Un tuffo nell’Ansonaco del Giglio

Un tuffo nell’Ansonaco del Giglio

di Jacopo Manni

L’Isola del Giglio è un paradosso già dal nome.
Tutto sembra facile e spiegabile ma le isole sono entità instabili e spesso indecifrabili e su di loro e i suoi isolati abitanti inerte e profondo incombe il naufragio e l’abisso.
Isola e isolano vivono una esistenza sospesa e incerta, che li porta a vivere una vita profondamente più ancestrale, primordiale, molto più umana se mi viene concesso il termine.

Giglio per la presenza nell’isola del giglio di mare…affatto. Giglio per l’influenza fiorentina…nemmeno.

Come i suoi abitanti questa isola sembra facile in apparenza, invece è così profondamente misteriosa nella sua essenza. Giglio ci racconta già dal suo nome, una indomita e ben più profonda nel tempo identità.

Giglio da Aigylion in greco, l’isola delle capre, a sottolinearne forse l’animo più agricolo che marino dei suoi abitanti.
Ai greci questa isola deve il nome, il carattere duro e indomito dei suoi abitanti e anche il suo vitigno principe qui chiamato Ansonaco, che nella più classica direttrice mediterranea è passato dalla Magna Grecia dove oggi si chiama Inzolia fino alle coste del Giglio dove lo conosciamo come Ansonaco. Una migrazione insulare che ha conquistato spazio e terre irte e scoscese a picco sul mare, perché vitigno che se ne frega della siccità, dei venti e del sole cocente.

Rhoditis e Sideritis sono i suoi genitori ellenici. Questo suo nome odierno glielo hanno dato invece i normanni conquistatori di Sicilia rimasti poi catturati dalla bellezza di quelle terre. Sorie in francese duecentesco significa dorato, fulvo come la criniera di un leone e come i frutti che questo vitigno isolano dalla straordinaria resistenza alle calde siccità produce.

Grappoli dorati o ambrati, buccia spessa e pruinosa che ha fatto di questa uva una straordinaria uva da tavola, trasportabile, perfetta perché non si rompeva, molto dolce e zuccherina. Resti di una economia florida che portava queste uve sulle tavole romane e fiorentine fino ai primi del 900 si vedono in tutti quei ricordi di terrazzamenti oramai abbandonati che affiorano in tutta l’isola, simulacri in memoria di schiene distrutte dalla fatica della coltivazione.

L’uva è ricca di zuccheri ma povera di acidità per cui viene vendemmiata cercando di anticipare la maturazione. La tradizione della vinificazione gigliese imponeva, e tuttora chiede, una macerazione del mosto insieme alle bucce e talvolta ai raspi per sostenerlo nella parte acida e nella serbevolezza. Il gusto isolano si forma quindi nei secoli più sull’astringenza e sul corpo che sulla freschezza e sulla beva.

Cantina Parasole – Strulli 2020 – 100% ansonaco
Macerato 5 giorni sulle bucce, poi solo acciaio senza chiarifiche né filtrazioni.
Giallo oro antico quasi ambrato. Al naso profuma di fichi appassiti, miele di acacia, zafferano, con una nota balsamica di resina di pino, ginestra, timo, albicocca disidratata. In bocca ha un ingresso pieno con un sorso bello caldo, emerge un tannino sabbioso che rende più corpulenta la beva, molto sapido e poco fresco e acido. Chiude in bocca su note di cera d’api e melassa.

Bibi Graetz Scopeto 2019 – 70%ansonaco 30%vermentino
Ha il classico giallo paglierino con un naso delicato e floreale di iris e margherita, poi note agrumate di pompelmo. In bocca si capisce bene la ricerca sull’equilibrio tra il sorso fresco e sapido del vermentino e il corpo e il frutto dell’ansonaco. Vino fatto “col cencelli”.

Fontuccia Senti oh 2020 – 100% ansonaco
Macerazione di 12-18 ore sulle bucce poi solo acciaio.
Di un dorato splendente, al naso è vibrante, solare, odora di mediterraneo col timo e la maggiorana a fare da trama olfattiva. In bocca attacca in pienezza verticale, un leggero tannino lo armonizza e lo completa. Molto sapido e citrino con sbuffi di pietra bagnata. Finale di bocca durevole su note di albicocca e timo.

