Sa Defenza, giorni di difesa e resistenza

Sa Defenza, giorni di difesa e resistenza

di Nicola Cereda

“Broken bottles, Broken plates, Broken switches, Broken gates, Broken dishes, Broken parts, Streets are filled with Broken hearts, Broken words never meant to be spoken/ Everything is Broken” (Bob Dylan – Everything is Broken)

L’altra notte mentre ero sveglio, al buio, ho sentito un rumore. Come se un pezzo di intonaco si fosse staccato dal muro cadendo sul pavimento. Almeno così ho pensato. Mi sono alzato come ogni mattina anticipando la sveglia, vestendomi senza accendere la luce per non vedere. Ci sono momenti in cui pare che vada tutto a pezzi. E’ la congiura degli oggetti: il lavabo gocciola, il ferro da stiro fa acqua da tutte le parti, le tenebre avvolgono il frigorifero, un galleggiante vaga alla deriva nel serbatoio dell’auto, l’aspirapolvere è spirata, la lavatrice macchia il bucato e una cesta col coperchio rotto trabocca di panni sporchi. Le cose che si rompono mi inquietano fino a destabilizzarmi. Risvegliano le mie più recondite insicurezze. D’accordo, si dovrebbe bere quando si sta bene e non per stare bene, ma in certe situazioni serve un pieno di certezze.

Il risotto, specialità della casa, è quasi pronto e non posso attardarmi in cantina tra le etichette. Afferro d’istinto una bottiglia di igt Isola dei NuraghiLe Tre Vigne” 2016 di Sa Defenza (“la difesa” in lingua sarda) azienda agricola a conduzione famigliare situata a Donori, un paesino di duemila anime alle porte di Cagliari (e a due ore e mezza d’auto da Mamoiada, terra santa del cannonau). Ricordo che  durante l’assaggio faccia-a-faccia nel contesto di una fiera milanese, il vignaiolo Pietro Marchi aveva pronunciato la magica sequenza di sillabe “a-gri-col-tu-ra-si-ner-gi-ca” e il mio cervello-drone se n’era andato per i fatti suoi, seguendo i richiami di Masanobu Fukuoka e della filosofia del non fare,  in volo ideale sopra l’orto del mio vicino new age, in stato di totale abbandono. Per la verità non tutti gli assaggi mi avevano convinto fino a quel momento.

Ad un certo punto “AB-Normal” era ricaduto di peso nella mia volta cranica preso all’amo da una squisita bevanda idroalcolica che fluiva veloce dal vetro alla bocca fino al sistema nervoso con lo stesso effetto di un linimento per l’anima. “La nostra lavorazione è completamente naturale. Le viti, sviluppandosi in sinergia con la macchia mediterranea e le erbe spontanee, imparano a difendersi in maniera  autonoma”. Resa di quaranta quintali/ettaro per ottomila bottiglie prodotte in regime di certificazione biologica. Nel 2016 (annata in questione) due soli trattamenti a base di zolfo, vinificazione in acciaio senza utilizzo di lieviti selezionati, nessuna filtrazione, stabilizzazione o chiarifica. Solforosa totale all’imbottigliamento inferiore a 40mg/l. Poco meno di un euro, franco cantina, per ogni grado alcolico.

“Tre Vigne” indica, come è facile comprendere, tre appezzamenti diversi e nel caso specifico l’assemblaggio di tre varietà: cannonau dal vigneto più esteso e poi, in quote minoritarie, bovale sardo e syrah. Syrah? Ma perché un vitigno internazionale anche qui tra i nuraghi? La risposta è tutta nel limpido bicchiere rosso rubino scarico. Nell’istantanea scattata un attimo prima del calcio d’inizio, more, bacche di mirto, gelso nero ed erbe aromatiche stanno in piedi a petto in fuori e braccia conserte mentre accosciati si notano il pepe, la noce moscata e la cannella, in piacevole assonanza col risotto alla zucca e luganega già fumante nei piatti. Un vino che ricorda un suk di frutta e spezie, pieno quanto un uovo sodo e lieve come una farfalla. La frazione alcolica è importante ma l’acidità, esuberante compagna di cordata, si sporge dalla parte opposta evitando un rovinoso scivolone.

Sa Defenza e le Tre Vigne: lo schema della ‘difesa a tre’ regge bene gli attacchi della congiura degli oggetti, rilanciando come una piccola iniezione di fiducia, come gocce di loctite tra i cocci. Qualcuno ha detto che non si beve per dimenticare quanto piuttosto per ricordare. Ecco, una bottiglia come questa di certo non aggiusta le cose, ma può aiutarci a ricordare che a quasi tutto c’è rimedio. E se rimedio non c’è, diceva il filosofo, che senso ha preoccuparsene?

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Nicola Cereda

Brianzolo. Cantante e chitarrista dei Circo Fantasma col blues nell'anima, il jazz nel cervello, il rock'n'roll nel cuore, il folk nella memoria e il punk nelle mani. Co-fondatore di Ex-New Centro di arte contemporanea. Project Manager presso una multinazionale di telecomunicazioni. Runner per non morire. Bevo vino con la passione dell’autodidatta e senza un preciso scopo. Ne scrivo per non dimenticare e per liberarmi dai fantasmi delle bottiglie vuote.

3 Commenti

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Sancho P

circa 1 anno fa - Link

Maledetti rossi sardi. Sempre a bere nebbiolo, pinot noir e sangiovese(quest'ultimo quasi per dovere), poi basta un "cannone" per riportarti con i piedi per terra e alla goduria primordiale. Io voto cannonau classico Berritta. Comunque Sa defenza andrò a cercarlo. Se qualcuno a Roma lo vende, lo trovo.

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marco

circa 1 anno fa - Link

Be' nebbiolo e pinot nero per dovere... insomma... però 100% d'accordo che ci sono tantissimi cannonau splendidi e a prezzi ancora abbordabilissimi

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Sancho P

circa 1 anno fa - Link

Quando leggo di un cannonau che non conosco, lo vado a cercare sempre con piacere. Probabilmente non con lo stessa foga con cui anni fa ordinai direttamente Montisci e Mereu, che a Roma non conosceva quasi nessuno, a parte un noto ristorante in via XX Settembre, ma come dici tu, con la certezza che a prezzi potabili si finisca con bere bene. Poi, il nebbiolo in tutte le sue declinazioni, lo bevo per puro piacere. Adoro la capacità unica di questo vitigno di saper interpretare il dettaglio, di leggere le sfumature del territorio e di trasmetterle nel bicchiere. Bere un vecchio Brunate(di Marcarini rigorosamente), un Rocche di Castiglione, un Vigna Rionda, un Asili o un Santo Stefano, Osso a Gattinara, è una lezione universitaria per i sensi.

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