Portare il Tavernello alla Fiera dei Vini Veri per vedere l’effetto che fa. Perché lo fa, eh

Portare il Tavernello alla Fiera dei Vini Veri per vedere l’effetto che fa. Perché lo fa, eh

di Alessandro Morichetti

Sabato 6 aprile, Cerea. Sono appena entrato alla manifestazione dei Vini Veri e mi avvicino al banchetto di un produttore di Barolo che conosco. Alla cieca, mi serve un vino da sotto al tavolo e qui inizia la riflessione che caratterizzerà i miei 4 giorni di fiere. “Buon profumino, diretto e nitido, molto scorrevole, sorso leggero, finale sottilmente tannico. Si beve bene, lo comprerei. Potrebbe essere un Bourgogne base”. Il produttore sorride, mi fa vedere di cosa si tratta e io dissimulo astutamente ogni forma di sofferenza interiore, voglia di autoflagellazione e istinto suicida. Faccio buon viso a cattivo gioco e mi ergo immediatamente a sociologo della fruizione. Allungo il bicchiere, mi faccio versare una bella quantità e poi parto deciso in spedizione col mio campione di assaggio alla cieca che più cieca non si puo’.

Non metterò in difficoltà le persone incontrate sul cammino, non sarebbe giusto: Christian Bucci, Gianpi Giacobbo, Fabio Cagnetti, Maurizio Valeriani e altri che ora dimentico, hanno tutti una reputazione da difendere. E tutti, dico TUTTI, trovano nel mio bicchiere un qualche elemento di interesse, così come qualcosa che manca: chi un po’ di odore, chi il corpo, chi profondità. Solite speculazioni fra strippati, insomma. I giudizi, nella media, si attestano in un range quantificabile intorno ai 78-80 punti. Contemporaneamente, da furbo qual sono, faccio assaggiare il “mio” vino anche a un tot di produttori veri, artigiani, quelli che l’industria la riconoscono a occhi chiusi e narici turate. Idem con patate: tutti trovano qualche elemento di sincera piacevolezza e qualche assenza, ma nessuno usa vocaboli tipo: “chimico”, “industriale”, “falso”, “banale”, “omologato”. Nessuno.

Ebbene. Passa la giornata di assaggi e alla fine torno dal produttore di Barolo, incredulo. O c’è qualcosa che non torna, o siamo tutti rincoglioniti, o abbiamo schemi in testa che andrebbero registrati. Perché da un certo punto in poi ho iniziato a pensare che quel vino non fosse quel che mi era stato detto ma solo un abile gioco di travasi. Il produttore di Barolo, effettivamente, è un burlone e da lui me lo aspetterei pure. Cambiare le carte per vedere l’effetto che fa. No, niente.

Alle 17:45 arriva, senza appello, il responso. Ho effettivamente portato a spasso per la fiera di Cerea un bicchiere di Tavernello Rosso, quello dei brik da litro. Ebbene: ci fosse uno che se n’è accorto. Non dico tanti, dico uno, produttore o assaggiatore. Il produttore è sconvolto quanto me, non si aspettava un responso simile. Sono un mediocre degustatore alla cieca ma, solitamente, dopo aver visto l’etichetta, divento intelligente e arguto anche io. Diffido da sempre di quelli – e sono tanti, troppi – che nelle note di degustazione distinguono nitidamente il 70-30 di pinot e chardonnay in uno Champagne, la marna-kimmeridgiana dal calcareo-portlandiano in uno Chablis e l’evidente fragrante durezza di un giovane Barolo di Serralunga. Diffido di quelli che, a etichetta scoperta, scrivono minchiate che non penserebbero neanche ad etichetta coperta. Vade retro. E’ una questione di ecologia mentale.

Insomma, se un Tavernello Rosso qualsiasi lascia tutti con un palmo di naso, è proprio un bel problema.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

160 Commenti

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Max Cochetti

circa 8 anni fa - Link

Ormai saranno 6 o 7 anni che infiliamo il tavernello alla cieca ai corsi base. I primi anni i giudizi erano veramente pessimi. Negli ultimi due in deciso rialzo. Ma c'è sempre qualche neofita, che libero da preconcetti, dice che è proprio orribile ;)

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Francesco Cannizzaro

circa 8 anni fa - Link

Sarebbe interessante scoprire se lo stesso neofita diventa, col tempo, un eccellente degustatore :-)

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william

circa 9 mesi fa - Link

In thaylandia nel 2005 circa un italiano ha portato un container di tavernello per cercare di venderlo , ma senza successo . Ad un certo punto non avendo venduto una confezione (12 litri) lo ha regalato agli amici e conoscenti . Mi hanno chiesto se ne volevo un cartone anch'io ed io gli ho risposto di darmene uno di tavernello bianco che anche se non di ottima qualita' lo avrei usato a far da mangiare. Aperta una confezione ed assaggiata, abbiamo versato tutti i cartoni nel lavndino forse non era il caso di rovinare le pietanze. fatto reale accaduto con testimoni .

