Villa Diamante: è ancora il Fiano di Antoine Gaita?

Villa Diamante: è ancora il Fiano di Antoine Gaita?

di Simone Di Vito

Non è la prima volta che Intravino scrive di questa azienda, ma qui racconto la mia recentissima visita.

Villa Diamante è una piccola azienda, di soli 3 ettari e mezzo, situata a Montefredane, importante zona nel cuore della denominazione Fiano di Avellino. Conoscevo la fama dei loro vini, senza mai averli assaggiati, e ne ho sempre letto e sentito parlare bene, quel bene che tante volte ti fa dire “prima o poi ci vado”.

Il fiano è un vitigno importante, diffuso dal centro fino a tutto il sud Italia, che mi piace e che forse mi si addice pure: più “rustico” e vigoroso dell’acclamato fratello greco, più carismatico e caldo dell’altra varietà di zona, la coda di volpe (altro vitigno di cui si potrebbe parlare a lungo). Nel momento in cui l’amico Sergio mi aveva proposto un giro in Irpinia a fine agosto, dopo una sua ricognizione già a giugno, non ci ho pensato due volte: si va!

La prima tappa del tour era proprio Villa Diamante; partiamo appena dopo pranzo, un paio d’ore di autostrada e siamo li. Arrivati sul posto, la signora Diamante ci attendeva fuori dalla porta per poi accoglierci in casa sua. Entriamo e ci sediamo al tavolo in salone, dove mi guardo intorno e noto subito, in un angolo, alcune bottiglie vuote ma di gran pregio, italiane e francesi, un Picoli della signora Bambinuto (che passerà poi di persona a dare un saluto), alcuni Bourgogne e un Silex di Dagueneau. Non conoscendoci, c’era un po’ di diffidenza iniziale, ma dopo aver rotto il ghiaccio, con le domande di rito e qualche scambio di battute, iniziamo a parlare.

L’azienda nasce nel 1996, ad opera di Antoine Gaita – marito e colonna portante non solo della sua azienda ma della denominazione intera – al quale viene riconosciuto, da sempre, il merito di aver creduto e dato inizio al percorso che ha portato poi il fiano nel gotha dei vini bianchi italiani. Scelte da artigiano più che da winemaker e spesso controcorrente, sia in vigna (coltivare fiano su suoli prevalentemente argillosi, raccolte protratte fino ad ottobre), sia in cantina (solo acciaio, affinamenti più lunghi e sulle fecce fini), condivise in quegli anni con pochi altri interpreti della zona.

Dopo la prematura scomparsa del marito nel 2015, Diamante ha preso in mano le redini aziendali, un’eredità pesante e in un momento che immaginiamo non sia stato proprio facilissimo. Ma ha accettato la sfida ed è ripartita, affidando la parte enologica a Vincenzo Mercurio e cercando di dare continuità al gran lavoro del marito. Tra l’altro, apprendiamo da Diamante che la figlia Serena sta seguendo le orme del padre, terminando gli studi di enologia; oltretutto, per quel che si dice, sembra fatta della stessa pasta dura del papà; quello che ci vuole in questo mondo vinicolo, a volte un po’ troppo maschilista.

La produzione comprende diverse etichette. In primis, il Fiano Vigna della Congregazione, prodotto di punta dell’azienda e vino simbolo del lavoro di Antoine Gaita. Vigna di 2 ettari, su suolo argillo-calcareo e pietroso (caratteristica peculiare dei terreni di Montefredane), dalla quale provengono poco più di 6000 bottiglie. L’altro Fiano prodotto è il più recente Clos d’Haut, piccola parcella di soli 0,5 ha,dal nome borgognone che fa riferimento all’altezza del vigneto (500 m s.l.m. contro i circa 400 della Congregazione), terreno sciolto con presenza di detriti vulcanici, da cui derivano 2300 bottiglie annue. Infine, chiude la produzione il Taurasi Riserva Libero Pensiero, che proviene da uve acquistate ma che Antoine selezionava e seguiva passo passo, cambiando vigna, talvolta, anno per anno. Poche bottiglie, la cui produzione si interrompe con l’annata 2009.

