I furbetti del bloggerino? La questione è ben più complicata, cari giornalisti

I furbetti del bloggerino? La questione è ben più complicata, cari giornalisti

di Pietro Stara

In un recente editoriale Doctor Wine – aka Daniele Cernilli – così si esprime:

Perché scrivo tutto questo? Semplicemente perché, e chi ha visto Report lo ha capito benissimo, nel mondo dei blogger esistono alcuni aspetti di commistione fra promozione, pubblicità e contenuti, che definire scivolosi è persino troppo poco. Tanto che molte grandi aziende dell’industria alimentare stanno spostando i loro investimenti pubblicitari proprio su alcuni blog di successo, e non con delle inserzioni classiche, i famosi banner, ma inondando di messaggi promozionali i contenuti dei vari post pubblicati da questo o da quel blogger.

Nel mondo dei blogger? Suvvia, siamo seri! Perché nel mondo del giornalismo no? In un articolo del 2007, quando il mondo dei blog ciuccia ancora abbondantemente il latte dal seno materno e non ha mosso che i suoi primi passi, l’Ordine dei Giornalisti dichiara che “esiste una strategia precisa degli editori secondo la quale la pubblicità deve presentarsi come informazione e/o frammista all’informazione. Si punta a collocare il messaggio pubblicitario in maniera sempre più diretta all’interno dell’informazione. Questa strategia finisce per inquinare la figura del giornalista professionista. La nuova frontiera della pubblicità, che sta invadendo l’informazione, mette in discussione l’autonomia professionale del giornalista con ricadute lesive sull’immagine del giornalista, dell’Ordine e della professione”. “Quando la marchetta è un sistema industriale non sono più sufficienti le azioni individuali”, chiosa il giornalista Oliviero Beha.

Soltanto un anno prima (2006) il Codacons, in un incontro tenuto presso il Circolo della Stampa di Milano organizzato dal Consiglio Direttivo GIST (Gruppo Italiano Stampa Turistica), “denuncia che spesso ‘i costi’ di produzione di un servizio giornalistico, anziché essere sostenuti in totale autonomia dall’editore, sono invece ‘offerti’ da un’entità interessata alla promozione dei propri affari attraverso il servizio stesso”. “Tale commistione di interessi” – accusa il Codacons – “non offre nessuna garanzia al lettore di terzietà, autonomia e indipendenza sia della testata giornalistica che dei giornalisti che vi operano. Il Codacons aveva presentato esposti ai Consigli regionali dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e del Lazio e, successivamente, all’Odg nazionale. Ora il Comitato Esecutivo del Consiglio Nazionale dell’Odg ha deciso di affidare alla Commissione Giuridica e alla Commissione Cultura l`analisi della materia”.
Ma, se facessimo un salto carpiato all’indietro e ci buttassimo nei meravigliosi anni della Milano da bere (1986), scopriremmo, per nostro immenso gaudio, che la stilista Krizia rilascia un’intervista all’Espresso nella quale, senza giri di parole, accusa alcuni giornalisti e altrettante testate rinomate di proposte indecenti: “Se mi compri quindici pagine di pubblicità, ti faccio un pezzo di cinque cartelle, piazzato nel modo giusto, che parla bene di te.” (Moda truccata, L’Espresso, 23/11/1986)
Ora, con un balzo spazio-temporale, ritorniamo ad un passato recente (11/03/2014) per leggere ciò che il Comitato di Redazione del “Corriere della Sera” richiede al direttore responsabile Ferruccio de Bortoli: di indicare con chiarezza e nell’interesse dei lettori le inserzioni a pagamento che compaiono sulla testata on line del quotidiano milanese. “Caro direttore, il Cdr ha accolto con favore il rinnovamento del sito online del Corriere. E’ naturale che sia necessario un periodo di rodaggio e affinamento al quale siamo pronti a prendere parte in ogni modo sia necessario e richiesto. Una questione ci pare però urgente. Notiamo una confusione fra pezzi giornalistici, marketing e pubblicità: in particolare ciò avviene negli spazi riquadrati in azzurro, dove oggi ad esempio si trovano indifferentemente: la voce di Costa crociere; un pezzo di Living con le indicazioni (prezzi e indirizzi) per l’acquisto di oggetti di arredamento; un’offerta-sconto per acquistare oggetti di design; il sito di “Io donna”; un sito di consulenza su tasse, lavoro, pensioni, famiglia, casa, diritti del consumatore (a cura del corriere o appaltato – come sembra – a professionisti esterni?). Cioè, il Corriere garantisce sui consigli dati o garantisce qualcuno esterno al Corriere?; una pagina di motori; Vivimilano; l’esperto medico (vedi domande sul sito di consulenza); pronto soccorso pediatria; blog tecnologici. “In attesa di fissare le regole su giornalismo e marketing al Corriere”, il Comitato di redazione ritiene che “nell’interesse dei lettori debba essere fatta subito chiarezza: scrivere pubblicità dove è pubblicità, non mescolare pezzi e pubblicità, far capire, dove diamo suggerimenti, se sono curati direttamente da noi o da qualcun altro (…)Lo scopo principale di tutto questo è difendere il marchio Corriere”.

