Vini affabili contro vini ineffuckbili

Vini affabili contro vini ineffuckbili

di Emanuele Giannone

I vini forbiti, famosi e ultrafini, diciamo ineffabili: basta. Non ne voglio più. Diciamo ineffabili perché la connotazione prende piede e fa très chic. Ecco: non ne voglio più parlare. Basta con l’effazione dell’ineffabile – già di suo una contraddizione in termini – mediante ardite figure di significato che finiscono in figuraccia. Io non effo più, voglio frequentare solo anonimi ignoti, sinceri, chiacchierabili e paesani. Gli ineffabili, lo riconosco, sono per i professionisti, quelli dotati dell’ardimento che manca all’amatore (semmai è il fegato a unirci): laddove l’ineffabile si annuncia senza compromettere la sua natura ermetica (cit.), loro sono gravati dell’obbligo professionale di sfasciare l’ermetismo e cimentarsi in enunciati che riusciranno, tertium non datur, in lirismi da memorable fancies o enteroclismi di memorable fluff. Delle due l’una: o ineffabile, o l’ineffuckbile.

Quindi, evviva les paysans e abbasso les seigneurs.

Negro Roto s.a. (2018), Bodegas y Viñedos Garay (La Palma del Condado, Huelva)
Assalám ‘alík è la pace sia con te nella variante locale d’epoca ispano-araba di as-salāmu ʿalaykum: da assalám ‘alík deriva zalema, il nome del vitigno che dà pace a tutti e pane a Mario Garay, oltreché l’unico capace in questa parte d’Andalusia di incontrare la fillossera ai primi del Novecento e uscirne con un buon pari. Variedad reina del Condado de Huelva, scrive Garay. In questa versione la regina è di un mondo a parte, ha presa, malia e voluttà aliene, una forma da Rihanna-Bubble; e il Nero Rotto è un magnifico ossidativo che affina un anno sotto la flor, quindi prodotto solo se l’annata ne favorisce lo sviluppo, per poi trascorrerne un altro di crianza oxidativa in rovere americano.

Naso di straordinaria intensità e grande concentrazione iniziale, sboccia gradualmente in fiori secchi (rosa), timo, lavanda, scorze d’agrumi disidratate, miele di castagno, frutta secca e tostata. Sorso di velluto e sale, avvolgente per le sensazioni tattili, trainante per freschezza e bevibilità fuori dal comune, nobilitato da un rancio accordato e sottile, di ampiezza e durata straordinarie nello sviluppo aromatico, lungo nel finale e ricco nel retrogusto. Oppure, come dice l’olofrastico Garay: indescriptible, lo tienes que probar. Solo 6-700 bottiglie e solo negli anni in cui la flor può florecer.

PS: di questo e di altri vini di Mario Garay aveva già parlato qui la mia fidanzata che è più sveglia di me.

Salento IGT Negroamaro Rosato 2018 Vallegna
Nella città bianca imparammo la regola aurea murgiana che vuole un etto di peso accumulato per ogni giorno trascorso in queste contrade. Alla regola si informano le gastronomie, una delle quali ci capitò a due passi di distanza dalla casa bianca della vacanza: lo spaccio aziendale (con forno e cucina) della sconosciuta Società Agricola Vallegna di Ostuni ha incrementato la nostra felicità e il nostro girovita. Oltre a preziosi manufatti in cereale macinato e acqua, pregiate cofane di rustici, melanzane haute couture e i trilogy di riso-patate-cozze in grande caratura, avevano pure i vini.

Provati due, piaciuti entrambi e il vincitore è lui: rosato sapido e carnoso dai profumi di arancia rossa, ribes rosso, confettura di rosa canina, lavanda, elicriso; ingresso di fanfara, schietto e spigliato, suona e tiene il ritmo per l’intera parata, la anima con un ampio repertorio di frutti e la chiude elegantemente con il finale sapido. Da un incontro casuale un matrimonio d’amore con le melanzane ripiene.

AOC Côtes de Duras “L’aimé Chai” 2015 Mouthes Le Bihan (Saint-Jean-de-Duras, Lot-et-Garonne. 70% merlot, 20% cabernet sauv., 10% côt/malbec)
Dalle propaggini sconosciute (almeno a me) e più periferiche di una celebratissima, conosciutissima zona, ecco un brioso e scanzonato taglio bordolese che del canone sussume pochi e buoni principi, derogando alla complessità e magnificando l’immediatezza. Risultato molto convincente: un vin de repas goloso, pieno e setoso che invoglia a colmare calici e piatti, con il merlot sorprendentemente composto, il cabernet sauvignon pimpante e il côt di conserva con quel tot di graffio e grana ad animar la festa.

Frutti neri, pimento, pepe e menta in ordine e bella evidenza. Asciutto e agile al palato, di presa gagliarda e sviluppo coinvolgente, preciso nei richiami fruttati e veemente, insistente, quasi struggente nell’invocazione alla tavola, a uno spezzatino con fagioli, a un pasticcio o una terrina di carne, alla trippa, a uno stufato con o senza fronzoli, a polenta e musetto o musetto e brovada, alle polpette col purè ma se non hai tempo, amico commensale, né cucinieri in servizio non incomodarti, basta un salto all’alimentari per una salsiccia, un salamino, due coppiette di Ariccia, due cosette da far veloci alla brace, quello che ti pare. Insomma: dagli da mangiare. Da viticoltura biologica certificata e conduzione biodinamica.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

2 Commenti

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thomas pennazzi

circa 2 mesi fa - Link

Giacobino ! Anzi, bretone!!

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Albert

circa 1 mese fa - Link

Ma è razzista il vino NegroRoto: cancelliamolo...!

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