Della sbronza e di altri giochi pericolosi

Della sbronza e di altri giochi pericolosi

di Federica Benazizi

Bere è un po’ come giocare.

Nessuno ci obbliga a farlo (anche dopo quella sbronza assurda che ci siamo presi la settimana scorsa in cui avevamo solennemente giurato di non bere più, almeno per un mese).

Di solito beviamo solamente in alcuni contesti spazio-temporali (durante il tempo libero, la sera, quando si festeggia) e evitiamo deliberatamente di bere in altri (sul posto di lavoro, durante una visita al museo di Storia Contemporanea, alla guida, appena svegli).

L’attività di bere è affascinante proprio perché i suoi sviluppi contengono un potenziale di incertezza che può andare da 0 (dove non succede niente di interessante) a infinito (un verbale di 120 euro per ubriachezza molesta, essere svegliati il giorno dopo da persone sconosciute che ci hanno preparato la colazione, perdere i propri documenti, portafogli o indumenti intimi, cadere nel Tevere e essere salvati da un passante).

Si potrebbe considerate il bere (erroneamente) un’attività inutile/improduttiva perché non configura un guadagno in termini economici (semmai una perdita) ma i suoi fan lamenterebbero l’ingiustizia perché non solo le attività inutili sono indispensabili a evitare all’uomo la follia precoce, ma anche perché il bere, ci permette di sperimentare con noi stessi, attraverso i nostri sensi, delle sensazioni uniche non quantificabili in termini economici.

Inoltre, sotto l’effetto dell’alcol (o con il suo aiuto) qualunque altra esperienza ci colpisce in maniera diversa rispetto a come sarebbe avvenuto se fossimo stati al 100% sobri.

Quando beviamo proprio perché siamo coscienti (almeno in parte) degli effetti potenzialmente mortali che l’alcol ha su di noi, assoggettiamo il bere (o almeno ci proviamo) ad una lista (pressocché infinita) di regole prestabilite (più o meno bislacche).

  • – Non bere “troppo”.
  • – Bere solo in compagnia.
  • – Cominciare con una cosa leggera  e salire pian piano di grado alcolico.
  • – Bere solo cose a cui siamo abituati e che siamo (almeno in teoria) in grado di reggere.
  • – Non bere a stomaco vuoto.

Le regole del gioco possono essere davvero numerosissime. Se osserviamo quelle applicate al consumo del vino, storicamente, notiamo che alcune di esse non sono più valide e altre invece sono sopravvissute. I greci annacquavano il vino con cura, prima di consumarlo durante i simposi per raffreddarlo ma anche per posticipare il momento in cui i partecipanti avrebbero cominciato a sbiascicare. Duemila anni dopo, come testimonia ‘na gita ai castelli (1926) di Franco Silvestri, meglio nota come “Nannì” servire del vino annacquato costituiva un reato paragonabile all’omicidio.

Nelle corti medievali sembra che il coppiere fosse un funzionario di alto rango, un Master of Ceremonies,  che doveva scegliere e versare il vino seguendo una certa etichetta che, tra l’altro, dettava i tempi in cui il banchetto si sarebbe svolto, naturalmente evitando che il suo signore fosse avvelenato nel frattempo. Oggi Il prestigio legato al ruolo del Sommelier è in declino e nella stragrande maggioranza dei luoghi in cui si serve vino pur osservando una certa etichetta formale (attraverso la quale si mira  captare una clientela raffinata) il Sommelier medio agisce in una logica di upselling e non sceglie quasi un bel niente.

Quello che ricaviamo da ciò è che non solo l’uomo è stato super-ingegnoso nell’inventare un sistema di regole e ruoli con lo scopo di sbronzarsi in maniera controllata ma anche che ha cercato di  normare un mondo con una logica altra (e spesso capovolta) rispetto al mondo “reale”, quello dell’utile e del necessario, della razionalità, della sobrietà.