Il meccanismo è molto chiaro, non da ora, e lo lasciamo spiegare a chi vive nel settore della pubblicità da un bel po’ di tempo, ovvero ad Annamaria Testa: “La dipendenza economica dei media dagli introiti pubblicitari», sostiene Testa, «dà origine a un paio di effetti interessanti”. Il primo è tutto interno al mercato pubblicitario e ne abbiamo parlato più sopra: la questione dei contatti. “Un altro risultato”, spiega Testa, “è che oggi molti prodotti mediatici (anche l’industria dei media ragiona in termini di marketing e lo fa considerando due distinti mercati: quello dei lettori/spettatori e quello degli utenti pubblicitari) vengono progettati più per segmentare target in modo funzionale alle esigenze degli investitori pubblicitari che secondo criteri strettamente editoriali”. L’accusa è molto chiara e proviene da chi opera nel settore pubblicitario dal 1974. “Questo spiega anche come mai settimanali o mensili a tiratura modesta”, aggiunge Testa, “ma forti di un pubblico selezionato e dotato di alta propensione ai consumi, abbiano vita più facile dal punto di vista della raccolta pubblicitaria di periodici che magari hanno tirature maggiori, ma risultano meno segmentati, o si rivolgono a un pubblico non così propenso a consumare”.

Dunque mal comune mezzo gaudio?
Nessun gaudio direi. Tutti colpevoli, ovvero nessun colpevole? Alcuni sì, altri no e sarebbe meglio pregiarsi di fare nomi e cognomi quando si fanno accuse generali e generaliste, pena scadere in una sorta di qualunquismo accusatorio dalle conseguenze nefaste ed indiscriminate. E, infine, estendere le sanzioni anche a coloro che non ne sono soggetti come soluzione più unica che rara ad un problema annoso e di difficile risoluzione?

Estendere i diritti, invece? Come sempre la soluzione più facile ed immediata è quella che assoggetta una categoria più debole e meno tutelata alle estensioni delle sole parti negative dei codici di regolamentazione. E questo avviene un po’ dappertutto. Altro discorso sarebbe quello di allargare le tutele a coloro che non ne usufruiscono, da cui poi anche le sanzioni (non per finta però). Ma questo non metterebbe forse in discussione, anche radicale, il ruolo degli ordini di categoria così come sono andati a definirsi nel corso della nostra storia patria?

L’attacco che alcuni giornalisti di mestiere e di certificazione rivolgono, direttamente o indirettamente, a coloro che rifuggono da categorie provate (bloggers et similia), ha la funzione esclusiva di rivendicare la propria titolarità politica nel campo del discorso sul vino, e di tutti i discorsi. La verità è un velo attraverso cui la confraternita dei giornalisti rivendica a sé l’unica e possibile investitura: ciò che discrimina il loro moralismo da quello degli altri è che il loro è l’unico che dovrebbe godere di somma attenzione e rispetto.

