Bonny Doon Vineyard | Dici California e io penso ai vini del grande Randall Grahm

di Danilo Ingannamorte

Il mondo del vino è pieno di personaggi carismatici ma uno come Randall Grahm – proprietario di Bonny Doon Vineyard, Santa Cruz (California) – non l’avevo mai incontrato. Un concentrato di serenità, ambizione e modestia senza paragoni. Parla di vino ma se citasse Zarathustra o intonasse Hey hey, my my di Neil Young imbracciando la chitarra cambierebbe poco.

Incontrare una Twitterstar come lui* (oltre 300.000 followers, non so se mi spiego) è una svolta. A capo di un’azienda di grandi dimensioni e di successo, all’inizio del nuovo millennio Randall decide di cambiare impostazione. Il confronto con gli amati vini europei (francesi in primis) lo frustra e lo spinge ad abbracciare l’idea di una natura che si fa vino grazie all’uomo. Con piglio filosofico comincia ad approfondire il concetto di terroir che ancora oggi ispira le sue scelte drastiche. Senza andarci leggero, vende oltre due terzi delle sue proprietà e si concentra solo su varietà della Francia meridionale e su vitigni minori soprattutto italiani (freisa, dolcetto, nebbiolo). Converte il regime agronomico alla biodinamica, abbandona qualsiasi pratica non europea come l’irrigazione (le due cose possono convivere oggi in California, ci ha assicurato lui stesso: campi irrigati d’estate e cosparsi di cornoletame in autunno! Ah, l’America…), e inizia sperimentazioni a 360 gradi tutte indirizzate ad un’unica meta: produrre vini di terroir in California. Il coraggio non manca ma a colpire davvero è il disinteresse per il risultato. Randall è consapevole che qualcosa sta iniziando ma le incognite sono molte e la tempistica di un risultato certo latita. L’importante però è iniziare, la bussola delle tradizioni vinicole europee può portare a realizzare il sogno dell’invenzione di un nuovo terroir. E’ così che attualmente la grenache di Bonny Doon non è più piantata con barbatelle innestate bensì direttamente con piante a piede franco ricavate direttamente dai semi di altre piante in loco, al fine di creare più biodiversità e quindi in futuro più complessità possibile. E’ così che alcune partite vengono vinificate in damigiane di vetro in cui si fa una sorta di batonnage con un magnete esterno che ne muove uno interno inserito prima di chiuderle. Tappi di sughero? Semplicemente obsoleti: meglio la riduzione che conferisce più complessità e rallenta l’invecchiamento. E sono sicuro che se andassimo in visita ne scopriremmo altrettanti di esperimenti di questo tenore.

In batteria, tanti vini degustati: si inizia con un bianco da uve roussanne e marsanne, Sophiste 1992, convincente per mineralità ed eleganza del legno. Poi avanti con due syrah a confronto, Bien Nacido 2000 e 2005, due mondi agli antipodi: sottile e borgognone il primo, concentrato e mediterraneo il secondo. Si parte quindi con varie annate del Cigare Volant, il vino di punta ispirato allo Châteauneuf du Pape. Una coppia di 2007 vinificati rispettivamente in tonneaux e fusti neutri di legno – più espressivo il primo, con più carattere il secondo. Senza soluzione di continuità si procede con una seconda coppia del 2008: uno frutto di tradizionale blend tra diversi legni e un secondo esperimento ancora in corso di vinificazione in damigiana, dove però un forte aroma caseario prende il sopravvento. Infine, sempre Cigare Volant di tre annate: 2005, 2003 e 2001. Tutti stupiscono per eleganza e spalla acida. Il 2005 in particolare brilla per completezza, virilità e personalità. Si chiude con un confronto tra il Contra 2009 e l’Old Telegram 1991: il primo una cuvée di varie uve del sud della Francia, il secondo mourvedre in purezza. L’ultimo confronto tra due mondi, questa volta didascalicamente divisi tra passato e futuro.