Un mondo in cui troviamo finalmente il coraggio di dire al nostro ex storico che il vero motivo per cui lo abbiamo lasciato è che non sopportavamo ci impedisse di tenere il formaggio nel frigo. Un mondo in cui compiamo atti quali imbrattare i bagni del locale dove abbiamo lavorato per 3 anni con insulti che non sapevamo essere in grado di formulare. Un mondo in cui convinciamo una turista ucraina che siamo senza fissa dimora e, stimolando il suo istinto da crocerossina, finiamo per copularci in maniera brutale salvo scoprire il giorno dopo che i nostri amici l’avevano affettuosamente soprannominata Chernobyl.

Un mondo in cui succedono cose che, se siamo andati fino in fondo, il giorno dopo non ricorderemo nemmeno e/o comunque da cui ci potremmo dissociare semplicemente affermando che eravamo affetti da una speciale incapacità di intendere e di volere di natura transitoria.

  • – Che cosa diavolo hai fatto?
  • – Scusami, ero ubriaca.
  • – Ah vabbè.

Ed è probabile che anche nei casi più gravi riceveremo un’assoluzione immediata.

Nel 1958, il sociologo francese Roger Caillois scrive i “Giochi e gli uomini: la maschera e la vertigine”, con l’intento di approfondire l’idea di una sociologia dei giochi.

Caillois utilizza 6 aggettivi per definire quale attività umana è “gioco”:

  • – Libera (il giocatore non può essere obbligato)
  • – Separata (circoscritta nel tempo e nello spazio)
  • – Incerta (svolgimento e risultato non possono essere determinati in anticipo)
  • – Improduttiva (non crea né beni, né ricchezza)
  • – Regolata (sottoposta a convenzioni che sospendono le leggi ordinarie per tutta la durata del gioco)
  • – Fittizia (basata sulla consapevolezza di una diversa realtà rispetto alla vita ordinaria)

E’ sorprendente come questi termini se applicati al bere, siano sufficienti a svelare la sua dimensione di gioco sociale. Ma andiamo oltre, quello che si cerca di sostenere qui è che giocando a bere l’uomo in realtà gioca, senz’altro con i suoi simili e con la realtà che lo circonda, ma prima di tutto egli gioca con se stesso.

Caillois va oltre e si inventa 4 categorie (modalità) di gioco. Non vi sarà mai venuto in mente ma ogni volta che avete cominciato a bere vi siete addentrati sempre di più nella quarta categoria, aka la tana del bianconiglio. Avete di fatto giocato a un gioco di vertigine.

Un’ultima specie di giochi comprende quelli che si basano sulla ricerca della vertigine e consistono in un tentativo di distruggere per un attimo la stabilità della percezione e a far subire alla coscienza lucida, una sorta di voluttuoso panico. In tutti i casi, si tratta di accedere a una specie di spasmo, di trance o smarrimento che annulla la realtà con vertiginosa precipitazione.

Les Jeux et les hommes: le masque et le vertige  (1958), p.40

Avete presente la tipica scena di un film americano in cui un tipo si sta per gettare da un ponte?

Di solito prima scavalca il cornicione. Gli occhi fissi sul precipizio, ipnotizzati dalla profondità dell’abisso e il tempo, per noi che lo guardiamo e forse anche per lui, sembra quasi fermarsi talmente è ininfluente ora che sta per esaurirsi definitivamente. Di solito nella fiction, il nostro personaggio spende da qualche minuto a qualche ora appollaiato sul limite che lo separa dal vuoto prima di prendere la decisione finale di saltare giù.

Poi arriva un tizio che passava di là e a cui va di fare l’eroe. Lo sorprende alle spalle agguantandogli un lembo della camicia. Giusto in tempo lo salva dalla forza di gravità. Lo immobilizza a terra con una manovra di sottomissione che aveva visto in tv su WWE. L’uomo è salvo, almeno per ora, e i programmi di wrestling sempre più celebri.

Pensate a salvare così un tipo da una sbornia.

Ma perché ci si sbronza? Perché ci si concede consapevolmente quel bicchiere di troppo, saltando volontariamente e premeditatamente giù dal cornicione? I latini dicevano in vino veritas e avevano ragione. In effetti quando siamo ubriachi ci sentiamo diversi, ma siamo in realtà semplicemente noi stessi, solo senza filtri. E inebriandoci, contrariamente a ciò che si pensa, non giochiamo affatto a sentirci diversi quanto un filino più autentici.