[Credits foto]

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

34 Commenti

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Stefano Cinelli Colombini

circa 7 mesi fa - Link

Wow, che polemicona sul nulla! Sarei curioso di trovare un giornale, una televisione o un mezzo di informazione di qualunque genere che non è mai stato accusato di favorire questo o quello. A torto, a ragione, a pagamento, per comune fede, per comuni interesse, per simpatia, per sesso o per chissà quali motivi. Bene, siamo cattolici per cui sappiamo che la carne è debole e l'uomo è peccatore, ma sappiamo anche che siamo dotati di libertà di scelta. Penso (magari sbagliando) che un blogger parli bene di un vino perché lo vende? Bene, non lo seguo e passo ad un'altro. Penso che l'amico Cernilli (magari sbagliando) scrive bene di un vino perché il produttore gli è simpatico? Bene, non faccio pubblicità sul suo blog. Tutto qui. Il reato terribile di trarre in inganno il lettore? Ma dai, in un mondo in cui ci sono più fonti di informazione che pulci su un cane è ridicolo. Se sei scorretto perdi credibilità, ed alla lunga rimani senza pubblico. Come sanzione mi pare sufficiente, per favore torniamo a parlare di vino. Che è materia molto più interessante.

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Nic Marsél

circa 7 mesi fa - Link

Credo che il tema sia un altro. I giornalisti tendono a denigrare i blogger perchè lavorano con/per passione e gratis, rovinando la piazza. Un po' come tassisti, notai e tutte le categorie che temono di perdere privilegi.

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Ulrich

circa 6 mesi fa - Link

(Dover) lavorare (anche) gratis è il problema numero 1 della nostra epoca. Sicuramente non è un argomento forte contro chi (ancora) riceve una retribuzione adeguata per il suo lavoro professionale.

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Manuela Serio

circa 7 mesi fa - Link

Volevo dire la mia, esprimendo esattamente quello che ha postato il Sig. Stefano. Ripeterò solo i due concetti a me più cari: 1)" ..che polemicona sul nulla" 2)"..per favore torniamo a parlare di vino" virgolettato..che non mi si accusi di plagio Buon lavoro

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Nic Marsél

circa 6 mesi fa - Link

Ci sono innumerevoli altri post su degustazioni di ogni tipo. Basta spostarsi con un click. Qui si esprime in un certo senso la necessità di poter parlare e scrivere liberamente di vino. Trovare commenti sul fatto che non se ne debba discutere è abbastanza inquietante.

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Michele A. Fino

circa 7 mesi fa - Link

Altro che polemico na sul nulla, caro Stefano. Qui piuttosto si fa una accurata ricostruzione storica, che dimostra adeguatamente come i problemi di commistione non siano di una categoria né di un tempo, ma riguardino i singoli e le loro responsabilità indipendentemente dalla loro qualifica professionale. L'ampia panoramica, proposta da Pietro, oltre a smontare meritoriamente le generalizzazioni, risulta estremamente corroborante per un pubblico che spesso manifesta problemi di amnesia punto in particolare virgola rispetto a meccanismi che in un tempo non lontano hanno permesso triangolazioni di commistioni estremamente interessanti che hanno visto mariti e mogli impegnati ciascuno nel proprio campo ma non sempre al di fuori di ogni sospetto che tra i diversi campi qualche relazione, oltre a quella coniugale, intercorresse.

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sergio

circa 7 mesi fa - Link

Il punto da cui si dovrebbe partire per commentare, criticare il post di Cernilli è questo: Cernilli sta raccontando balle sugli intrecci tra pubblicità e blog? Se sono balle si devono smontare con una serie di controargomentazioni. Se non sono balle si sta alzando un polverone per confondere e nascondere le non balle di Cernilli.

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Pietro Stara

circa 7 mesi fa - Link

No Sergio, Cernilli non ha raccontato balle sugli intrecci tra pubblicità e blog. Non ha detto quali e, soprattutto, non ha detto tutta la verità sugli intrecci molto ben documentati tra alcuni tipi di giornalismo, con tanto di spilletta deontologica appuntata al petto, e pubblicità. Cattolico per cattolico, memore di esserlo stato sino alla tenera età di 14 anni, so che si pecca in pensieri, parole, opere ed omissioni. Omissioni, appunto, che tentato di costruire pulpiti da cui spandere presunte moralità superiori

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Stefano Cinelli Colombini

circa 7 mesi fa - Link

Si, la ricostruzione è accurata, ma dagli acta diurna dell'antica Roma passando per i fogli di ogni periodo storico il sospetto che "dietro" ci sia qualcosa è costante. Fa parte del gioco, e lo stesso Cernilli certo ricorda quante volte si è indignato per i sospetti a suo carico. E allora? Quanto poi al conflitto tra nuove e vecchie forme di comunicazione, è roba datata pure questa. I libellisti ce l'avevano con i nascenti giornali, che ce l'avevano con le nascenti radiocronache, che..... Tutto inutile, le nuove forme si impongono comunque. Per favore parliamo di vino, non di chi comunica il vino.