Purtroppo mancavano all’appello i vini da uve italiane. Freisa e Dolcetto non saranno più prodotti mentre Grahm insisterà con il nebbiolo Ca’ del Solo. Ci sorprende in “zona Cesarini” confessando il suo attuale interesse per il ruchè e il rossese. Ne vedremo delle belle. Quello che per ora è certo è che i vini di Bonny Doon Vineyard hanno ben poco a che fare con la California che mi sono sgargarozzato finora. E se mi chiedete cosa lo distingue da tutti gli altri produttori che ho conosciuto, vi risponderò senza esitare: “Randall Grahm? He rocks!”

* La degustazione-conferenza di lunedì 14 febbraio al ristorante Ratanà di Milano è stata organizzata con la collaborazione di Chiara Martinotti (Cascina Gilli), Vittorio Rusinà aka Tirebouchon e e Sara Porro

[Immagine: Decanter]

24 Commenti

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gian paolo

circa 11 anni fa - Link

I vini americani mi hanno sempre affascinato;preferivo quelli di napa,anche se dopo una visita tanti anni fa, mi sono spostato su AVA minori.Ricordo un magnifico Qupe syrah 98 Santa barbara county bien Nacido reserve...magnifico anchge nel prezzo.Altro aspetto dei vini americani costano una botte tanto per rimanere in tema e spesso sono astringenti come pochi.Proverò a cercare questi vini per vedere se i miei ricordi sono ancora freschi.ciao Gian Paolo P.S. per gli amanti del genere, un amico/conoscente lavora in una nuova zona ,la foothills della Sierra Nevada e parla molto bene della qualità dei suoi vini; conoscendo le sue qualità un giro prima o poi ce lo faccio

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Massimiliano Montes

circa 11 anni fa - Link

Sarei curioso di sapere cosa pensano gli altri viticultori che abitualmente commentano su Intravino. Siamo passati dalla difesa delle langhe e dei vini italiani a pubblicizzare (perchè di pubblicità si tratta) mediocri vini californiani. Atteggiamento schizofrenico di intravino.

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Jacopo Cossater

circa 11 anni fa - Link

Il bello di Intravino è il saper raccontare di quello che ci succede intorno con occhi sempre piuttosto disincantati. Noi non siamo qui a difendere le Langhe o chissà quale altro territorio, ma a scrivere di quello che ci piace. Sono due posizioni molto diverse. Se poi i vini di Randall Grahm siano mediocri non lo posso sapere, ma ho certamente apprezzato la possibilità di conoscere un'altra California.

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gian paolo

circa 11 anni fa - Link

io ho avuto la fortuna di bere ottimi vini californiani - a gratis :) :)- e ciofeche improponibili....diciamo solo che è stato un percorso,il mio intrapreso una quindicina di anni fa andando in giro per cantine e assaggiare. quello che ho sempre trovato è che loro si sanno vendere meglio.Vedi anche come si sono organizzati per il turismo del vino. ciao GP

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tirebouchon

circa 11 anni fa - Link

Davvero una grande opportunità avere Randall Grahm in Italia, per me è stato l'avverarsi di un sogno e l'inizio di una, spero lunga, amicizia. Grazie Danilo per aver creduto al meeting e per le parole che hai scritto!

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tirebouchon

circa 11 anni fa - Link

prima assaggiare poi parlare...cit. non è pubblicità

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Danilo Ingannamorte

circa 11 anni fa - Link

Sì beh effettivamente, il porsche che mi ha regalato Randall è un po' vistoso...la prossima volta gli faccio mandare i soldi sul conto in svizzera...:)

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Nelle Nuvole

circa 11 anni fa - Link

Non ritengo che si tratti di pubblicità, ma di ampliare la nostra conoscenza. E per farlo bisogna per forza citare nomi, etichette, produzioni. Tutto quello che "fa" vino é il benvenuto, anche le voci discordanti. Confrontarsi con altre realtà é di tutto beneficio. Così come esprimere la nostra opinione.