Fontuccia Senti oh Vigneti 2020 – 100% ansonaco
Vigneti perché unico non cru dell’azienda fa 24-72 ore di macerazione sulle bucce poi solo acciaio.
Giallo con riflessi dorati, naso gentile e tenue di pompelmo rosa, fragolina di bosco, gelsomino e rosa bianca, sbuffi gessosi completano l’olfatto. Attacco di bocca largo e corposo, del tannino elegante lo accompagna. Si equilibra tra il citrino e la sapidità e regala una durevolezza lunga e vibrante su un finale di buccia di fico.

Fontuccia Caperrosso 2020 – 100% ansonaco
Vigne dalla punta sud di oltre 30 anni, fa 5 giorni di macerazione sulle bucce poi acciaio.
Colora di oro antico il bicchiere, ha una profondità calda al naso di dattero, girasole, pompelmo e arancia, liquirizia, miele di castagno e gesso. In bocca entra nonostante il colore potentemente fresco e vibrante, ha una elegante piccantezza che chiude su note di frutta secca in una lunga esplosione.

Fontuccia Cocciuto 2020 – 100% ansonaco
6 mesi di macerazione sulle bucce in anfora da vigne di oltre 20 anni.
Colore ambrato scuro, ha naso di caramella mou, orzo tostato, pompelmo, zagara. In bocca si distende su note di calore e materia, il sole. Ha la grazia dei forti.

Castellari Calzo della Vignia 2018100% ansonaco
4 mesi di macerazione sulle bucce poi barrique 6 mesi e affinamento in bottiglia di 9 mesi.
Colore ambrato, esplode al naso su note di miele di castagno, rosmarino e salvia. In bocca entra soave e delicato, con bel connubio di acidità e tannino che lo rendono completo e elegante, ha sorso scorrevolissimo con finale sapido che lo rende succoso e croccante e lo fa sparire dal bicchiere in un istante. Pazzesco.

Castellari Calzo della Vignia 2017 – 100% ansonaco
Piccola verticale del loro unico vino che ci fa comprendere le grandi potenzialità di invecchiamento di questa uva. Il colore è ovviamente più ambrato su note arancio scure e di pari passo va al naso con profumi di salvia matura, dattero e albicocca secca, nel bicchiere agitandolo evolve e si rinfresca su profumi floreali di elicriso e zagara. In bocca entra suadente e si allarga in una bella pienezza che con un dolce tannino lo rende assai completo e sofisticato.

Greppe del Giglio Ansonica Costa dell’Argentario 2020
Giallo di un bell’ambrato con naso di cera d’api, un fruttato maturo di albicocca e pesca gialla, con il timo e la maggiorana a fare da sfondo. In bocca ha ingresso pieno e fruttato, la materia è elegante ma la cosa migliore è il suo finale lungo come la risacca del mare.

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Jacopo Manni

Nasce a Roma ma si incastella a Frascati dove cresce a porchetta e vino sfuso. L’educazione adolescenziale scorre via in malo modo, unica nota di merito è aver visto dal vivo gli ultimi concerti romani dei Ramones e dei Nirvana. Viaggiatore seriale e campeggiatore folle, scrive un libro di ricette da campeggio e altri libri di cucina che lo portano all’apice della carriera da Licia Colo’. Laureato in storia medievale nel portafoglio ha il santino di Alessandro Barbero. Diploma Ais e Master Alma-Ais, millantando di conoscere il vino riesce ad entrare ad Intravino dalla porta sul retro.

4 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 3 mesi fa - Link

Molto bello questo post, non solo per la scrittura di Jacopo Manni, anche per la forza evocativa emanata dall'Isola del Giglio. Una scheggia nel Mediterraneo che al sentimento della storia, immediatamente avvertibile, aggiunge il senso dell'avventura dell'uomo quando si confronta con l'ambiente naturale e riesce a nobilitarlo, senza mortificarlo. Tutto questo nonostante la tragedia della Concordia, generata dalla cattiveria e stupidità umana. Una ferita che non si riesce a cancellare completamente.

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Gaetano

circa 3 mesi fa - Link

Beh, un post sull'Ansonaco del Giglio senza il vino di Francesco Carfagna, senza neppure citarlo!, meriterebbe una "tiratina" di orecchie………...

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Antonio Tomacelli

circa 3 mesi fa - Link

Francesco Carfagna merita un post a parte che verrà pubblicato fra un paio di giorni. Abbiamo pensato fosse più giusto così

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Gino barrini

circa 3 mesi fa - Link

Salvati in corner 🤣🤣

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