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Denis Mazzucato

circa 7 mesi fa - Link

Alla fine hai ragione tu: parliamo di vino che è più interessante! Voglio togliermi la voglia di pinot grigio. Consigli? :)

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Giorgio Stara

circa 7 mesi fa - Link

Si, anche io vorrei tornare a parlare di vino, ma non ricordo quale!

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amadio ruggeri

circa 7 mesi fa - Link

Fa davvero sorridere questa storia dei sedicenti "furbetti del bloggerino" Vs gli onorati e stimati professionisti della tastiera. Sappiamo quanto questa vecchia querelle sia in realtà un falso problema. Il discorso di Cernilli, pur condivisibile sotto certi aspetti, ha una grave pecca: non dice né chi né come né quando, risultando così sterilmente troppo generico. E se di furbetti vogliamo parlare, allora smascheriamo anche i furbetti del tastierino.

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Andrea Gabbrielli

circa 7 mesi fa - Link

Il diritto/dovere di firmare un pezzo me lo sono conquistato molti anni fa. Ciò significa prendersi ogni volta la responsabilità- civile e penale- di fronte ai lettori che se vogliono, mi possono contestare oppure scegliere di leggere altri. Oggi mi sembra che si stia perdendo completamente il limite tra scrivere- lo possono fare tutti- e informare con imparzialità e correttezza. L'Ordine dei Giornalisti, nonostante innumerevoli codici di comportamento, è stato assai poco incisivo da questo punto di vista. Ma nel mondo dei blogger, a parte la credibilità della singola persona che scrive, non c'è nulla di tutto ciò, nel senso che vige, più che altro, una giungla in cui raramente si risponde di ciò che si afferma.

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Alessandro Morichetti

circa 7 mesi fa - Link

La responsabilità civile e penale vale per tutti perché quando si sconfina ne risponde anche uno che scrive su un blog. Continua a sfuggirmi da anni questa distinzione che non distingue.
Massimo rispetto per chi fa giornalismo e informazione a qualsiasi titolo. La realtà dei fatti dice che "nel mondo dei giornalisti", a parte la credibilità dei singoli, gli esempi mirabili sono più eccezione che regola e in questo sono totalmente equiparabili ai vituperati blogger.

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Andrea Gabbrielli

circa 7 mesi fa - Link

Forse è perché nessuno ti ha mai citato o querelato. naturalmente ti auguro di non esserlo mai. La differenza è sostanziale anche perché un blogger non deve rispondere a nessun codice deontologico e spesso non essendo il blog una testate registrata, è davvero difficile rivalersi su chi scrive o anche chiedere semplicemente una rettifica. Infatti pur essendoci dei casi, non mi sembra ci siano tanti blogger citati in tribunale per la loro attività. Naturalmente, sarebbe riduttivo parlare solo di vino. Di recente mi è capitato di essere trattato come un componente della "casta" perché giornalista professionista. C'è qualcosa che non mi torna

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Fiorenzo Sartore

circa 7 mesi fa - Link

Al momento la voce "blogger querelato" su google restituisce 143 mila risultati. Di recente mi è capitato di essere trattato come irresponsabile perché blogger. C'è qualcosa che non mi torna.