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alessandro

circa 8 anni fa - Link

Articolo interessante. E non stento a credere a cio' che hai scritto. Non so pero' se c è piu da ridere o da piangere :-I

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enrico

circa 8 anni fa - Link

Il produttore di barolo è un genio e chi ha scritto questo articolo ha tutta la mia stima.. dovrebbero leggerlo tutti quei caproni che a cerea girovagavano con aria competente chiedendo se l'anfora fosse spagnola o georgiana. ma che [bip] dite?!!! Credo che nel vino si siano raggiunti gli estremi per l'applicazione dell'art 643 del codice penale. libera nos a malo. [il suo commento era finito in moderazione perche' ha detto la parolina del gatto. Ci perdoni, abbiamo una versione di Wordpress boy-scout. F.]

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luigi fracchia

circa 8 anni fa - Link

Sai che il tuo esperimento ha scarso valore scientifico perchè eri in un contesto di alta qualità dei vini (nessuno si aspetta che gli venga proposto una bibita) e poi eri tu a proporre l'assaggio e malgrado io non capisca come mai tu hai una reputazione molto alta e quindi, nessuno si aspettava una bufala. Però bisogna pensarci su lo stesso.

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enrico

circa 8 anni fa - Link

Il produttore di barolo è un genio e chi ha scritto questo articolo ha tutta la mia stima.. dovrebbero leggerlo tutti coloro che a cerea girovagavano con aria competente chiedendo se l’anfora fosse spagnola o georgiana. imparate a bere e imparate a fare i vini più buoni del tavernello! libera nos a malo.

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graziano

circa 6 anni fa - Link

anche per me il produttore di barolo è un genio e chi ha scritto l'articolo ha fatto bene, invece non concordo con L. F. proprio perché era in quel contesto dovevano essere più attenti e in guardia, questo conferma che vi preparate all'evento e non ai prodotti. PS. non penso abbia voluto fare un esperimento scientifico. grazie per averlo fatto.

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Andrea

circa 8 anni fa - Link

Al contrario, ha dimostrato ampiamente che il contesto conta più dell'effettiva analisi organolettica nella valutazione organolettica nel vino. A me sembra scientificamente ineccepibile. Non era una bufala. Era vino, assaggiato in quello che in gergo noi ricercatori definiamo "in singolo cieco", ma non avendo dato indicazioni che portassero a pregiudizi, al momento della somministrazione, vale quasi quanto un "doppio cieco".

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Adriano Aiello

circa 8 anni fa - Link

Per fortuna che non c'ero!:) Cmq dovresti inoltrare il post alle riviste di psicologia sociale: potrebbe essere un ottimo esempio di acquiescenza da contesto

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Alessandro Bandini

circa 8 anni fa - Link

Corso AIS Roma 2004, più o meno, stesso vino in degustazione coperta: il docente, non ricordo di preciso chi, chiama "alla lavagna" il sapientone della scolaresca. Il risultato è un'ode sperticata con tanto di 92 finale, un'eccellenza (alla Formigoni). Mi ricordo qualcuno che azzarda "è un pinot nero" e il mio 77 generoso.

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Gianluca Zucco

circa 8 anni fa - Link

Idem 7 anni dopo, con la differenza che la docente si è limitata ad un sondaggio per alzata di mano, nel quale il grosso si è distribuito nelle fasce di punti 81-85 e 86-90 (la "maggioranza"), con rare eccezioni sotto gli 80, così come sopra i 90. Difficile dimenticare i mugugni sdegnati di alcuni "compagni di banco", dinanzi al mio voto under 80, così come le mie risate a crepapelle quando fu svelato l'inganno! Ricordo l'uscita di scuola di quella sera come la più mesta e veloce di tutto il corso in assoluto ...

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Lorenzo

circa 8 anni fa - Link

Stesso anno, stesso corso Ais, turno serale, degustazione alla cieca del vino Rosso, Daniela Scrobogna era la docente. Degustammo, alla cieca, Tavernello Rosso, che portò a casa la media del 70. Il prodotto è quello, vino pastorizzato, non ha questi gran slanci organolettici, per il resto, è tecnicamente perfetto.

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vincenz

circa 8 anni fa - Link

Complimenti.Un articolo da meditazione.