Ma veniamo ora agli assaggi.
L’ultima annata in commercio per i due Fiano è la 2018, mentre per il Taurasi rimangono pochissime bottiglie della 2008; solo noi ne abbiamo prese ben sei!
Un bel tagliere di prodotti tipici ci aiuta ad “ammortizzare” i generosi assaggi che Diamante ci versa, e che in queste zone sono la normalità. Iniziamo dal Clos d’Haut 2018 che, fresco di frigo e appena stappato, ci fa già intravedere l’arcobaleno; un naso citrino, fine ma un po’ introverso, con rimandi di erbe aromatiche e minerali da pietra focaia: sicuri che non sia un Pouilly-Fumé?! In bocca è caldo, profondo, con sapidità e freschezza che però giocano ancora una partita a sé. Migliora man mano che ossigena e va a temperatura, figuriamoci tra qualche anno.

Passiamo al Vigna della Congregazione 2018, e anche qui siamo di fronte ad un gran vino; più straripante al naso dell’Haut, dove una frutta gialla matura spicca in maniera netta, con punte di affumicato, zenzero e una gomma da cancellare per matite. In bocca è anche più potente, più grasso e opulento del fratellino, ma meno pronto e, vista l’acidità, anche qui ne ha di strada davanti.

Chiude il giro la Riserva di Taurasi 2008: confettura di more, funghi e spezie di ogni tipo, grafite e tabacco sul finale; in bocca è caldissimo, denso e graffiante, senza mai risultare guascone – come tanti Taurasi giovani assaggiati, con la giusta acidità e decisamente lungo, un vino da meditazione ma di quelle zen.

Dopo gli assaggi, la situazione si era ormai sciolta, e noi ci sentivamo sazi ed appagati; ma nel momento in cui, nell’angolo del salone scovo anche una bottiglia vuota di Valentini, l’atmosfera cambia, e Diamante diventa fredda, quasi distaccata. Ho pensato – cavolo! Che ho fatto? Involontariamente ho toccato un tasto dolente, e la cosa mi imbarazza un po’, ma prendo coraggio chiedendo il motivo. Mi dice «non è niente, lascia stare», ma io, nel modo più sensibile possibile insisto, e alla fine cede.

Ci confessa di un confronto fatto recentemente, del famoso Trebbiano 2013 con il loro Clos d’Haut di pari annata. Lo fa in modo timido, pacato, non solo per la difficoltà di mettersi al pari di un mostro sacro del vino, c’è dell’altro; la 2013 è l’ultima annata di Antoine (la 2014 non è stata raccolta per ovvi motivi familiari), senza contare che oltretutto è stata anche un’annata buona. Mentre ne parliamo, lei lentamente si riscioglie e si finisce a parlare di filtrazioni e artigianalità, altre prerogative legate al marito nonché macchie indelebili del suo operato.

Se l’occasione fa l’uomo ladro, la bevuta fa il degustatore curioso; chiedo com’è oggi la 2013 e allora lei, stavolta sorridendo, scende in cantina e porta su un Clos d’Haut 2013. Apre la bottiglia, dieci minuti di respiro, la versa a tutti e poi… un magico Fiano, evoluto in perfetta forma: le nostre facce diventano incredule, come bimbi che scoprono un regalo di Natale appena scartato. Non sono un gran esperto di fiano né dei loro vini ma confrontandole – con le dovute differenze legate ad annata ed evoluzione – ho percepito affinità tra la 2013 e la 2018, e a detta di Diamante a quanto pare non sono il solo. Quel che traspariva in lei non era quindi insicurezza né tantomeno timidezza, solo umiltà e delicatezza, nello “sfiorare” una bottiglia fatta di uve e ricordi, e da un destino infame, che a volte arriva senza bussare.

Quindi, è ancora il Fiano di Antoine Gaita?

Come mi è stato spiegato da chi conosceva bene lui e i suoi vini, Antoine aveva un approccio personale e uno stile pressoché unico di interpretare ogni annata, da rendere impossibile un confronto con le bottiglie attuali.

Riprendendo il titolo di un libro letto qualche tempo fa, questo “non è il vino dell’enologo“, questo è il vino di Villa Diamante, e ahimé, anche se non ho avuto il piacere di conoscerlo, penso che Antoine ne sarebbe andato fiero.

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Simone Di Vito

Sommelier Ais, ex bassista e batterista incallito, operaio di giorno, di notte invece si trasforma in un anomalo assaggiatore; appassionato di terroir, tipicità e di tutto ciò che è autentico nel mondo del vino. Coltiva il sogno di parcellizzare tutto quel che lo circonda, quartieri di Roma compresi...

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Giuseppe lavermicocca

circa 10 mesi fa - Link

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