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Andrea Gabbrielli

circa 7 mesi fa - Link

Per piacere, evitiamo di barare. Una ricerca generica su Google che ovviamente moltiplica la stessa notizia per tutte le testate che ne hanno parlato, non mi pare sia un sistema corretto La ricerca delle fonti non è una fesseria da giornalisti. Vale per tutti. Se vuoi informarti in proposito ti consiglio il sito "Ossigeno per l'informazione". Si parla anche di blogger non solo di giornalisti

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vinogodi

circa 7 mesi fa - Link

...il confine fra legittimità e legittimazione sembra sottile ma sottile non è . E' perlomeno falso affermare che chi scrive , liberamente sul web, non risponde dei contenuti dei propri scritti. Ci mancherebbe , così come nella vita quotidiana ; la legge esiste , il più è farla rispettare ... e , comunque , chi scrive da tempo è perfettamente a conoscenza che la denuncia è sempre dietro l'angolo, dove i termini travalichino quelli dell'opinione personale e ledano l'onorabilità di altri individui. Altro discorso completamente diverso e che vedo si tende ad utilizzare in commistione con il concetto precedente erroneamente : perché mai dovrei avere legittimazione di un titolo corporativo per esprimere una mia opinione, sia essa suffragata da esperienza specifica o professionale? La libertà d'espressione sul web è totale , ma anche i filtri naturali sono tali: se le cose che dici sono credibili , ti leggono. Se scrivi sciocchezze , il popolo web è meno con l'anello al naso di quello che credono certuni : è una massa apparentemente informe e ondivaga, che discerne e discrimina ... ma questa struttura ameboide non perdona l'incoerenza e la "non passione" . Ecco, forse oggi tanti giornalisti (non tutti , parlo dei generalisti) peccano di poca passione o danno la sensazione di essere dei mestieranti , a volte prezzolati , a volte non preparati culturalmente per i temi che trattano. I quotidiani, per voce di sedicenti "opinionisti" ne sono pieni e il più delle volte fanno figure da scemi quando si confrontano con veri specialisti...

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MAURIZIO GILY

circa 7 mesi fa - Link

Pietro non ha torto, chi ha l'ambizione di fare informazione dovrebbe farlo senza barare, che sia blogger o giornalista. Alcuni lo fanno, altri no, e in entrambe le categorie. Tuttavia una differenza c'è e non è marginale. Qui si tratta di marchette, e se le fa il blogger non rischia nulla, se non, al più, la sua faccia, se le fa il giornalista viola un codice deontologico e rischia sanzioni, sospensioni, radiazioni dall'ordine. In teoria questo rende il giornalista più attendibile. Di fatto tale rigore si è visto applicare raramente, e questo legittima la domanda, a cosa serve l'ordine, se applica solo le regole che non danno fastidio agli editori?

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Luca Venturi

circa 6 mesi fa - Link

Mi sembra esagerata la contropolemica all' articolo di Cernilli. La sua tesi non è sbagliata e tende a difendere anche la figura del blogger competente e professionale. Penso che nessuno di questo blog goda a vedersi accostato ad un certo modo di scrivere e mercificarsi che è, indiscutibilmente, esistente. Quindi, con molta calma e scevri dall' italico istinto al sentirsi migliori, entrambe le parti dovrebbero incontrarsi e discuterne (parlo da lettore all' oscuro di come funzioni il baracchino dell' editoria). Questo codice deontologico deve essere impugnato e rispettato da tutti, pena azioni commisurate alla colpa nei confronti di tutti. Gli esami di stato, una volta conseguita una laurea, esistono solo qui. Scrivere non è un diritto di chi fa un esame di stato dopo una laurea, è un' idea medievale. Pubblicare dovrebbe essere un' opportunità riservata a chiunque sia bravo, interessante e competente, fattore che non può essere decretato esclusivamente dal successo di audience o lettori, ma, a mio avviso di ignorante in materia, da un codice deontologico (che non so cosa preveda, ma sembra un utile recinto). Pubblicare dovrebbe essere vietato al manipolatore.

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thoma s pennazzi

circa 6 mesi fa - Link

Pensare che basti un codice deontologico (il quale presuppone un occhiuto sorvegliante: quale? Un garante del web, un altro???) per difendere il lettore dal furbetto del marchettino è un'idea tanto ingenua quanto italiana. Abbiamo già troppe regole che nessuno rispetta, in primis i patentati governativi.

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Luca Venturi

circa 6 mesi fa - Link

Allegria!

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Luca Venturi

circa 6 mesi fa - Link

Fate una tavola rotonda durante un prossimo evento con Cernilli e altri autorevoli bloggers e giornalisti. E' nell' interesse di entrambe le parti, e pure di noi lettori.