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bruno

circa 8 anni fa - Link

Vi posso raccontare un episodio simile che la dice lunga sulle degustazioni alla cieca. Anni fa ero alla guida di un azienda (che praticava agricoltura ed enologia convenzionale) alla disperata ricerca di un partner commerciale e il proprietario dell'azienda, imprenditore con mille conoscenze, non so come riuscì a trascinare in cantina i guru del bioqualchecosa ( non posso e non voglio fare nomi ) tre persone ed una specie di uomo del monte che io conoscevo benissimo per aver fatto i primi Vinitaly insieme. Quando ci incontrammo l'uomo del monte mi disse : ......ma tu lavori sempre con Pinco (enologo) ? Alla mia risposta affermativa uno degli altri tre sentendo il nome del famoso enologo mi guardò e disse : ....ahi, ahi quello fa vini tutti uguali ! E questo prima ancora di assaggiare i vini ! Con me c'era un giovane enologo che di lì a breve mi avrebbe sostituito alla guida dell'azienda. Parte la degustazione dei vini fatti dal sottoscritto secondo le sue regole, utilizzo di lieviti indigeni, poche solfitazioni, poche filtrazioni e in alcuni casi neanche quelle, men che mai chiarifiche. Vini che non avendo uno sbocco commerciale immediato alla lunga potevano avere dei problemi di depositi, di riduzione, etc.,etc., Il responso fu vini troppo perfetti derivati da uve troppo "assistite". Al che uno dei tre pensando erroneamente che il giovane enologo avesse sostituito in tutto e per il "famoso" enologo che fa vini tutti uguali, gli chiese : "fammi assaggiare i vini che hai fatto te". Premetto che il sottoscritto visto che il primo commerciale che avevamo trovato si era lamentato che i vini facevano troppo fondo ed erano troppo "spessi", aveva autorizzato il giovane enologo a pratiche enologiche "più spinte" del tipo filtrazioni più strette, chiarifiche, stabilizzazioni a freddo etc., etc.,. pur rimanedo le pratiche agricole IMMUTATE. Per farla breve il responso fu che quei vini erano vivi, che si sentiva che le uve "avevano visto la luce..." e giù fare elogi nella convinzione che il famoso enologo non avesse avuto nulla a che fare con quei vini e che anche l'agronomo che di solito lo affiancava non avesse, anche lui, più nulla a che fare con i vigneti, e questo prima che io riuscissi a dir loro che non era cambiato niente se non le pratiche enologiche....!? Io ed il giovane enologo ci guardammo negli occhi senza dire nulla e dopo i commenti di rito e le solite frasi banali sul bioqualchecosa ci congedammo salutando con grande costernazione il ghota del ................... !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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A.F.I.

circa 8 anni fa - Link

Bravo Morichetti ho sentito qualcosa ma pensavo fosse leggenda invece eri tu che hai combinato tutto sto casino. Per questo motivo i degustatori guidaroli Rizzari, Gariglio e la triade del Gambero Business Ltd, degustano ad etichette scoperte. Già non ci capiscono con le etichette scoperte figurati blindate...o forse ci capiscono bene ma....l'editore impone! Bravo Alessandro Morichettone, perche' intravinus non organizza corsi di degustazione alla cieca?

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Giancarlo Gariglio

circa 8 anni fa - Link

Caro il mio A.F.I. io degusto alla cieca quando lavoro alla guida, questo è certo se vuoi tu invito ad assistere alle degustazioni, così magari impari anche qualcosa. Piccolo problema per te, dovrai buttare giù la maschera e far vedere chi veramente sei... A me l'editore non impone proprio nulla, se invece hai esempi concreti e nomi da tirare in ballo falli, sono curioso di sentirli, giuro e stragiuro che io non querelo nessuno 8non ho i soldi da spendere per un avvocato :). Non ne ho bisogno, ho le spalle larghe e sono convinto della bontà del mio lavoro. Sono aperto a un confronto franco, con tanto di nomi.

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A.F.I.

circa 8 anni fa - Link

Ricordi in redazione alla riunione per la realizzazione della penultima edizione? Hai avuto uno scontro durissimo con Carlo Petrini. Chi ha vinto alla fine? Giancarlo sei libero sino ad un certo punto. Si vede bene leggendola slowine, non è molto diversa nei vini premiati al gambero. dove sta allora la filosofia slow? non si vede. PSquando smetterai di essere troppo palato cunese dipendente degusterai con me. lo hai fatto comunque ;-)

