Un’estate nella Fiat 500 (cosa c’entra col vino?)

Un’estate nella Fiat 500 (cosa c’entra col vino?)

di Samantha Vitaletti

“Odio l’estate”, diceva una vecchia canzone degli anni ’60.

Non vorrei essere così definitiva ma Bruno Martino un po’ lo capisco, anche se nel mio caso non c’entrano i baci che ho perduto, né gli splendidi tramonti che il sole dipingeva. Un po’, in effetti, c’entra il sole che ogni giorno ci scaldava, perché ci scaldava un po’ troppo, ma non è solo quello. È che la malinconia che mi provocano le saracinesche abbassate del norcino e dell’ACI, le strade deserte, i parcheggi disponibili a qualunque ora del giorno e della notte, i ladri acrobati, il fumo dello zampirone, ecco, questa malinconia è qualcosa di struggente, arriva fin oltre la bocca dello stomaco stretto in una morsa, e mi fa anelare il freddo, il tempo trascorso sul G.R.A., la fila alla posta, la vita.

Eppure, in questa malinconia un po’ da scenario Blade Runner, nel cuore si fa strada anche un’altra sensazione, più che di malinconia è intrisa di un che di nostalgico, di tanto tempo fa, quando l’estate era Falconara Marittima, un luogo preciso nello spazio per un periodo indistinto che cominciava più o meno a maggio e finiva più o meno a ottobre, il tempo in cui si viveva per metà dell’anno in costume, all’alba si andava con papà a raccogliere le vongole, il pomeriggio si faceva la siesta in spiaggia seduti a girare i pollici vicino ad Armando, lo storico bagnino dalla pelle seccata dal sole dell’omonimo lido, quando non esisteva l’aperitivo (e men che mai gli aperi-qualcosa) ma prima di pranzo si comprava una bottiglietta di vetro di gazzosa e la si sorseggiava, tirando su con la cannuccia, durante la partitella a biliardino.

Per pagarla con gli spicci di lira, ci si arrampicava sul bancone in punta di piedi, con un occhio ai manifesti dell’Anice Varnelli, orgoglio regionale, che campeggiavano sulle pareti della Piattaforma Bedetti. Poi a un certo punto arrivava l’ora di tornare a casa, a Falconara Alta. Nella mente sono vivide le sensazioni faticose della scalata a piedi, ché a volte capitava. Altrettanto vivido, però, è il ricordo della comodità, del benessere, del relax, in una parola: della Cinquecento. Anzi, della 500. Che questa 500 non c’entra niente col mondo glamour e modaiolo, non c’entra niente con Lapo.

Il viso appiccicato al finestrino, scorrevano veloci le immagini dei giardinetti, della chiesa di Sant’Antonio, di nonno Gino, ex partigiano che organizzava le serate per far vedere agli amici le diapositive (!) del viaggio in Brasile, che non era un nonno vero ma era come se lo fosse, che si faceva trovare sempre puntuale per salutarci al passaggio in auto davanti a casa sua di ritorno dal mare. L’estate per me era indissolubilmente legata a quella scatoletta aragosta che arrancava per le salite e le curve ma ce la faceva sempre e quando si fermava lassù, a Falconara Alta, e si spegneva il motore, guardavamo il mare, e dietro quel vetro coi minuscoli tergicristalli, sembrava di vederlo al cinema. Dicevano, a Falconara, che, nelle giornate particolarmente terse, si vedeva addirittura la “Jugoslavia”.

Questa estate 2019, la più caotica delle ultime 43 (e di anni ne ho 43), non so perché, non so come, mi ha riportato alla mente tutte queste immagini: il secchiello con le vongole, le alghe dell’Adriatico il pomeriggio, la gazzosa, ma soprattutto la 500.  Forse è un principio di senescenza o semplicemente di follia, ma questa estate io ho bevuto dei vini e alcuni di questi vini hanno acceso la connessione sentimental-mentale con la Fiat 500 aragosta della mia infanzia di mare.

L’abrunet 2017, Frisach
Quello che intendo per calice lieto: un’infusione di gusto e gioia di vivere, frizzante senza avere le bollicine, mare e biancori di gesso e di sale. Punte arrotondate, scherzoso e leggiadro, salvia, lime e cedro, gin&tonic, senz’altro per la sensazione di confort che trasmette. Olive verdi, salamoia e un colpo di coda di acciuga. Leggero e musicale come una parola accentata sull’ultima sillaba. Garnatxa blanca. E’ la linea della 500 aragosta, arrotondata, graziosa, semplice, concreta e bellissima.

Rosato 2017, Tiezzi
Ribes in carne cruda, charmes alla ciliegia e sbuffi di salvia. Da acquolina in bocca. Sta sicuramente benissimo come compagno di piatti succulenti. Ma a dire il vero è un peccato maritarlo, sta benissimo da celibe, sta benissimo libero. È la capote della 500, l’aprivi e di colpo il cielo marchigiano poteva diventare quello della Route 66, poteva diventare il cielo che volevi, potevi arrivare a qualunque cielo volessi.

Muscat 2017, Jean Ginglinger
Ci sono quegli osti, ma anche quei padroni di casa, che sono bravissimi nell’arte dei convenevoli iniziali, ti accolgono sulla porta coi fuochi d’artificio per poi dimenticarsi di te fino alla presentazione del conto. Ecco, questo vino è esattamente il contrario: apre la porta entusiasta, carico di frutta polposa non ancora matura seppure tutt’altro che acerba, un mazzetto di dragoncello e foglie di lime. Generoso, fino all’ultimo sorso mantiene le promesse del primo sorso appagante, pulito puntualmente da una freschezza al gusto di mandarino e delicata salinità. È il bagagliaio della 500, accogliente, rassicurante, proporzionato, non a caso, alla faccia della tecnica e del design, anteriore, materno come il marsupio di un canguro.

Pinot gris Rèserve 2017 – Gerard Schueller
Qualcosa che caratterizzava inconfondibilmente la 500 era la famigerata “doppietta”. Forse per i discorsi sentiti da mia madre e interiorizzati negli anni, quell’arte mi era rimasta dentro come un qualcosa di complicato, una sorta di parola magica che doveva far accendere il bolide ma che non sempre funzionava al primo colpo. Per conto mio, a venticinque anni, con un’altra 500, quella della mia amica storica Donatella, delle domeniche mattina verso le dune di Capocotta, riuscivo a farla solo senza scarpe. Questo Pinot Gris parte così, con la serietà delle cose importanti, lascia presagire grandi cose, dopo un momento di concentrazione. E resta coerente con quanto premesso. Il viaggio procede attraversando paesaggi boschivi, una strana brughiera con alberi d’arancio piantati qua e là, funghi appena raccolti ancora ricoperti di terra, fiori in via di appassimento ma ancora, delicatamente, vivi. Qualche scossa da percorso su sterrato, basta ora, come bastavano allora, due cuscini, ma rigorosamente fatti all’uncinetto, sotto il sedere.

2 Commenti

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Luca Santini

circa 1 settimana fa - Link

Sempre ganzissima. Grazie.

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Samantha

circa 1 settimana fa - Link

A te grazie, Luca!

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