WSJ | L’alcol nel vino è come il grasso nella carne

di Antonio Tomacelli

Più che una sterzata, è stato un vero e proprio testa-coda. Finita l’era della coppia un filino valium Gaiter & Brecher, il Wall Street Journal ha messo alla guida delle pagine del vino un terzetto da urlo, chè avere Jay McInerney tra i collaboratori non è da tutti. Ma oggi non è di lui che voglio parlare ma della “quota rosa” (ok, in ginocchio sui ceci) Lettie Teague, una davvero tosta. Leggendo i suoi primi post mi è piaciuta molto la difesa a spada tratta dei vini “a nord dei 14 gradi“.

Hai presente quei vinelli tipo un certo Primitivo del quale si già parlato qui? Ecco proprio quel genere di vini che in America chiamano Zinfadel o Cabernet. Sono botte di vita che in genere i sommelier a modo non mettono in carta perchè troppo “sbilanciati” ma che alla Teague (e a me) fanno schizzare i neuroni. Vogliamo metterci anche qualche Pinonuar a 15 gradi centigradi o uno Châteauneuf-du-Papes tra i vini cosiddetti unbalanced? Mettiamoceli, perchè secondo la signorina (o signora) sono quelli che danno più soddisfazione. Ora tenetevi forte perchè spiego il motivo di tanto entusiasmo: l’alcol nel vino è “come il grasso per la carne”, dà sapore, sostanza e profumo.

A dirlo, ma sembra più una confessione, è il mitico Aldo Sohm, wine director del ristorante di New York Le Bernardin, non uno qualunque. Lettie Teague approva ed io pure: l’alcol è uno straordinario vettore di profumi e, se ben dominato da una discreta acidità, diventa piacere allo stato puro. Già, il piacere. Conoscete motivi migliori che vi spingono verso un buon bicchiere di vino?

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Antonio Tomacelli

Designer, gaudente, editore, ma solo una di queste attività gli riesce davvero bene. Fonda nel 2009 con Massimo Bernardi e Stefano Caffarri il blog Dissapore e, un anno dopo, Intravino e Spigoloso. Lascia il gruppo editoriale portandosi dietro Intravino e un manipolo di eroici bevitori. Classico esempio di migrante che, nato a Torino, va a cercar fortuna al sud, in Puglia. E il bello è che la trova.

3 Commenti

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Vignadelmar

circa 11 anni fa - Link

La Signora ha completamente ragione. In Osteria i cosiddetti vinoni, quei primitivi da 16, 17, 18, gradi alcolici si vendono come l'acqua perchè sono appaganti. . Certo non basta la sola gradazione alcolica a renderli così ricercati. Devono avere anche una struttura bilanciata, profumi netti ed una buona/ottima bevibilità.......qualità che non tutti i vinoni hanno..... . Ciao

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patrizio mengozzi

circa 11 anni fa - Link

Ohi?!? E dire che dalle mie parti, c'è certa gente che va a cercare il vino da 12 gradi e se vede un sangiovese da 15 dice "quello se lo beve chi l'ha fatto!". Contenti loro.... Quoto per intero la sig.ra Teague, Tomacelli e Vignadelmar. C'è un vino fatto in Romagna, a base Cabernet sauvignon (in Romagna :lol: :lol:) che è una bomba, equilibratissimo, pieno e con una notevole acidità che sostiene il tutto. Peccato che non se lo fili nessuno perchè esce con 15,5 in etichetta. Meglio così, che glielo compro tutto io, tanto più che si trova sotto i 20 euri.

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Eugenio Bucci

circa 11 anni fa - Link

Ed in effetti è qualche anno che mi pare che sia in atto una 'caccia all'alcool', con bottiglie impallinate come tordi appena varcano la soglia dei 14°(potevo scrivere anche 13° e forse ero più vicino alla realtà). Un macro-fattore: la legge sull'alcool. La quale legge (coi relativi palloncini e carabinieri cattivi) fa pensare alla gente che bere 2 bicchieri a 12,5° anziché a 15° possa avere un'incidenza rilevante sulla salvezza della propria patente il che è una baggianata bella e buona (basta fare due conti). Altro fattore quel 'qualcosa di nuovo nell'aria anzi d'antico' che il ritorno di una certa parte della critica e del pubblico (i due fattori sono invertibili e/o sovrapponibili) alla 'bevibilità', concetto per astruso se, come spesso accade, legato all'alcool. Siccome che sarebbero tutti stufi di vinoni sovralcolici e sovratannici, molli e smaganti come un Duplo lasciato al sole, si vuole un sano ritorno alle belle acidità di una volta e quelle strutture magre che vanno via come l'acqua. E siccome che per anni si è fatta una testa così ai produttori di abbassare le rese, di rischiare in vigna raccogliendo al massimo della maturità, di far soffrire la vigna come un cane, questi produttori ora sono un po' confusi. Confusi magari più dal mercato e dalla critica che dai loro prodotti. Produttori che si sentono dire appena letta l'etichetta "15,5°? Come? Dove? Quando? Perché?" e intanto pensano "Ma io ho solo raccolto l'uva matura". Produttori che fanno vini buonissimi e che alla cieca entusiasmano ma la cui etichetta pesa come un macigno. Ma forse io ragiono su zone che sono la serie B del vino, come la Romagna che deve fare solo sangiovesini scheletrici e aspri perché questo il mercato vuole. E forse ragiono su enotecari/ristoratori/giornalisti che fanno un ragionamento zoppo oppure hanno la testa piena di uno strano bisbiglio nell'aria: "Pochi gradi, pochi gradi..."

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