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Giancarlo Gariglio

circa 8 anni fa - Link

Ma che cavolo scrivi? Alle riunioni di redazione di Slow Wine Carlo Petrini non partecipa e non ha mai partecipato. Non perché non lo vogliamo, ma perché ha cose più importanti a cui star dietro. Questo è poco ma sicuro. Io con lui non ho mai avuto scontri e meno che mai durissimi. L'unica cosa che ci ha chiesto è di essere più chiari possibile sul criterio di assegnazione delle Chiocciole e di non privilegiare la poesia rispetto alla chiara percezione del lavoro dei vignaioli. Sono contento che abbiamo degustato insieme e allora sai benissimo che facciamo tutto alla cieca, se affermi di aver assaggiato con me e poi dici che le nostre modalità sono differenti sei chiaramente un bugiardo. Continui a non fare nomi, sparando nella mischia con la solita frase siete tutti uguali! balle se vuoi ti faccio almeno 30 nomi di aziende che noi non premiamo e il gambero si e sarà chiaro a tutti dove sta la differenza. Comincia a entrare nel merito, invece di fare il qualunquista nascosto dietro l'anonimato. Infine, non ho per nulla un palato cuneese. Ho sposato una chiantigiana, questo dovrebbe bastare. :)

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francesca ciancio

circa 8 anni fa - Link

la triade del gambero degusta a etichette coperte

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carlo piasentin

circa 8 anni fa - Link

nessuno che possa pensare che il Tavernello sia fatto bene? bene, dico, almeno tanto quanto molti altri vini che producono cantine di ogni blasone? bene, dico, da piacere a molte persone e da venderne un fottìo? e poi le uve dovranno pur prenderle da qualche parte...

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A.F.I.

circa 8 anni fa - Link

Ecco questa robbetta qui volevo scrivere anche io poi la voglia di dire quel che penso su Strizzari e compagni.... Il Tavernello signori e signori è fatto benissimo, molto meglio di tante schifezze convenzionali e naturali. Tanti vini dal Friuli alla Sicilia che paghiamo soldoni : vedi Planeta ad esempio dovrebbero costare molto meno...perché non è che il tavernello costa poco sono gli altri che costano spropositatamente di piu' e ti raccontano la storiella della qualità che non c'è. Tavernello viene fatto allo stesso modo di tanti supertuscan. Siccome Rizzari è amico mio e ci voglio bene, sii più garbato. E' un mondo ingiusto? Sì. Eddai. [F.]

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A.F.I.

circa 8 anni fa - Link

F. chi? Chi sei? hai ragione devo essere piu' garbato ma nei confronti di chiunque non solo degli amici tuoi. Io sarò garbato, promesso :-) ma sempre molto duro molto duro, diro' quello che tanti hanno voglia di dire ma non si posso permettere. Tu pero' signor F. ti supplico garantisci la liberta' d'oponione. A.F.I. PS Begli amici hai :-)

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Fiorenzo Sartore

circa 8 anni fa - Link

Effe sta per Fiorenzo (Sartore). Che sono io, il ragazzo delle pulizie, qui. Tu invece sei? E' interessante il fenomeno di un commentatore (legittimamente) anonimo che mi chiede di qualificarmi. Ecco fatto. "Garantisco" libertà di opinione nei limiti del buon gusto, e, purtroppo, ammetto, tali limiti sono più chiari quando si tratta di persone che conosco e stimo. Nuovamente, si tratta di un mondo imperfetto, spero vorrai perdonarmi. Buona permanenza su Intra, nel frattempo.

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Rossano Ferrazzano

circa 8 anni fa - Link

Tavernello costa quello che costa perché è fatto come è fatto. Un vino prodotto da vigne con rese più basse, su scala (e relative diseconomie) enormemente minore, con tecniche e cure assai diverse non può assolutamente costare come un vino in brick prodotto in volumi capaci di riempire la Basilica di San Pietro. Di più, il prezzo del vino non è legato al costo sostenuto per produrlo, ma alla sua qualità. Un vino molto costoso da produrre può non valere nemmeno la metà del prezzo di vendita operatore senza IVA, come i vini più cari del pianeta, Romanée-Conti e Petrus, non costano a produrli più di tanti altri vini che vengono venduti a 15-20 € sugli scaffali delle enoteche di tutto il mondo. Il che non dimostra che la qualità non c'è, ma l'esatto contrario. Certo bisogna prima intendersi su una distinzione essenziale, c'è chi considera il vino una commodity, come è il Tavernello, e si aspetta solo un certo tipo di caratteristiche. C'è chi considera il vino un prodotto di valenza anche culturale, come è ad esempio il vino "di territorio", e si aspetta caratteristiche molto diverse, che vengono fruite (quindi valorizzate nel prezzo di acquisto) con lo stesso approccio con cui si vede un film, si ascolta una canzone, si sceglie un abito. C'è poi chi considera il vino un prodotto di lusso, come è il vino "di brand", e si aspetta che la gente intorno a lui dimostri di sapere che si tratta di bottiglie famose e costose.

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Nic Marsél

circa 8 anni fa - Link

Rossano, concordo con te ma (purtroppo per me) le canzoni hanno tutte lo stesso prezzo di mercato indipendentemente dalla loro qualità.