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Annalisa

circa 11 anni fa - Link

Non ho capito la questione della vinificazione in damigiana, no al sughero e sì alla riduzione..... A cosa servono e perché? Non inizia un po' a stancare il marketing del "famolo strano"? Perchè non basta più fare il vino come un bravo artigiano e basta?

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Sara Porro

circa 11 anni fa - Link

Ah, quindi è stato deciso come si fa il vino una volta per tutte? Non ne avevo idea. Randall Grahm è stato in passato un produttore di vino anche "commerciale", da centinaia di migliaia di bottiglie, e credo che, grazie ai buoni successi di quegli anni, sia approdato ad un livello di serenità economica che, unito alla sua insaziabile curiosità, gli permette di intraprendere un gran numero di esperimenti. Che detto così sembra una bizzarria da milionario eccentrico, però gli esperimenti sulla produzione si chiamano anche in un altro modo: cioè fare ricerca. Molti di questi tentativi sono andati a vuoto, come accade necessariamente quando si mappano territori inesplorati, altre cose sono invece molto interessanti: Randall è ad esempio un convinto fautore dei tappi a vite e non di sughero anche per i vini che prevedono lunghe maturazioni, una posizione che in Europa continua a suonare come eretica. Le bottiglie che abbiamo assaggiato - per la mia soggettiva limitata e di assaggiatore inesperto - non sembrano però dargli torto.

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Danilo Ingannamorte

circa 11 anni fa - Link

In realtà Randall è proprio l'esempio opposto al "famolo strano", in quanto le sue sperimentazioni sono piuttosto delle riedizioni di vecchie pratiche tradizionali europee (come la damigiana) e anche perchè rifiuta trattamenti tecnologici che qui sono bestemmie ma che in america sono pratica usuale. Per questo e per la sua scelta di vendere buona parte dei suoi vigneti, il suo percorso è di avvicinamento all'artigianalità e non il contrario. I risultati possono essere discutibili, ma sicuramente non relegati alla categoria "marketing". Il fatto è che nel Nuovo Mondo le tradizioni vinicole sono praticamente inesistenti se confrontate con le nostre e tutte le scelte fatte finora sono state più condizionate dal mercato. Gli esperimenti di Randall sono l'unico modo, forse, per fondare una tradizione, per creare un terroir. Per il sughero: la sua non è certo una scelta rivoluzionaria o particolarmente originale dato che è stata adottata da tempo ormai anche in italia e in francia, dove l'uso del sughero persiste spesso più per ragioni psicologiche che scientifiche. Tranne che per certi tipi di uve, infatti, sembra che l'invecchiamento dei vini in bottiglia sia totalmente indpendente dallo scambio di ossigeno che un tappo tradizionale può garantire. Naturalmente è un percorso di ricerca non del tutto compiuto, ma se si rivelasse vero potrebbe cambiare il mondo del vino come lo ha fatto la pratica di usare bottiglie di vetro. O forse riteniamo che sia meglio tornare alla resina e alle otri di pelle di montone? Quella sì che è tradizione!

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Annalisa

circa 11 anni fa - Link

Ma il dubbio nasce da cosa possa servire riportare in auge una pratica come la damigiana, se non per fare notizia. Come scrivi tu è cosa già nota e superata e di certo non crei una tradizione in America con questi mezzi. Cosa può servire se non come "gioco"? Sui vini da lungo invecchiamento è ancora da provare il discorso del tappo a vite, anche se è vero che in generale la resistenza è estetica anche i vini più giovani. @Sara: deciso come si fa il vino? Abbiamo alle spalle qualcosa come qualche migliaio di anni di sperimentazione. È vero che di strada se ne può ancora fare, ma qualcosina si è imparato. Ogni vignaiolo sa come si fa il vino, anche se ognuno ha il suo modo e il suo stile. Credi veramente che siano cose come la damigiana a fare la differenza? Perchè è stata abbandonata dai contadini? Hai pensato a quanto vino ci può stare in una damigiana? Qui non si parla di milioni di bottiglie, già faresti fatica a farne poche centinaia. Domanda numero due: come svini? Ecc..... È proprio la tecnica la cosa meno importante (basta che il sistema sia pratico e non danneggi o alteri la materia prima) ma è la capacità e la sensibilità di interpretare il proprio terroir a fare la vera differenza. Cosa serve allora tornare a un metodo poco pratico e di difficile gestione, se non a introdurre una nota di curiositá?

