Nella dialettica tra giornalisti e blogger vince Karl Marx. Ognuno è liberale con le attività altrui

Nella dialettica tra giornalisti e blogger vince Karl Marx. Ognuno è liberale con le attività altrui

di Pietro Stara

Un po’ di tempo fa scrissi qualcosa sull’impossibilità per i blog vinosi italici di creare valore aggiunto monetario per sé e, va da sé, dell’inevitabile marginalizzazione produttiva degli stessi. Quindi ecco l’autocitazione:

“Potremmo dire che il valore di scambio di un blog vinoso è dato dalla quantità di plusvalore assoluto altissimo (perché tendenzialmente non retribuito o poco retribuito), relativo ad una quantità infinitesimale di denaro ripartito tra milioni di blog appartenenti alla stessa piattaforma produttiva (WordPress, Blogspot). Il lavoratore-blogger vinoso è quindi parte di un meccanismo produttivo che lo trascende e lo ingloba e a cui contribuisce, con un apporto infinitesimale, con la realizzazione di valore aggiunto relativo alla quantità di scambio che è in grado di produrre (lettori stabili). Tenuto conto dei limiti del campo italico, della lingua italica, possiamo sostenere, a buona ragione, che il blog vinoso non solo è distante dalla realizzazione della caduta tendenziale del saggio di profitto, visto che di profitto non se ne è mai vista l’ombra, ma è anche lontano quanto basta dalla riproduzione della propria forza lavoro. In conclusione il blog vinoso, pur appartenendo alla più innovativa tecnologia informatica, mantiene dei rapporti produttivi di tipo primitivo, che si risolvono, molto spesso, in una bicchierata insieme e a qualche selfie durante le fiere vinicole. Il vantaggio relativo è che il blog vinoso non può creare disoccupazione dal momento che non ha mai creato occupazione, neppure precaria. Con rarissime eccezioni”.

A tutta questa pappa di economia politica fantasmagorica, occorre ora aggiungere quella parte relativa al valore d’uso del blog e al suo valore di scambio indiretto per il blogger. Partendo dal fatto che, ovviamente, non tutti i blog vinosi hanno la stessa fama e riconoscimenti, per tipologia, fattura, contenuti espressi, pubblico di riferimento, aree e associazioni di appartenenza, ebbene, alcuni di essi hanno un alto valore aggiunto.

Lo dimostrano banalmente i numeri dei contatti, e lo dimostrano puntualmente le richieste di partecipazione a quel tipo o a quell’altro evento pubblico, semi-privato e privato. Non è un caso, a tal proposito, che in questi anni vi sia stato un riconoscimento parallelo, pensiamo solo al fenomeno degli accreditamenti, che ha di fatto parificato un ruolo professionale, ovvero il giornalista a quello degli appassionati volontari della scrittura compulsiva. La ragione è presto detta: alcuni blog sono fatti meglio, in senso lato, di altrettante testate giornalistiche. Per merito, stile, forma. Questo paradosso evidente ha creato, a cascata, una serie di ulteriori bizzarrie.

Il blogger vinoso è pari ad un hobbista: scrive (gratis, raramente con contribuzioni risibili) quel che gli pare e soprattutto quando gli pare: molti blog tengono a precisare che non sono in alcun caso una testata giornalistica e che pertanto tutto ciò che ne consegue.

Questo tipo di esposizione mediatica pone il blogger in una situazione sconnessa: da un lato pensa di poterne trarre un vantaggio indiretto (prima o poi Wine Spectator si accorgerà di me) e dall’altra è costretto ad agire come fosse già e soltanto un professionista. Per cui gli inviti perdono quel loro fascino iniziale da imbucato ai pranzi di matrimonio per diventare subito vere e proprie cene di lavoro e degustazioni professionali: il fatto che il (o la) blogger ne debba scrivere è cosa data per ovvia e scontata. In altri termini il blogger assume il ruolo di giornalista solo nel caso in cui renda in debito conto ciò che gli è stato assegnato gratuitamente. Mentre il giornalista lo è per certificazione statutaria, il blogger è tale solo se se lo merita. Virgolettato il merito.

Detto diversamente, quello che per alcuni è una professione per i blogger è un destino. Queste antinomie nulla hanno da invidiare al “paradosso del barbiere” di Bertrand Russell: “In un villaggio vi è un solo barbiere, un uomo ben sbarbato, che rade tutti e solo gli uomini del villaggio che non si radono da soli. Il barbiere rade se stesso?” Ma siamo sicuri di trovarci di fronte ad un paradosso e non ad una reductio ad absurdum? In altri termini, se le premesse sono fallaci le conseguenze non possono che essere scriteriate.

Sulla base di questi erronei postulati, una parte dei giornalisti patentati ha iniziato a sferrare l’attacco contro i blogger: “non siete come noi, e mai lo sarete, ma vi dovete attenere alle stesse regole etiche”. È comprensibile che chi si sente minacciato nella professione tenti di arginare l’invadenza della nuova comunicazione mediatica. La logica apparente di questo attacco è quella mercantile: potendo i blog raccogliere pubblicità e quindi remunerare potenzialmente la loro attività, non è corretto che i messaggi promozionali e contenuti si confondano. Di tutto questo ne ho già parlato e la predica, da cui le fallacie delle conseguenze, avviene da un pulpito che nella storia, anche recente, non ha brillato certo per coerenza.

L’attacco pare dunque politico. Ma qui ed ora voglio accettare il tavolo della discussione e il paradosso per insussistenza delle premesse.

Le regole del calcio, del basket, del tennis, della pallavolo non cambiano se si è professionisti o dilettanti: Il campo rimane quello e i precetti pure. Non si consente insomma di avere quattro portieri o di passeggiare con la palla in mano o di insultare l’arbitro. La marchetta è dunque una marchetta. Poi ci sono le marchette molto evidenti, quelle che sono auto-evidenti, quelle evidenti per gli addetti ai lavori, quelle evidenti agli addetti ad altri lavori e quelle che sono talmente ben fatte che divengono evidenti solo a quelli che si occupano di tutt’altro. In questa scala di evidenze/non-evidenze giocano spesso ruoli amicali, affetti, legami politici, doverose e ossequiose riverenze, penitenze, ambasciatori di nessuna o di qualche pena, rancori e diverbi, distinguo e via ballando.

Le accuse servono dunque per condire gli impianti ideologici del sistema a patto che non vengano toccati gli orticelli delle varie consorterie consociative. Ognuno è liberale con le attività altrui. Ognuno è per la libera concorrenza e per il free Tibet purché le concessioni non vengano messe in discussione. Ognuno è meritocratico con la categoria più prossima. E molti vorrebbero privatizzare il giardino del proprio vicino. Il paradosso del blogger vinoso è un po’ il paradosso del sistema capitalistico: vorrebbe, ma non può. Perché se lo facesse realmente potrebbe annegare nelle sue stesse contraddizioni.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

1 Commento

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sergio

circa 4 mesi fa - Link

Condivido la seconda parte, la tesi, la conclusione. Non condivido la prima parte introduttiva ed elogiativa dei blog. La tesi si regge bene anche senza di essa.

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