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Rossano Ferrazzano

circa 8 anni fa - Link

Questo dipende dal fatto che le canzoni che vengono considerate migliori possono essere prodotte in quanti pezzi si vuole, garantendo così la giusta remunerazione al cantante più bravo. Nel vino invece è legge pressoché universale che al crescere della qualità la quantità sia non necessariamente piccola, ma limitata. Quindi scarsa, per cui non potendo aumentare la quantità, si deve aumentare il prezzo.

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Nic Marsél

circa 8 anni fa - Link

Parti dal presupposto che è il successo di pubblico a determinare la qualità...

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Rossano Ferrazzano

circa 8 anni fa - Link

qualità percepita, quella che influenza le vendite ed il prezzo se vogliamo parlare di qualità secondo misura critica e/o privata (quella che per il mio sentire conta) dobbiamo allora/però smettere radicalmente di parlare di prezzi, o di altre quantità a scopo di misura

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Francesco Cannizzaro

circa 8 anni fa - Link

Gentile Rossano, lei afferma che il prezzo di un vino è legato alla qualità dello stesso e non ai costi sostenuti per produrlo. Allora mi chiedo qual è il metro della qualità e chi lo possiede, perché ancorché soggettivamente, mi capita sovente (per fortuna) di bere vini che allo scaffale costano cinque o dieci euro e risultano di gran lunga più gradevoli di altri prodotti decisamente più cari. La sua affermazione tuttavia mi fa propendere per una soluzione salomonica: il prezzo di un vino potrebbe dipendere da entrambi fattori, combinati tra loro (costo e qualità)?

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mc100

circa 8 anni fa - Link

E' ovvio che il prezzo di un vino (come di ogni altro bene in vendita) sia determinato solo parzialmente dai costi di produzione, e ancor meno dalla sua qualità; la formazione del prezzo è, banalmente, l'incontro tra domanda e offerta.

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GianMarco Viano

circa 8 anni fa - Link

Non facciamo disinformazione... affermare (esempio ) che un vino fatto con un ettaro di vigna coltivata in maniera non convenzionale, abbia lo stesso costo a bottiglia di un vino fatto in 40000 pezzi da uve convenzionali, è una follia. Non si può affermare che i costi per produrre i due vini siano gli stessi.

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sabri

circa 8 anni fa - Link

per la mia opinione, questa è una provocazione che aiuta, ad avvicinarsi alla verità, a stare un po' tutti tranquilli, a pontificare meno... ah.. relativamente al commento qui sopra, non è vero che le commissioni degustano ad etichetta scoperta. Le vedo tutti gli anni, da circa 12, a volte ho la fortuna di potervi anche partecipare.

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A.F.I.

circa 8 anni fa - Link

Non è vero? Ti assicuro che Fabrio Rizzari, Gariglio e Sabellico degustano in finale moltissime volte senza blindare l'etichetta. Sai quante volte alle finale tre bicchieri o espresso si accorgono che manca qualche bottiglia di qualche produttore e la fanno inviare espresso? Tu sabri forse parli delle degustazioni per plebei quelle iniziali regionali. Alle finali cambia tutto.

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Giancarlo Gariglio

circa 8 anni fa - Link

Ripeto, io degusto alla cieca, anche se non sono un difensore talebano della cieca. Diciamo che è il metro migliore per non farsi ingannare dai preconcetti. Trovo che la degustazione alla cieca alla fine aiuti molto a sviluppare le percezioni olfattive e gustative. Però non è un totem a cui inchinarci. Il nostro lavoro è fatto da tanto altro. la prima cosa che ci può aiutare è l'umiltà e la curiosità, condita dal dubbio. Le sicurezze granitiche e la superbia non fanno di noi dei bravi degustatori, e forse nemmeno delle persone simpatiche e a modo.

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Alessandro Morichetti

circa 8 anni fa - Link

Caro A.F.I., al prossimo messaggio trasversale finisci in moderazione perenne. Se hai qualcosa da dire a qualcuno chiamalo al cellulare. E con i commenti a questo post per oggi hai già dato ampiamente. [ale]

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Giancarlo Gariglio

circa 8 anni fa - Link

Ringrazio Alessandro, ma come ho detto non ho bisogno di avvocati! quindi ribatti pure anche da anonimo, non ho scheletri nell'armadio e quindi fai pure. Voglio i nomi che fanno di noi una guida uguale alle altre... Non l'ho fatto per te ma per il piacere di chi legge e si annoia di deviazioni così, illuso ;-). [a]