 Quand je me joue à ma chatte, qui sait si elle passe son temps de moi plus que je ne fais d’elle?

MontaigneEssais  (1580)

11 Commenti

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Marco Prato – il Fummelier®

circa 5 mesi fa - Link

Nulla da aggiungere, ha scritto tutto Madame Benazizi; al massimo una considerazione personale: odio chi si sbronza, e considero sempre l’essere ubriachi, una aggravante alle azioni commesse, mai un’attenuante.

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Paolo A.

circa 5 mesi fa - Link

Romani e Greci allungavano il vino soprattutto perché con tutte le schifezze che ci mettevano dentro (resine, miele, acqua salmastra) berlo puro era praticamente impossibile!

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Gigi

circa 5 mesi fa - Link

I post più ironici e creativi del blog sono ormai scritti da donne, mentre gli uomini sono relegati ai post tecnici. Evoluzione interessante che mi fa sperare in un futuro imprevedibile e tendenzialmente migliore. Federica, se il tuo ex ti impediva di tenere il formaggio in frigo, credo che potrei cambiare orientamento e fidanzarmici. Mi passi il contatto?

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FEDERICA BENAZIZI

circa 5 mesi fa - Link

ahaha. Comunque sì , ora, a posteriori ho capito che il formaggio nel frigo devi tenere incellofanato. Il contatto non te lo passo perché ti voglio bene. a Paolo, ci sarebbe una ricerca da fare (e mi riprometto di farla) sulle robe che mettevano i romani (e non solo) nel vino. E su tutti gli usi e costumi del passato legati al vino. a Marco, la differenza tra sobrio e sbronzo è labile...Quando sei brillo e felice ma non ancora "lercio" sei tuttavia sbronzo. Disclaimer: in questo articolo non si ineggia in alcun modo alla sbronza

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Paolo A.

circa 5 mesi fa - Link

Perdonami, ma chiudere il formaggio nel cellophan è l'errore peggiore che si possa fare. Il formaggio va fatto respirare, nella plastica soffoca, svilupperà muffe tossiche e dopo un paio di giorni saprà solo di plastica (e di muffa).

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FEDERICA BENAZIZI

circa 5 mesi fa - Link

Questa cosa delle muffe tossiche non la sapevo. Cavolo, allora l'unica soluzione è quella di avere un frigo a parte per i formaggi. Ma dai se penso a quante persone chiudono il formaggio nella pellicola, mi sa che tocca diffondere! Ma sono solo tossiche o possono avere un effetto stimolante dell'attività onirica? https://jezebel.com/night-cheese-interrupted-whats-the-truth-behind-chee-1460283011

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Marco Prato – il Fummelier®

circa 5 mesi fa - Link

Allora fatemi capire. - il formaggio non va conservato in frigo - il formaggio non va incellophanato né chiuso in contenitori, va fatto respirare Al che mi soggiungono alcune considerazioni e donande: - d’estate o comunque con temperature alte, il formaggio non lo metto in frigo, non lo chiudo in contenitore, lo lascio a temperatura ambiente, scoperto, ok: e penso...provo e dopo tre giorni controllo quali e quante nuove creature spaventose si siano materializzate; chissà, dopo una settimana potrei anche giocare a scala quaranta con il nuovo amico che nel frattempo sarà diventato maggiorenne! - i negozi, anche le gastronomofighetterie, ed i supermercati allora ci vendono SOLO formaggi con muffe tossiche, perché io li vedo confezionati SOLO con pellicola trasparente o comunque SIGILLATI e non “all’aria” e tutti i negozi che ho visitato in questi decenni di vita li conservano in frigo...che barbari!!! E che delinquenti visto che pellicola e frigo creano mostri tossici. Mah, potrei andare avanti a lungo ma è sufficiente così. Io continuerò a tener protetti i formaggi (e non solo quelli, ma tutto il cibo) e a riporli in frigo portando quanto voglio mangiare a temperatura ambiente un pò prima. Liberi tutti gli altri di conservarlo, farlo sudare e squagliare, fargli subire alte temperature ambientali e poi dire che così è buono mentre in frigo è diventato tossico. Però che strano, io sono FELICE di essere nato in un momento storico in cui esiste l’acqua corrente, la penicillina, lo scarico del wc e le fognature, nonché frigorifero e congelatore...da quando esiste la refrigerazione per la conservazione degli alimenti, la razza umana si è ammalata di meno e ha evitato di mangiare cibo putrido. Magari sbaglio.