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armin kobler

circa 11 anni fa - Link

@sara: sarà che che in europa c'è una tradizione millenaria di fare il vino, ma le tradizioni in gran parte si dimenticano (quelle più antiche) e tante altre conoscenze vengono rifiutate dai posteri per essere riproposti qualche decennio più tardi e così via. tanto per fare un esempio: quando vent'anni fa ho cominciato a lavorare in campo enologico era in moda l'iperossigenazione spinta dei vini bianchi. senza quella pratica per un po' di anni non sembrava possibile fare vino di alto livello. qualche anno dopo al contrario si proponeva la protezione totale del mosto dall'ossigeno. presse e procedimenti protette con gran dispendio di denaro ed anche di energia. al momento, almeno di fronte ai generatori d'opinione, si cerca di minimizzare l'impatto tecnologico in cantina, ma sono sicuro che anche questa tendenza verrà superata prima o poi. per questo dico sempre agli enologi di cantina (esagerando un po'): non buttare mai via qualsiasi macchinario, tra qualche anno verrà riproposto!

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armin kobler

circa 11 anni fa - Link

circa alle damigiane, con cui ho trascorso un bel po' di anni vorrei aggiungere qualcosa: fare, e non solo tenere o trasportare, vino in damigiana è una pratica molto frequente in centri di sperimentazione viticola ed enologica dove si devono fare tanti vini (tra tesi e ripetizioni) e lo spazio e le quantità disponibili ridotte. http://moosmandl.macbay.de/2003-10-02_15-52-36.jpg Il vetro offre molti vantaggi nella (micro)vinificazione: si vede cosa succede, fanno passare il calore, sono leggere e sono disponibili in molte dimensioni (da 54 litri in giù fino a 5). ideali anche per chi vuole fare il vino in casa.

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Fabio Capurro

circa 11 anni fa - Link

Rilassiamoci..... si parla di vino...e che caspita!!!

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Massimiliano Montes

circa 11 anni fa - Link

Non volevo generare una polemica furiosa... mi dispiace :-) Soltanto considero la politica economica USA, in genere, una forma di neo-colonialismo. Loro fanno commercio con la forza bruta, non con le capacità e la qualità. Magari non sarà il caso di Grahm (anche se non credo: il giorno che volesse conquistare un mercato lo farebbe all"americana"). Io ho ammirato sinceramente l'attività di Aimée Guibert ad Aniane, che ha costruito una barriera di opinione pubblica poderosa contro il neocolonialismo USA. Giungendo a non far rieleggere un sindaco sospettato di avere intascato mazzette per consentire l'impianto di aziende USA. Non sono autarchico, Tomacelli, se i neozelandesi vogliono vendere i loro sauvignon di Marlborough ben venga, sono buonissimi; se i tedeschi vogliono vendere i loro riesling sono felice, è un piacevolissimo scambio culturale. Degli americani però ho sempre un pò di paura. Li vedo un pò come dei furbi hitler dei giorni nostri.

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michelangelo

circa 11 anni fa - Link

Hey Hey, my my Rock and Roll will never die!

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Marossi

circa 11 anni fa - Link

Premesso che mi sono fatto due risate grazie a chi pensa agli amerikani come a novelli Hitler, non capisco come l'impianto di nebbiolo negli States possa avere qualcosa a che vedere con la ricerca di un terroir. Fossi un milionario pazzarello ed eccentrico, come pare il signore in questione (dalle foto, ad occhio e croce il solito fricchettone formatosi culturalmente nel '68, cioè senza una solida cultura), sarei andato alla ricerca delle tracce dei primi vitigni "americani", e da lì sarei partito. Il resto è, mi pare, fuffa. Poi magari sono vini buoni o buonissimi, ma lascerei perdere i concetti filosofici impegnativi.

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