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Rossano Ferrazzano

circa 8 anni fa - Link

Il fenomeno è stranoto in letteratura, le distorsioni cognitive esistono ovviamente anche quando si tratta di vino. Celebre l'esperimento condotto all'Università di Bordeaux, che un giornalista del Corriere della Sera evidentemente digiuno tanto di scienze sociali quanto di vino può usare per concludere che quelli del vino dicono solo frescacce. ( http://archiviostorico.corriere.it/2002/febbraio/17/Bordeaux_degustatori_beffati_rosso_falso_co_0_0202178840.shtml ) Io ad esempio ricordo spesso che quando si fanno degustazioni alla cieca non si dovrebbe sapere una cosa che di norma invece si dice sempre: chi ha portato il vino che si sta assaggiando. Ho potuto verificare tante volte, su me stesso e sugli altri, quanto distorsiva possa essere questa informazione apparentemente innocua. Non credo di svelare segreti se dico che, differentemente da quanto è scritto sull'articolo del Corriere della Sera, tutti i buoni degustatori ad un certo punto del loro percorso cominciano a trovare aromi di frutti rossi e neri nei vini bianchi, e aromi di frutti bianchi e gialli nei vini rossi. Ugualmente, se si mette alla cieca un bicchiere di Tavernello in una degustazione dove non è irragionevole aspettarsi che ci possa essere anche un bicchiere di Tavernello, la maggior parte degli assaggiatori lo collocherà opportunamente nelle valutazioni. La capacità "tecnica" di degustazione e la propensione a non farsi incastrare dal c.d. framing cognitivo non sono la stessa cosa. O forse sì, ed è una delle più grandi opportunità di educazione ai sensi, alla mente ed alla relazione che offra il vino. p.s. : lo so che più o meno lo stesso concetto lo ha già espresso Luigi Fracchia, con un decimo delle battute che ho usato io, ma io ahivoi non mi chiamo Luigi... :-D

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Paolo Ianna

circa 8 anni fa - Link

La penso un po' come Carlo Piasentin. Sembra che non sia giusto che il Tavernello sia migliorato e che possa essere confuso con i vini "sacri" di Cerea...La stragrande maggioranza dei corsi di avvicinamento al vino si picca di dare gli strumenti per riconoscere i vini "buoni" da quelli che non lo sono. Una bella impresa, no?

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Francesco

circa 8 anni fa - Link

Luigi Fracchia ha detto bene, ma oltre a questo c'è anche da smontare, giustamente, la troppa supponenza nel momdo del vino. E il tavernello dal canto suo sarà forse migliorato, io lo uso per cucinare, lo assaggerò. E comunque chi non ha fatto mai degustazioni con amici con bottiglie coperte? Vengono fuori immancabilmente degli stroppioni indicibili, solo un paio di persone di mia conoscenza mi hanno veramente sbalordito per la loro capcità di individuare etichetta e annata, tutti gli altri, io compreso, abbiamo sparato delle stupidaggini da vergogna, anzi, io più degli altri visto che non ho riconosciuto neppure i vini che avevo portato io e che conoscevo!

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Sir Panzy

circa 8 anni fa - Link

I vini come il tavernello vengono prodotti con la tecnologia, non con la chimica. Il risultato è un vino corretto, senza infamia e senza lode. Ancora un altro esempio che dimostra quanto sia inutile apporre gli ingredienti in etichetta, a meno che non si voglia dare una grossa mano ad aziende come quella oggetto del dibattito. Non solo, dividersi in naturali, bio, talebani e convenzionali peggiora la situazione. Vini buoni, basta biofuffa.

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Rossano Ferrazzano

circa 8 anni fa - Link

Io credo che i vini in brick facciano discreto ricorso alla "chimica", che peraltro bisognerebbe riuscire a capire dove diavolo fissi il confine con la "non chimica", ma rischia di essere discorso ozioso e verboso. Certo non si useranno i tanti costosissimi ritrovati da boutique enologica che contribuiscono a far lievitare i prezzi di produzione di quel certo tipo di vini "dell'enologo", ma dubito che i produttori di vini pastorizzati si precludano le aggiunte più comuni ed economicamente accessibili, che non sono per questo meno "chimiche" delle mannoproteine più fini o dei tannini liquidi più elitari. Anche per questo a me piacerebbe invece leggere gli ingredienti in etichetta. Forse all'inizio l'informazione può essere destabilizzante, ma più informazione chiede più conoscenza, e sarebbe finalmente l'ora di svecchiare ed innalzare di livello la formazione e la comunicazione del mondo vino.

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Sir Panzy

circa 8 anni fa - Link

Rossano, ok il confine tra chimico e non chimico e con me sfondi una porta aperta. Ma le membrane di oggi fanno miracoli. Fidati che di chimico dentro quei vini c'è ben poco, alla pari di un qualsiasi buon produttore. Per fare un vino che DEVE essere magro e beverino non serve aggiungere nulla.

