro Vaudagna. Arriva dopo una batteria mostruosa di Rouchottes-Chambertin 2008 da infarto. Viene servito e il mio commensale di destra, Fabio Alessandria aka G.B. Burlotto, fa quel classico sospiro a voce alta del langhetto che dopo tanto ben di dio straniero sente profumi di casa, più specificamente di nebbiolo. Pur non essendo un abile riconoscitore, mi mentalizzo sulla regione e individuo odori a me noti, chiari, poi esclamo: “Questo profuma come certi vini di Dante Scaglione, tipo un’Etichetta Rossa di Giacosa”. Il padrone di casa abbassa lo sguardo per non tradirsi, gli altri mi guardano con gli occhi un po’ sgranati. Poi l’etichetta viene scoperta e niente, avete presente la sensazione di prestanza fisica mostrata da Rocco Siffredi nel video con due gemelle bionde (in realtà la performance ha diversi titoli e a dirla tutta non credo siano gemelle): ecco, quella roba lì.

– Chablis Premier Cru Montée de Tonnerre 2001, Raveneau
Dunque, abbiamo questo amico sardo che ogni tanto compare in Langa per godere come un riccio e noi gli facciamo assistenza tecnica. Enrico Melis di vino ci capisce e per terminare al meglio un pomeriggio intenso di assaggi a Barbaresco aveva pensato a questa bottiglia. Io ero all’ottavo giorno di un wellness feroce ma certi sgarri meritano decisamente. Prima di cena, a forza di sbevazzare Rabajà misti, ero già bello pieno e stanco, però il bello di certe magnifiche bottiglie è che sanno premere il tasto Reset in qualsiasi situazione. I ratings vari da 91/100 sono abbastanza sterili al riguardo. Bottiglia dalla fragranza sconvolgente, dal colore vergognosamente giovane e brillante. Il tempo di versarla, di verificarne una gamma di aromi inconfondibilmente chablisienne, e un largo sorso, e due sorsi. E niente, il grande vino dimostra la proporzionalità inversa tra costo della bottiglia e durata nel tempo del piacere. Produttore super top di Chablis, 1er cru esteso, piacevolezza sconfinata alla faccia dell’ossidazione precoce. Una quantità di anni indefinita davanti, noi ci siamo accontentati di 10 minuti netti o forse meno.

– Fiano di Avellino 2013, Colli di Lapio
Un 2012 della stessa azienda bevuto sotto Natale accanto ad un medio Puligny-Montrachet 1er cru di produttore blasonato si è comportato esattamente come il Bud Spencer dei tempi d’oro: lo ha preso a schiaffi. Questo non è da meno e quel debordante carattere fumé dalla muscolatura allenata e ben definita del Fiano irpino esce fuori in tutta la sua meravigliosità. Ha materia, classe, identità riconoscibile e piacevolezza potente, dall’inizio dell’annusata alla fine del sorso. Al Vinitaly non vedo l’ora di andare al banchetto perché qui signori si vola troppo altro per rimanere indifferenti.

– Beerbrugna, Loverbeer
Se un vostro amico dice male della buona birra italiana, mandatelo a quel paese. Se rivendica il piacere del gusto avariato di certe porcherie disimpegnate da un’euro, mandatelo a quel paese. Una birra semplicemente eccezionale, a prova di scemo, una birra abbastanza unica e riconoscibile nel suo genere nonché prodotta da un minuscolo fautore della grandissima qualità italiana. Prodotti così non devono chiedere il permesso su nessuna tavola mondiale, e se permettete della cosa dovremmo essere tutti orgogliosi. La scheda sotto è da Fermento Birra.

Tra i “profeti” del gusto acido (in Italia un pioniere e un vero e proprio alfiere, ma con un ruolo ben consolidato e riconosciuto sull’intero scenario internazionale), il marchio di Marentino (Torino), trova proprio nella BeerBrugna una delle sue espressioni attorno alle quali si raccolgono consensi più unanimi ed entusiasti. Il copione produttivo stabilisce che a una prima fase di elaborazione (con inoculo sul mosto di batteri lattici e lieviti, tra i quali ceppi selvatici, e maturazione in barrique per 12 mesi), segua l’entrata in scena di un corposo aggiuntivo a base di Ramassin (cultivar di susina damaschina tipico della Valle Bronda, dai profumi particolarmente intensi), i cui zuccheri e la cui microflora nativa innescano una seconda fermentazione su piste chiaramente “wild”. La BeerBrugna presenta un accattivante color melograno, densamente velato e incorniciato da schiume sottili, rapide nello sciogliersi; e diffonde aromi netti di frutta rossa, brettato, cantina e balsamico. Architetture che preludono, tenendovi fede, a un impianto gustativo-palatale ugualmente “funky”, nel quale l’incisiva citricità trova bilanciamento in vari elementi di controcanto, tra i quali, da non trascurare, i 7 gradi alcolici.

