Valle d’Aosta, l’isola felice del cambiamento climatico

Valle d’Aosta, l’isola felice del cambiamento climatico

di Michele Antonio Fino

La Valle d’Aosta è, enologicamente parlando, uno dei posti più felici d’Italia, almeno in questo scorcio di secolo immerso nel cambiamento climatico.

Ci sono tre fattori determinanti questa felicità:

  • un patrimonio ampelografico autoctono che, dopo certe sbornie di vitigni internazionali e/o piemontesi (che qui è un po’ la stessa cosa) è oggi all’onor del mondo, valorizzato e ingrandito a tutti i livelli, da quello produttivo a quello culturale;
  • una varietà di zone e di identità che in meno di cento chilometri risalendo la Val Grande permette di passare dalle terre del picotendro (nebbiolo) a quelle del petit rouge (l’uva regina del Torrette), all’incredibile prié blanc, del mai abbastanza decantato curato di Morgex, tanto caro a Veronelli;
  • una viticoltura che più integrata con e nel paesaggio non si può: non serve nemmeno che lo dichiari l’UNESCO: l’iconica vigna a terrazzamenti, con i pilastrini restaurati, verso cui sembra andare l’autostrada, mentre da Verres si sale ad Aosta (e che ora rinasce alla viticoltura grazie Les Cretes) è il simbolo stesso della valle: sineddoche alpina dell’Enotria tellus.

Il panorama produttivo valdostano, nonostante meno di 450 ettari vitati e una parcellizzazione talora estenuante (anni fa vidi con i miei occhi un “recente acquisto” di 100 mq di vigneto: e no, non manca nessuno zero), è molto vivace è poggia su due lungimiranti scelte di carattere regionale. Innanzitutto, la Valle ha una unica DOC, al di sotto della quale sono però di volta in volta delimitate e menzionabili le aree storicamente più voca (e.g. Morgex, Arvier, Torrette, Nus, Chambave, Montjovet, Donnas…) nonché i vini storici (come Enfer e Torrette, a base di petit rouge, essenzialmente, o Muscat de Chambave, a base di moscato bianco) e i vitigni: dal pinot noir alla premetta, dalla petite arvine al mayolet, dal vuillermin al cornalin e via così.

In secondo luogo, la Valle ha contato, negli anni ’70 e ’80, su una capillare presenza della cooperazione enologica, nella forma di cantine sociali che hanno rappresentato l’unica ancora di salvezza di tutti quei vigneti che, per colpa delle parcellizzazioni successorie e dello spopolamento delle campagne, sarebbero stati abbandonati senza la prospettiva di un reddito magari non stratosferico ma piuttosto sicuro.

Così, quando tra gli anni ’80 e gli anni ’90, una nuova generazione di giovani leoni (il simbolo della Vallé, non a caso) ha preso le redini del proprio futuro, ha trovato ancora filari, terrazze, pilastri in pietra, viti centenarie e soprattutto tanta varietà. E questo oggi è il corredo principale di una viticoltura che è molto più piccola per ettari e bottiglie rispetto a quella altoatesina (che si sviluppa su altitudini comparabili) ma offre paradossalmente non minori motivi di interesse, grazie a cultivar uniche, le cui caleidoscopiche caratteristiche sono ulteriormente arricchite dalla varietà di interpretazione dei singoli vigneron.

Avendo a disposizione poche ore in un unico giorno di inziio marzo, ho approfittato dell’accoglienza di due amici per un’indagine nella viva carne del vigneto bacan, dedicando uguale attenzone al ventricolo destro e sinistro del suo cuore pulsante: l’area centralissima, dove la dolce collina di Aymavilles fronteggia la mole austera, degna di un Ayers Rock de noartri del Monte Torrette, tra Sarre e Saint-Pierre.

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Compagni di visita, Michel Vallet, di Feudo di San Maurizio, con sede a Sarre e una nuova cantina ipogea che sta prendendo forma in mezzo alle vigne, oltre i 700 metri, ed Elena con Eleonora Charrere, figlie del sommo Costantino, che è sempre presente (e ha sempre gli stessi occhi di bragia) ma adesso può poggiare la sua proverbiale mano possente su spalle che ogni giorno diventano più forti.

Da Michel, in una sala degustazione in cui sulle mensole ci sono le bottiglie SOPRA I libri, ho ritrovato la mano saldissima di quando lo conobbi, 15 anni fa, unita però a una voglia di provare e cercare nuove vie che sta a metà fra l’istinto del grande uomo di marketing e il costante bisogno dell’artista di sperimentare.

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Mi hanno folgorato i complessi aromatici della sua Petite Arvine 2019, ma soprattutto del Müller Thurgau 2017, vinificato con macerazione delle bucce come un rosso: sapido, ampio e stratificato, con una materia cristallina, fusa in appena 12,5% di alcol.