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Simone Laghi

circa 8 anni fa - Link

Scusate se mi intrometto. La "Chimica" costa. Se per usare il Tavernello utilizzassero più "chimica", il prezzo si alzerebbe. I Supertuscan Americani sono stracolmi di chimica, come anche quelli Australiani. Quanta gente rifiuta un vino bianco perchè "ci sono i solfiti che mi danno alla testa"? Purtroppo, ahinoi, i solfiti sono nel 90% dei vini (e anche negli alimenti). Il Tavernello costa poco perché viene prodotto secondo le leggi della economia di scala, in modo standard e al 99% sicuro, perché qualora venissero trovate modificazioni o lievi trasgressioni il produttore dovrebbe chiudere da un giorno all'altro (vedi: pandemia per l'influenza aviaria e la suina). Il Tavernello è una sintesi tecnologicamente avanzata dei 300 qli per ettaro della pergoletta romagnola, che fino a 20 annni fa era la normalità in una regione vocata alla produzione di vini da tavola. Come disse il Preside del mio corso di Laurea al primo giorno di lezioni di Enologia: "Produrre un vino può costare al massimo 4-5 € al litro, se usi tappi da 50 centesimi ed etichette dorate. Una bottiglia, per valere più di 20 €, ti deve far vedere la Madonna quando la bevi". Tutto quello che si paga in più son chiacchiere, moda e leggi di domanda/offerta.

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Francesco

circa 8 anni fa - Link

Vero, 5 €/lt è già un bel costo di produzione, la maggior parte sta sotto, come sa chiunque lavori nel settore. fatte salve poche eccezioni di viticultura eroica o in condizioni diffcili i costi sono questi.

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Rossano Ferrazzano

circa 8 anni fa - Link

Ennò. Tutto quello che si paga in più sono "chiacchiere, moda" e va bene, ma fra quello che è l'essenza delle "leggi di domanda/offerta" c'è anche la qualità VERA del vino BUONO, cioè del vino che oltre ad una valenza meramente alimentare e tecnologica ha una valenza culturale e sociale. Cioè, il motivo per cui TUTTI noi abbiamo un motivo decente per stare a spendere tempo ad esprimere le nostre opinioni qui sopra, ed in ogni altro luogo si parli di vino. Non si sputi, prego, nel piatto in cui si mangia, non si seghi, peffavore, il ramo su cui si siede. Cazzarola.

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massimiliano

circa 7 anni fa - Link

Hai ragione Simone. Sopra i trenta quaranta euro si paga il nome. A Natale mi è stato regalato un supersupertuscan che so costare una follia. Ebbene, ha respirato qualche ora in decanter, lo abbiamo degustato con la lepre e alla fine sì, ho bevuto un ottimo vino, ma a quel prezzo ne compravo cinque della stessa, se non superiore, qualità. Un vino non può costare 400 euro.

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camillako

circa 6 anni fa - Link

Scusate ma dire che un vino non puo costare 400 euro é una boiata pazzesca e dimostrabilmente falsa. Se poi per una persona non li possono valere, questo é un altro discorso molto diverso.

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simona

circa 8 anni fa - Link

sono d'accordo in toto!!!

