Un eterno dilemma: conoscere i produttori di vino o ignorarli (quasi) del tutto

Un eterno dilemma: conoscere i produttori di vino o ignorarli (quasi) del tutto

di Alessandro Morichetti

La retorica del sapere tutto di ogni bottiglia ha francamente sfiancato. A volte viene da invidiare chi beve facendo altro nella vita e godendo senza troppe sovrastrutture. Lavorando nel settore è impossibile non informarsi ma c’è una verità scomoda da dire: spesso conoscere il produttore è più deleterio che altro per capire meglio un vino.

Ho sempre in mente quella frase da Radiofreccia dei tempi liceali: “le canzoni non ti tradiscono, anche chi le fa può tradirti ma le canzoni, le tue canzoni, quelle che per te han voluto dire qualcosa, le trovi sempre lì, quando tu vuoi trovarle, intatte. Delle canzoni, delle vostre canzoni, vi potete fidare”.

Perché dico questo in riferimento al vino? A differenza di molti colleghi a vario titolo, vivo in una zona produttiva di grande peso, non a Milano o Roma o in altra città lontana dalle vigne, frequento produttori che sono anche amici e come la passione per il vino è sempre cresciuta, trovando una sua compiuta maturità, così ha trovato una fisionomia chiara la sana disillusione verso le “verità da banchetto” tanto ricercate dagli appassionati e non solo.

Molti bevitori, in assenza di un gusto proprio, adulto, in realtà scelgono una fazione, un gruppo, alcune figure di riferimento, e su quelle appiattiscono le proprie frequentazioni, tenendo ben stretto il recinto delle verità accessibili. Conosco persone che impallidiscono a sentir parlare di lieviti selezionati, perché nei circuiti che frequentano essi sono il male, poi però si basano su indizi a dir poco lacunosi per apprezzare o meno un vino. Tendenzialmente non in base al proprio gusto.

Corollario di questa visione binaria e fideistica è una reale venerazione per i produttori che rientrano in un range ben preciso. Per qualcuno può essere Ornellaia, per qualcun altro Frank Cornelissen, la sostanza è la stessa.

Da anni sento mio il sereno distacco da una certa venerazione che vedo negli occhi di chi si occupa di vino come hobby ed evasione o, pur professionalmente, a una certa distanza dai luoghi e dal quotidiano della produzione.

Il produttore è un uomo come noi, non una divinità meritevole di salamelecchi. Talvolta ha gran piacere di conoscere persone, clienti, ristoratori o appassionati, molto spesso invece farebbe benissimo a meno di tutto questo e delle conversazioni tele-guidate che si instaurano al banchetto o in cantina. Domande noiose che prestano il fianco a risposte ancor più noiose e di circostanza, approfondimenti su questioni rilevanti (lieviti, campagna ecc.) ma fino a un certo punto, almeno finché sarà il gusto ad essere sovrano.

Se un motto molto caro ai traduttori è “translator is a traitor“, non sarebbe così male applicato al vino: a volte, non sempre, anche il produttore è per necessità un traditore, e dice quel che chi ha davanti vuol sentirsi dire. Succede più frequentemente di quanto si pensi proprio perché quando un “fedele” o simil tale viene a provare il tuo vino e scambiare due parole vale un altro motto, questo mutuato dall’avv. Federico Buffa nella puntata su Michael Jordan:

Perché rovinare una bella storia con la verità?

Fare vino è più sudore e merda che schede tecniche (12 ore di macerazione, non 13 o 14, 18 mesi in barrique, non 14 o 24) e calendario improrogabile. Se una vasca in fermentazione si pianta, se una partita di tappi è performante al 92%, se ho da far fuori quattro bancali dell’annata vecchia e la nuova è già pronta ad uscire, se il mercato inglese mi chiede 3 pedane ma io ne ho solo una, se la botte del tal millesimo è piena solo a metà e con qualcosa devo pur colmarla… La casistica è infinita e – bada bene – non è l’aspetto legale-illegale ad essere qui rilevante (per quanto possa entrare dalla finestra in una pluralità di situazioni) bensì quello socio-culturale, interattivo.

Il produttore non è un Dio, non trattarlo come tale. La cosa migliore da fare? Evitare le domande idiote.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

12 Commenti

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Andrea Troiani

circa 2 anni fa - Link

Riflessione interessante per riportare "a terra" certi pindarici apostoli del vino. Bravo Morichetti

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Roberto G.

circa 2 anni fa - Link

Sono d'accordo anch'io!