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sergio

circa 6 mesi fa - Link

@ Luca Venturi "Pubblicare dovrebbe essere vietato al manipolatore"
L'oggettività e l'aderenza alla verità sono molto spesso tradite dalla stampa(e dai blog) . Un sistema pluralistico dell'informazione attenua la manipolazione dell'opinione pubblica essendoci più punti di vista diversi che si confrontano. Ma l'ultimo baluardo è nella nostra mente, nel pensiero critico.------------

Nel mio commento mi sono concentrato sulla parte centrale del ragionamento di Cernilli, mentre quasi tutto il dibattito si è soffermato su altri aspetti e specialmente sulle contraddizioni della stampa, ecc... Che, attenzione, in parte condivido. Ma il rischio è che buttiamo il bambino con l'acqua sporca---------

@ Nic Marsél "Ci sono innumerevoli altri post su degustazioni di ogni tipo. Basta spostarsi con un click..."--------------
Condivido. Perché non trattare anche argomenti comunque collegati al discorso sul vino. Anche in altri post, con angolazioni diverse, il tema della pubblicità, più o meno occulta, è stato trattato su questo blog.------
Parliamo di vino. Beviamo vino. Per piacere. Per dimenticare. Per socializzare. Per comunicare meglio. Ecc...
Ma anche per comprendere meglio la realtà complessa in cui siamo immersi e le sue manipolazioni mediatiche(della stampa tradizionale e dei nuovi media, blog compresi)------
Facciamoci un bicchiere di vino.

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Andrea Gabbrielli

circa 6 mesi fa - Link

Hai ragione. La risposta ai problemi e alla complessità della realtà, è l'alcol . Non è nuova ma è sempre attuale

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 mesi fa - Link

Dunque, vi elenco qualche bell'argomento gustoso sul vino che nessun giornalista o blogghista ha sollevato. Robe molto più interessanti delle vostre polemiche "interprofessionali". Primo, la DOC Maremma che, senza che nessuno ne scrivesse un rigo, è passata in soli quattro anni da ottocento mila bottiglia a cinque milioni e mezzo con prezzi niente male. É un successo mai visto, ma nessuno ne ha scritto un rigo. Secondo, qualcuno si è accorto che l'equilibrio storico (che durava da secoli) tra nord e sud della Toscana si è invertito? Silenzio di tomba, ma da qualche anno il sud fa più fatturato del nord e cresce. Terzo, il Brunello sfuso è arrivato a 12 o 13 Euro a Litro, roba da capogiro. Quarto, tutti hanno parlato della vendita di Biondi Santi, ma nessuno ha notato il punto vero; una azienda che fatturava meno di tre milioni è stata venduta a 108. Quanto vale il marchio nel vino? Scusate, ma non sono tre cose molto più interessanti dei vostri scazzi corporativi? E questa è solo Toscana, pensa te quanta roba c'è da indagare nel resto del Bel Paese.

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Alessandro Morichetti

circa 6 mesi fa - Link

Bravo, scrivi!

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Andrea Gabbrielli

circa 6 mesi fa - Link

Stefano, mi dispiace ma questa cose sono state scritte, tutte. Maremma, Biondi Santi, ecc. Perché negare l'evidenza ?

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 mesi fa - Link

Scusa, ma dove li hai letti tutti questi articoli sul Maremma DOC? Sul sorpasso di valore tra i vini della Toscana del sud rispetto a quella del nord non ho letto assolutamente nulla, ma proprio nulla. Su Biondi Santi ho letto una quantità enorme di articoli, ma solo fuffa, colore e molte cose inesatte. Nessuno ha evidenziato il singolare rapporto tra fatturato e prezzo pagato e, mancando questo, non c'è stata nessuna analisi seria sul valore dei marchi vinicoli nel momento attuale. Questo è il vero punto focale di tutta la vicenda Biondi Santi, è qualcosa che sta avendo un effetto reale sui valori immobiliari di certe aziende. E non solo a Montalcino. Caro Andrea, io so che tu sei un ottimo giornalista e conosci bene il territorio, ma non vedo dove io negherei l'evidenza.

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massimo

circa 6 mesi fa - Link

Mi scusi, da profano, i cespiti facevano parte della vendita ? Mi sembra un valore importante ma parziale il fatturato. Occorrerebbe avere un bel bilancio per fare una discussione più sostanziosa .