Tra i rossi, emozionante, sempre il Saro Djablo (gli abitanti di Sarre sono noti come i diavoli, tra i corregionali…) che nasce da vecchie vigne in cui piante di petit rouge e di fumin crescono accanto a freise, dolcetti e barbere di antico impianto, ma assolutamente straordinari il nebbiolo Chateau de Sarre 2017, che alla cieca potrebbe rivaleggiare con chiunque si dedichi al nobile vitigno in Italia, e il mayolet 2019, vitigno autoctono delicatissimo che parla la lingua del pinot noir e incanta per leggiadria.

Menzione speciale per il Torrette, espressione felicissima di questo che un tempo fu vin de soif, vegetale e poco alcolico, mentre oggi è un trionfo di contemporaneità, con le visciole spruzzate di pepe bianco; una trama che a me ricorda i grandi vini rossi, scarichi e profumati, eredità del Medioevo; un alcol in eccellente equilibrio con l’acidità.

Dopo il pit stop da Nadia (ristorante Chez Bionaz a Saint-Cristophe), è il turno di una visita da Les Cretes, che invece la cantina con splendido chalet per le degustazioni ha completato e oggi offre ai visitatori uno staff di grande qualità e competenza, impegnato a fare comprendere la destinazione VdA, passando dalle sabbie in cui le viti si rimpiazzano ancora con le propaggini, alla moderna cantina sotterranea in cui si lavora con legno, cemento, acciaio, all’insegna della ricerca continua.

Un saluto e un abbraccio a Costantino e via, con Elena ed Eleonora accompagnate dal giovane enologo Raffaele Crotta (nomen omen) che da quel ramo del lago di Lecco, dopo tante esperienze di qualità, è giunto ai piedi del castello di Aymavilles per guidare la vinificazione e l’affinamento di una cantina simbolo della regione intera.

Estremamente rimarchevoli, fra le molte cose buonissime assaggiate (tra cui una petite arvine che, da quattro diverse annate, sta affinando in vasi di cemento con eccellenti prospettive) il fumin, semplicemente delizioso nella purezza di un frutto che dal 2017 guarda senza paura il futuro ed è, oggettivamente, di un’altra categoria rispetto a quello che pure fu un monumento, ovvero il 2010; il Torrette Superieur 2018, che rappresenta un riuscito tentativo di puntare sulla nobiltà rurale di un vino che è l’essenza della Valle e il metodo classico da pinot nero e premetta Neblu, 18 mesi sui lieviti, rosato pas dosé di leggiadro frutto e già ottima complessità.

Due menzioni, in conclusione. Una per la celeberrima Cuvée Bois, chardonnay simbolo degli anni 90, oggi rinnovato in una veste meno influenzata dal rovere e amplissima, frutto di un blend sapiente delle diverse vigne e posizioni da cui scaturisce la massa, e l’altra per il blend Neige d’Or, fatto di petite arvine, pinot gris e chardonnay, per regalare opulenza e struttura al naso squisitamente minerale dell’autoctono comune alla petite Patrie e al vicino Canton Vallese.

Se queste note vi hanno incuriosito, non mancate di programmare un giro all’ombra delle montagne più alte d’italia, quando potremo tornare a girare, e sin da ora date una chance alle bottiglie che come la Dora Baltea scendono in Italia, anche grazie all’e-commerce. Sarà difficile che troviate qualcosa di scontato, a meno che non si tratti del prezzo!

4 Commenti

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josè pellegrini

circa 3 mesi fa - Link

Stamattina grazie a Michele Fino ho fatto un bellissimo viaggio in Valle d'Aosta , che non è poi tanto lontana da dove mi trovo.Un bel racconto fatto di emozioni , informazioni, cultura enoica alle sorgenti della "cerulea Dora".Il paesaggio entra da protagonista alla pari con il vino:un' angolazione attuale della "comunicazione vinosa". Ricordo di Mario Soldati...

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Lanegano

circa 3 mesi fa - Link

Solito articolo interessante, Michele. Le, ahimè, poche bottiglie valdostane assaggiate mi hanno sempre emozionato (ricordo un Petite Arvine di Les Cretes con qualche anno sulle spalle veramente sublime per tensione, sapidità e freschezza montanara). Quando questo stillicidio pandemico si sarà attenuato e potrai intensificare le tue incursioni parmigiane dovremmo organizzare un tour dei vignaioli più meritevoli delle nostre colline con tappa ristoro doverosa per i tortelli di zucca di Simona. Cari saluti.

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Leone Zot

circa 3 mesi fa - Link

Articolo pieno di spunti interessanti su una realtà che conosco poco. Thanks

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SALVATORE AGUSTA

circa 3 mesi fa - Link

Les Crets, Vini fantastici!

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