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Pietro Stara

circa 8 anni fa - Link

Innanzitutto mi complimento con l'articolo: non è banale da diversi punti di vista. Perché mette in gioco l'autore; perché mette in gioco il contesto; perché non banalizza certe pratiche consolidate. Da parte mia, se posso dare un contributo, lo faccio non in termini sensoriali (pur degustando come molti di voi, ma forse molto meno e con molta minor esperienza), ma dal punto di vista che mi compete maggiormente, ovvero quello sociologico e vi rimando di getto ad un grande sociologo francese, Pierre Bourdieu, che prima di molti altri si è occupato del 'gusto' come problema sociale: "Nella teoria dell’azione che io propongo (con la nozione di habitus), la maggior parte delle azioni umane ha come principio qualcosa di completamente altro dall’intenzione: delle disposizioni acquisite in virtù delle quali l’azione può e deve essere interpretata come orientata verso questo o quel fine senza che per questo si possa dire che ha avuto come principio il perseguimento consapevole di quel fine (e qui il “tutto succede come se” diventa importantissimo). Il miglior esempio di disposizione è senza dubbio il senso del gioco: il giocatore che ha profondamente interiorizzato le regolarità di un gioco fa quello che va fatto nel mondo in cui va fatto e non ha bisogno di porsi esplicitamente come fine quello che c’è da fare. Non gli occorre sapere consapevolmente quello che fa per farlo, e tanto meno (tranne che in certe situazioni critiche) porsi esplicitamente il problema di sapere esplicitamente che cosa gli altri possono fare in risposta, come lascia intendere la visione da giocatori di scacchi o di bridge che certi economisti attribuiscono agli agenti (specialmente quando ricorrono alla teoria dei giochi). In Raisons pratiques. Sur la théorie de l’action. Paris: Seuil. Tr. it. Bologna, il Mulino, 1995." E poi ancora: "L’ideologia del gusto naturale trae le sue parvenze e la sua efficacia dal fatto che, come tutte le strategie ideologiche che si sviluppano nella lotta quotidiana tra le classi, naturalizza le differenze reali, trasformando in differenze di natura delle diversità che derivano invece dai modi di acquisizione della cultura e dando un riconoscimento di legittimità solo a quel rapporto con la cultura (o con il linguaggio) che presenta meno tracce visibili della sua genesi; che non avendo nulla di “imparato”, di “già preparato”, di “affettato”, di “studiato”, di “scolastico” o di “libresco”, manifesta con disinvoltura e naturalezza il fatto che la vera cultura è natura, rinnovato mistero dell’Immacolata concezione” La Distinction. Critique sociale du jugement. Paris: Minuit. Tr. it. Bologna: il Mulino, 1983 Sarebbe lungo dilungarsi ulteriormente, ma credo che ci si possa soffermare un attimo sull'atto della degustazione non come puro atto individuale, ma come pratica sociale, socialmente condivisa, che ha delle regole esplicite ed implicite, che si svolge all'interno di contesi dati (campi), che si forma attraverso l'acquisizione di habitus e di capitali culturali spesso inconsapevoli e che non è, in alcun misura, un fatto 'naturale', ovvero non è pura espressione estetica. Quindi il Tavernello, a Cerea, ma anche chi lo degustava, portava addosso un vestito importante e assai ingombrante, quello dei vini naturali (non virgolettato).

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Alessandro Morichetti

circa 8 anni fa - Link

Pietro, ti dico solo che la mia tesi di laurea in Sociologia dei Processi Culturali si intitolava esattamente "Il campo culturale della cucina: un'analisi della ristorazione nelle Marche". La griglia interpretativa era proprio il concetto di campo di Pierre Bourdieu. Quanto dici mi ha reso molto felice, non ho speso soldi del tutto invano.

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Andrea Gori

circa 8 anni fa - Link

Il piacere di bere un vino è solo al 50% fisico e per il resto mentale La degustazione alla cieca è la cosa più sopravvalutata al mondo dopo il sesso

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Rossano Ferrazzano

circa 8 anni fa - Link

Opinioni entrambe legittime, ma solo se le si pratica con regolarità e piena soddisfazione... ;-)

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A.F.I.

circa 8 anni fa - Link

ecco un uomo con grandi attributi. Viva la sincerità.

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mc100

circa 8 anni fa - Link

[Gori]Il piacere di bere un vino è solo al 50% fisico e per il resto mentale La degustazione alla cieca è la cosa più sopravvalutata al mondo dopo il sesso Questa cosa della cieca sopravvalutata la hai già scritta in passato. A parte che è troppo facile sciorinare giudizi e descrittori e fare dotte considerazioni a etichetta scoperta, il punto vero è che, se basta la suggestione a fare di un vino *QUEL* vino, a cosa servono tutte le dotte disquisizioni su cui ci incaponiamo (il terreno scistoso, il lievito selezionato, la malolattica, il legno di terzo passaggio, l'annata piovosa... e via straparlando)? E ancora, la storia del "piacere mentale" la trovo di una tristezza infinita. Sono sicuro di cascarci anche io, ma mi sento davvero imbarazzato con me stesso se e quando mi accorgo che *mi sto facendo piacere* una cosa solo perché ha un costo o un blasone importanti. Vorrei anzi liberarmi il più possibile di queste sovrastrutture, ma temo paradossalmente che più si tenta di conoscere il mondo del vino, più si rischia di restare involontariamente impegolati in pregiudizi. Purtroppo la spontaneità totale di valutazione di un neofita viene aggiustata in parte in maniera positiva dall'esperienza, ma ho paura che venga anche mascherata, e in modo sensibile, dai condizionamenti preconcetti.

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Lpittalis

circa 8 anni fa - Link

La nostra valutazione, sia del sesso che del vino, è sensoriale nel momento in cui stimola dei neurorecettori che, come tutti sanno, possono e sono condizionati e condizionabili da una serie di stimoli non del tutto legati al senso principale. Per cui gusto, vista (del vino, non dell'etichetta) e olfatto sono completati inevitabilmente dal contesto in cui mi trovo (stanza silenziosa o VInitaly non sono la stessa cosa, per dire...) e se aggiungo ciò che mi evoca l'etichetta, è INEVITABILE un condizionamento. Allo stesso modo per il sesso, non riesco