– Tibir 2017, Montegioco
Altro birrificio piemontese di vero culto, che produce poco e vende tutto, a tanto e pure molto bene, meritandosi il rispetto di chiunque. Me la servono e, per non saper né leggere né scrivere di fronte al per me anonimo liquido, penso a voce alta: “Ma sai che ha dei ricordi vinosi al naso?”. E il mio interlocutore: “Certo, c’è mosto di timorasso”. Bòn, ormai dico robe intelligenti alla cieca su qualsiasi roba e tanto basta. Non la mia preferita di Montegioco, il cui ricordo di una Quarta Runa è piantato nella memoria, ma il monito fermo di andare quanto prima al birrificio per fare una spesa molto seria. Sarà il premio al raggiungimento del peso auspicato (110 kg), promesso.

Venendo ai pochi superstiti della lettura, direi che condividere i vostri vuoti nobili in cucina a questo punto sarebbe il minimo.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

5 Commenti

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Luca Miraglia

circa 9 mesi fa - Link

Magari non ci fosse stato quel tubo di caldaia, di bottiglie ne entrava qualcuna in più...
Io, quelle del cuore, alcune impolverate dagli anni ma ancora vive di ricordi, le conservo in alto sulla libreria nel mio piccolo studio-rifugio, ad un passo da Fenoglio, Guccini e Chatwin; ma lo devono davvero avere meritato, quel posto, e continuare quotidianamente a farlo.
E allora:
un pokerissimo del 1985, regalatomi tanti anni fa da qualcuno in vena di stupirmi: Cheval Blanc, Margaux, Ausone, Petrus e Mouton Rothschild; Pergole Torte 1982, Martingana 1989 di Salvatore Murana (comprato direttamente da lui quando non era ancora distribuito ed il "commerciale" lo curava sua moglie!); Sassicaia 1990; Barolo Brunate-Le Coste 2008 di Beppe Rinaldi.
Gran bei ricordi e gran bel bere!

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vinogodi

circa 9 mesi fa - Link

... solo bottiglie evocative , pochissime. Le bottiglie vuote sono solitamente il trofeo che gli amici si portano a casa come ricordo degli incontri enoici, che sonosempre incontro di passione smisurata per il vino. Sullo scaffale solo 5 vini : Cuvée Catheline Chave 1995 , Réserve Speciale 1998 Bonneau, Monfortino 1924 (prima annata prodotta) , Riserva Biondi Santi 1898 , Chateau Latour 1863 ...

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Fabio

circa 9 mesi fa - Link

Il davanzalino del salone del mio appartamento e' spesso quanto una bottiglia. Perfettamente combaciano i bordi (tranne che per la borgognotta pesantona, che sporge e urta la tenda). Tra i tanti, i favoriti:
Agrapart 'Terroirs':
senza memoria della sboccatura, aperto a Natale mentre si facevano i vincisgrassi con la moglie. Superbo.
Moreau Naudet Chablis 15:
una bomba ad orologeria. Fiori e miele, melona golden e palato tessito. Un capolavoro che non si ripetera'.
Pradarolo Vej Bianco 06: era l'ultima bottiglia in giro a Sydney, diretta dall'importatore; agrumi e spezie, tannini da brivido. Emilia, Sicilia, Tel Aviv, Georgia.
Monprivato 09: un vino in limbo, un trentenne in carriera, timido e competente, un mediano agile; bottiglia del cuore.
Ch. Simone 11: primo incontro con Palette, importo diretto, aperto da due giorni; eleganza terrestre, un piacere sconosciuto, ora fa da vaso da fiori.
Mt Pleasant Rosehill Shiraz 14: vigneto del '65, piantato da O'Shea nella Hunter. E' la bottiglia del matrimonio e di ogni sua ricorrenza; caro come una cru Borgogna.
Per me designa il new world terroir; immigrazione, lavoro, innovazione, perdita e recupero.

Mo' basta pero'

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Lanegano

circa 9 mesi fa - Link

Libreria nello studio : Vina Tondonia Blanco Gran Reserva 1994, Barolo Piè Franco Cappellano 2004 Magnum, Radikon Oslavje Riserva Ivana 1997, Chateau Margaux 1996. Non le tengo tutte senno' dovrei affittare un hangar.........

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Luca

circa 9 mesi fa - Link

Molte bottiglie che non hanno ( o meglio... non avevano) grande valore commerciale ma che hanno grandissimo valore sentimentale per me e la mia compagna in quanto ci ricordano eventi particolari legati a viaggi e vacanze o alla nascita dei figli.
Ma in particolare sei bottiglie di Brunello di Montalcino 1997 con etichetta disegnata da Botero e vendute "en primeur" dal Cosorzio per raccogliere soldi per le popolazioni terremotate di quell'anno.

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