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Paolo A.

circa 5 mesi fa - Link

Dove avrei scritto che il formaggio (soprattutto quello fresco) non va messo in frigo? Per quelli stagionati (soprattuto a pasta dura) il frigo non è indicato perché li asciuga (credo che tutti abbiano esperienza di pezzi di parmigiano che col tempo diventato marmorei). Al posto della plastica (nel frigo) basta usare carta porosa o stoffe, che permettano al formaggio di respirare. I preincartati al supermercato sono ovviamente da mettere nella plastica per ragioni igieniche, in quanto vengono manipolati direttamente dalla clientela. Per quanto riguarda i negozi e i banchi formaggi nei negozi, almeno dalle mie parti, il formaggio viene messo nella carta ad uso alimentare, mai nella plastica. Poi ognuno faccia quel che vuole, questo è chiaro.

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Marco Prato – il Fummelier®

circa 5 mesi fa - Link

Nessuno ha mai parlato di formaggio fresco...né di stagionato, né a 60 o a 90 gg. Nemmeno Madame Benazizi nel suo articolo. E comunque parmigiano o pecorino (o qualunque altro) stagionato lasciato in cucina a sudare ad “aromatizzare” l’ambiente continuo a vederla come una peculiarità. Se io entrassi in una casa e sentissi ovunque odore di formaggio, non ne trarrei una bella impressione, e di certo non mangerei un formaggio lasciato chissà da quanti giorni all’aria e agli insetti (visto che deve “respirare”). Ma tutti siamo d’accordo, ognuno faccia quel che vuole con il “suo formaggio” 😅 Ps: non son contrario di base a quanto è stato affermato, ma a meno di non aver la fortuna di vivere in una casa con cantina fresca e a temperatura ed umidità controllate, bisogna per forza giungere a compromessi. Se Paolo A. ha una bella cantina ove conservare formaggi e salumi è ovvio nonché giusto che esprima tali idee. Ma io guardo alla maggioranza di noi che la cantina non ce l’ha 🤔

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Cristian Di cicco

circa 5 mesi fa - Link

carino questo post.. mi ha dato molti spunti per pensare a quello che succede a molti ragazzi (giovani) che bevono solo allo scopo di ubriacarsi e far baldoria, non che l abbia fatto anch io alla mia età come tutti del resto, ma crescendo si diventa più saggi ed ecco che il gin Lemon, la vodka redbull e altre diavolerie da discoteca diventano bevute da strappalacrime di sassicaia ornellaia brunelli vari o grandi Barolo.. e pensare che se il vino potesse avere lo stesso identico sapore senza avere una gradazione alcolica probabilmente sarebbe molto meglio e il consumo salirebbe a dismisura.. cmq senza dilungarmi troppo viva il dio Bacco e tutto quello che ne consegue, bere con moderazione ma bere bene, perché il vino è gioia per la mente, il palato è il cuore... un saluto a tutti

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Gigi

circa 5 mesi fa - Link

Secondo me sul formaggio l'abbiamo presa troppo sul serio; il post di Federica era ironico e tale il principio della discussione casearia. A me faceva ridere l'idea di non mettere i formaggi in frigo, perché me li immaginavo infilati nel cassetto del comodino. In ogni caso, se non si ha disponibilità di una cantina fresca e sotterranea, e non si è disposti a cambiare casa per tale validissimo motivo, il consiglio è di tenere il formaggio nella carta da forno.

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