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Tommaso Ciuffoletti

circa 2 anni fa - Link

C'è però un punto dal quale fatico a prescindere. Come consumatore pretendo di essere trattato con rispetto da chi vende. Specie se chi vende giustifica il proprio prezzo sulla base della propria credibilità, principale veicolo di valore del proprio prodotto. Il gioco di raccontare una cosa per un'altra lo capisco. È un classico di ogni venditore. Lo trovo un gioco rischioso, alla lunga. Specie se un consumatore è disposto a riconoscere (e quindi pagare) il valore che deriva dall'autorevolezza del venditore. Perché al venire meno dell'autorevolezza, viene meno anche il valore del prodotto. A me dà fastidio realizzare che mi è stato venduto un prodotto, che non era quello promesso.

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Simone Di Vito

circa 2 anni fa - Link

Articolo che sputtana drasticamente molte degustazioni sia da fiera(quelle al banchetto) che organizzate a tema... Questo articolo ci porta ad aprire gli occhi sugli aspetti concreti della produzione vitivinicola... Bisognerebbe scriverne uno anche su alcuni che parlano di vino via social...proponendo e pubblicizzando vini di cui non ne hanno assaggiato nemmeno una goccia...anche loro sono abili narratori ma non sanno nemmeno lontanamente cosa c' è dietro quella bottiglia...

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Alessandro Morichetti

circa 2 anni fa - Link

Ci sarebbe poco da scrivere: monetizzano un traffico che hanno costruito, e più lo monetizzano più sono funzionali a chi ci investe soldi. Contenti loro, contente le aziende (?), contenti tutti: se prendi per buoni certi #adv su Instagram sei un pollo e pace all'anima.

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Bruno Chionetti

circa 2 anni fa - Link

Punto di vista interessante e concreto. Io ho prodotto vino sino al 2013 poi causa forza maggiore, ho dovuto ridimensionare. Produco ancora un pò di dolcetto ad uso del mio agriturismo ed un pò di barolo in quel di Sarmassa, pochissime bottiglie, un migliaio. Ho fatto parte, con molto orgoglio, dei "Dolcetto Boys", un gruppetto sparuto di 9 produttori che nel 1995 avviò il percorso che poi sfociò nel Dogliani docg. Ebbene da allora son cambiate tantissime cose, in alcuni casi in bene ed in altri in male. In bene perchè, come nel nostro caso si era creata sinergia, coesione, voglia di far crescere un territorio, voglia di far conoscere un vino considerato a torto, troppo proletario. Quindi lavoro di gruppo, sano confronto e cazzate, tante ma son quelle che son servite di più. Tantissima sperimentazione, non selvaggia però, ci seguiva con altrettanto entusiasmo il prof. Di Stefano, all'epoca responsabile dell'Istituto Sperimentale per l'Enologia di Asti. Insomma si respirava una bella aria e poi è cambiato tutto ... è arrivato lo show business, la voglia malsana di protagonismo alimentata dalle svariate guide che nascevamo come funghi, wine writers a profusione. Il piccolo schermo ha iniziato a propinare programmi di cucina in ogni dove con tanto di sommellier fino ad arrivare ai degustatori del Vinitaly che chiedevano quanti estratti secchi aveva quel vino. Quei Vinitaly che ci vedevano tutti insieme a far cena la sera allegramente, mentre invece adesso, con i chiari di luna che ci sono, la parola d'ordine è : fidelizzazione del cliente, quindi ognuno a cena per conto suo con il cliente di turno al quale recitare la poesia aziendale. E poi tutto questo can can intorno ai vini biologici che son diventati biodinamici, che son diventati naturali, che son diventati veri... insomma non se ne può più. ( premetto io produco con il metodo biologico ancora oggi, tolto il barolo perchè lì sono in un oceano di fitofarmaci ) Sono un pò scazzato, vero ? Al punto che ho declassato il mio vigneto da Dogliani docg a vino rosso perchè sono stufo di farmi controllare per 4 litri che produco, come uno spacciatore di droga .....

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Simone Di Vito

circa 2 anni fa - Link

Condivido in pieno bruno... Lo show-business in un certo senso ha cambiato e rovinato tutto.. non solo il vino... Ne è esempio il calcio.... Ha reso tutto molto più falso e ci ha disuniti... Ormai siamo in una fase in cui la cultura dell apparire è alla base... E o ci si adegua o si viene tagliati fuori... In tutto questo mi hai messo curiosità di assaggiare un tuo vino... Sia Dolcetto che barolo... Che spero siano sinceri come il tuo sfogo oggi.