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david

circa 6 mesi fa - Link

Grazie, ha scritto cose più interessanti lei in questo commento che tutti siti blogger(s) nell'ultima settimana. Ma un bel chissenefrega no?!.. non c'avete una mailing list interna per ste roba?.. un gruppo su WhatsApp?
Poi..Cernilli...lo rispetto ma c'ha in homepage il banner di Stmichael, gli devo credere quando dice il loro Sauvignon è uno dei migliori in Italia?..
Ragazzi, di cosa stiamo/state parlando?

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GiuseppeB

circa 6 mesi fa - Link

Scrivere un pezzo sui galantuomini oggi sarebbe il vero scoop. Anzi giornalismo investigativo.

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Sisto

circa 6 mesi fa - Link

Faccio il mini-blogger anch'io allora.

Il prof. Ubigli sul penultimo numero dell'Assaggiatore (Onav) e il prof. Scienza sull'ultimo numero di Vitae (Ais) hanno finalmente certificato definitivamente quanto segue:
1) il termine "minerale", nell'assaggio di un vino, è ambiguo , non condiviso/codificato a livello internazionale/normativo. La causa è da ricercare nel semplice fatto che, a differenza di "fruttato" o "vegetale" , non risponde ai criteri dell'analisi sensoriale per essere un descrittore (di I livello) consistente
2) la cosiddetta e presunta "mineralità", qualsiasi cosa voglia dire (e non c'è assolutamente convergenza e uniformità di giudizio in tal senso) non ha nulla a che vedere con il suolo nel quale cresce la vite. Anzi: spesso e volentieri è indice di difetto o comunque è la risultante delle trasformazioni e combinazioni insite nel modello produttivo, altro che terroir (anch'esso figura mitica, sicuramente influente ma assai meno rilevante delle modalità di lavorazione).

Sulla sua testata giornalistica, Cernilli subito dopo ha dichiarato che non utilizzerà più (né lui né la sua squadra) il termine minerale (almeno nell'accezione generica e quindi errata) nelle schede.

Su questo blog, molto più umilmente, avevo anch'io a suo tempo fatto simili osservazioni dei 2 illustri cattedratici italiani.

Ora: riusciranno finalmente i sommelier (in primis i relatori ed esaminatori degli stessi) delle varie associazioni (ora sono in 5 o 6 se non erro) a piantarla di far ridere la gente tirando fuori castronerie sia della 1a) che, soprattutto, della 2a) categoria? Perché questi non vanno a vaneggiare così davanti a dei ricercatori universitari nella materia?

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Marco M.

circa 5 mesi fa - Link

"Parliamo di vino..." sì certo, d'accordissimo... e allora facciamolo subito, a partire dal prossimo argomento che sarà pubblicato su questo blog, come sui tanti altri dedicati al vino. Ma -dubbio filosofico- come ne parliamo? Forse non è così facile: perché un articolo o un'opinione non sia o non appaia come una "marchetta" a favore di tizio o caio, bisognerebbe ogni volta chiarire il comprovato livello di cultura enologica di chi scrive, su quali elementi obiettivi si fonda la sua opinione, a quale scala di valori noti e condivisi fa riferimento... e così via. Il vino però come sappiamo -come tantissimi altri alimenti- presenta non soltanto dati oggettivi e in qualche modo misurabili, ma una notevolissima varietà di caratteristiche e di valori del tutto soggettivi e non certificabili. Ed è anche per questo -per questo innegabile dato di fatto- che finiscono inevitabilmente per avere spazio i "furbetti del bloggerino", come per altro esistono i furbetti del giornalino, della televisioncina , di internet e così via, proprio come i famigerati "furbetti del quartierino". Recentissimamente lo ha ampiamente dimostrato Report, in un servizio sui cosiddetti "chef stellati". La conclusione -valida da sempre nella maggioranza dei casi- è che il cane abbaia quando il padrone ha un osso da buttargli. E perciò il consumatore informato e di buon gusto dedichi pure la sua giusta attenzione al cane che abbaia, ma poi , con il suo portafoglio, continui serenamente a fare quello che gli pare, ben sapendo che in fatto di vino non esiste il Vangelo. E se anche esistesse, mai dimenticare che nemmeno Gesù Cristo è riuscito a convincere tutti.

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