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Bruno Chionetti

circa 2 anni fa - Link

Grazie Simone, adesso io sono qui, agriturismo I Calanchi di Bastia Mondovì. Se passi di qua facciamo volentieri due chiacchere ma chiama prima però, al 334/3995353. A presto. Bruno

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Marco Prato – il Fummelier®

circa 2 anni fa - Link

Si può conoscere un produttore, essergli amico e non gradire particolarmente i suoi vini, così come si può conoscerne uno “antipatico” o “stronzo” - come da articolo precedente - e amare i suoi vini. In mezzo c’è il mondo, e quando hai per amico un produttore che fa pure vini che ti piacciono, cosa devi chiedere di meglio? Evitare domande, non farsi problemi se il vino è fatto con lieviti selezionati o indigeni, utilizzare o meno i “giusti” indizi per valutare il vino...certo, si può essere d’accordo ma c’è anche magari chi non ama chi lavora coi lieviti selezionati e “ascolta” il proprio palato e non si pone il problema se gli indizi che usa siano giusti o sbagliati (da capire in riferimento a cosa, peraltro). Esiste il giusto e sbagliato assoluto? O, poiché si parla di gusti, quindi espressione di totale soggettività, ognuno deve poter decidere in base a quanto ritiene sia valido come proprio metodo di valutazione? Se sono secoli, anzi millenni, che si “parla” di vino, così come dell’amore, e non se n’è mai venuto a capo, ci sarà un motivo? Le convinzioni di ognuno, parlando di vino, sono opinioni personali ricavate da un mix di propri gusti, esperienze personali, letture, conoscenze di produttori, sommelier, enologi, giornalisti, appassionati, amici e chissà chi altro. Ad ogni fattore diamo il valore che NOI riteniamo corretto od importante. Chi è quindi che ha la verità in tasca? Se un parametro o un descrittore è misurabile, ci possiamo confrontare a dati “certi”... altrimenti, son tutte opinioni e come tali vanno rispettate, e se a te piace il prosecco mentre a me il metodo classico, te continuerai a bere prosecco ed io metodo classico, qualunque discorso ci possiamo costruire sopra per “convincere” l’altro della giustezza delle proprie convinzioni. E si, io sono uno di quelli che preferisce i vini con lieviti indigeni, impallidisce a sentir parlare di lieviti selezionati e c’ha pure qualche amico produttore che per il 90% delle persone sono stronzi, ma producono dei vini che io adoro. Ancora amici? (citaz.)

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Matteo

circa 2 anni fa - Link

Io ormai non rispondo più alle domande (o almeno a certe domande). Faccio assaggiare il mio vino e chiedo "Le è piaciuto? Sì o no?". Punto. Poi ti potrò spiegare questo o quello, ma prima assaggia!!! Troppa gente si fa seghe mentali prima di approcciare un vino o un produttore e alla fine assaggia o parla con preconcetti che impediscono l'oggettiva valutazione del prodotto e/o della persona.

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Paolo Cianferoni

circa 2 anni fa - Link

Confesso che Morichetti mi ha sempre affascinato. Questo post lo conferma. Intendiamoci, non ci sono tra noi conflitti di interessi. E’ senza dubbio che c’è una folla di gente che si affolla in questo mondo e a volte davvero la realtà è diversa. Diversa come il mondo virtuale e quello quotidiano, il mondo pratico, vero.
L’atto della bevuta si snatura, si incasina, si complica con tutti i discorsi davvero a volte solo fatti per farsi notare, contare e magari remunerare.
Io credo che sia molto importante oggi valorizzare e conoscere la storia dei territori dove di produce il vino, da dove scaturiscono le persone che ci lavorano, da dove proviene la loro cultura, riconoscere il valore dei paesaggi agrari, insomma tutto ciò che di sano dovrebbe spinge a scegliere un vino, al di là delle chiacchiere sterili. Il piacere di bere un bicchiere di vino è più semplice di quanto molti pensano. La conoscenza e lo studio aiutano.

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Denis Mazzucato

circa 2 anni fa - Link

Mi viene in mente Lucio Battisti qui: https://www.youtube.com/watch?v=wzLA7RB8dXU Bravo Ale!

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