Tutto quello che c’è da sapere del Pastis (compresi i lati oscuri)

Tutto quello che c’è da sapere del Pastis (compresi i lati oscuri)

di Samantha Vitaletti

“Non sapevo cosa bere. Avevo saltato l’ora del pastis.”

Jean Claude Izzo mi manca molto. Se n’è andato troppo presto e ci ha lasciati ad annaspare nelle sue parole, in quel vapore fatto di disperazione, di mal de vivre,  di una felicità sempre in fuga ma, nel breve attimo in cui sembra farsi acciuffare, in grado di dar senso a qualunque cosa. Jean Claude Izzo, marsigliese di origine italiana, è stato il più appassionato cantore della sua città.

Quella Marsiglia che così bene descrive con poche, incisive parole: “Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere. E allora è troppo tardi, si è già in pieno dramma. A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere.” A Marsiglia nessuno è straniero, quasi tutti gli abitanti hanno origini in qualche altro Paese, Marsiglia è un “calderone dove bolle il più sorprendente concentrato di esistenza”

A Marsiglia sono ambientati i tre romanzi di Izzo che compongono la Trilogia di Fabio Montale (Casino Totale, Chourmo e Solea), a Marsiglia finisce l’ultimo viaggio del clochard alcolizzato protagonista de “il Sole dei Morenti”, suo capolavoro, a Marsiglia si snodano le vicende dei protagonisti di “Marinai Perduti”.

L’alcool è un elemento importante e onnipresente nelle pagine di Izzo. Il cibo viene descritto con tanta precisione da far sì che profumi e sapori quasi evaporino dalla carta e prendano corpo in chi legge. “Mi piace mangiare. Soprattutto quando ho dei problemi e ancora di più quando la morte mi passa vicino. Ho bisogno di ingurgitare cibo, verdure, carne, pesce, dolci. Di lasciarmi invadere dai sapori. Non avevo trovato niente di meglio per negare la morte. Per salvaguardarmene. La buona cucina e i buoni vini. Come un’arte della sopravvivenza.”

Se il buon cibo trova ampio spazio negli scritti di Izzo, l’alcool scorre davvero a fiumi. Bottiglie di Lagavulin aiutano a stemperare le tensioni e la lenta distruzione emotiva a cui il poliziotto, che ogni giorno diventa un po’ più ex- poliziotto, è continuamente esposto, bicchieri di vino prevalentemente provenzale o in generale del sud della Francia, spesso rosato, accompagnano i pranzi della domenica sulla terrazza affacciata sul mare (“Quando non si ha niente, avere il mare è molto.”), quelli nei bar e nelle bettole dei vicoli marsigliesi in cui Montale trascorre molto del suo tempo, che sia in servizio o no. Whisky, birra, vino.

Ma è un’altra la bevanda alcolica davvero protagonista degli scritti di Izzo, perché protagonista della vita marsigliese, parte integrante, simbolica, universale: il pastis. “Il pastis e la kémia – olive nere e verdi, cetriolini e sottaceti – facevano parte dell’arte di vivere marsigliese.” Il pastis profuma l’anima di Marsiglia.

La storia del pastis (il termine significa “miscuglio” e deriva dal provenzale “patisson” e dall’italiano “pasticcio”) inizia ufficialmente nel 1932 ed è legata indissolubilmente al nome di Paul Ricard, giovane imprenditore figlio di un commerciante di vino che fiuta il possibile successo di questa bevanda. È lui che si inventa la ricetta del pastis: anice stellato, anice verde e liquirizia. Ed è sempre lui ad inventare il lancio pubblicitario e lo slogan che caratterizzerà il prodotto: Ricard, il vero pastis di Marsiglia.

Per la prima volta il nome pastis apparirà su un’etichetta e negli anni Trenta sarà il primo aperitivo di Francia e qui si inserisce l’altro grande nome legato al pastis: Pernod, che era stato l’iniziatore dell’assenzio. Visto il successo del rivale, anche lui decide di uscire sul mercato con un prodotto uguale al pastis, nome che naturalmente non verrà menzionato sulla sua etichetta, che chiamerà semplicemente “Pernod”.

Dopo la seconda Guerra Mondiale rientra in vigore il divieto di produrre e consumare alcool superiore ai 16 gradi e Pernod esce col suo “Pastis de Marseille”. Fin qui la storia ufficiale. Quella che si trova sui siti di Ricard e Pernod e perfino su Wikipedia, la storia, insomma. Ma anche in questa storia c’è un lato oscuro. E i lati oscuri sono quelli che vale sempre la pena indagare.

L’ha fatto Sparse, magazine francese non nuovo a questo genere di inchieste. Secondo la tesi di Sparse in realtà il pastis sarebbe originario dell’Alta Saona, della Borgogna quindi, e sarebbe sceso a meridione solo in un secondo momento. La ricerca porta la firma di Abdelhak El Mostain, professore a Creusot e dottore in storia economica e sociale.

Preparando una tesi sull’industria della distillazione a Fougerolles dal 1939 al 1940, scopre che dopo la crisi della fillossera e il conseguente crollo del consumo di vino, aumenta la produzione di assenzio che alla fine del 19° secolo viene consumato in tutti i bar e caffè di Francia fino al 1915, anno in cui verrà dichiarato fuorilegge in quanto considerato capace di condurre alla follia.

Il personaggio chiave che appare in questa inchiesta è Abel Bresson che, dopo aver commerciato in liquori ed acqueviti, decide di intraprenderne lui stesso la produzione. Si trasferisce, quindi, nel 1839 a Fougerolles e fino al 1855 sarà l’unico produttore di assenzio della località. Nel 1858 apre la sua distilleria a Digione e negli anni Settanta inizia a fiutare lo scontento dello Stato nei confronti dell’assenzio. Decide di portarsi avanti e di creare una bevanda alcolica che possa ricordare l’assenzio nei profumi e nel sapore ma che non ne contenga i princìpi attivi.

Chiamerà, autocelebrandosi, “bressonide” la neonata bevanda a base di anice incredibilmente somigliante al futuro pastis. Visto il grande successo di pubblico, Bresson decide di fare le cose in grande e di passare a una produzione su scala industriale aprendo distillerie in tutta la Francia, soprattutto al sud. Con i suoi prodotti partecipa a fiere e saloni e la bressonide spopola. La bravura di Ricard, dunque, non sarebbe consistita nel creare il pastis ma nel farne patrimonio di Marsiglia, creandogli una nuova identità e riuscendo a cancellarne le vere origini.

Se la teoria del complotto sia realmente fondata oppure no, non possiamo saperlo. Di certo il pastis ormai si identifica con Marsiglia ed è elemento fortemente identificativo di Marsiglia. In tutte le sue versioni, che sia nature, oppure perroquet – con menta, o ancora tomate – con pomodoro, o mauresque – con orzata, girando per i bar di Marsiglia è quasi certo che ci si imbatterà in qualcuno che ne sta consumando un bicchiere. O due.

Del resto, Montale, in Casino Totale, lo dice bene: “Finii il pastis e ne ordinai un altro. Un vecchio amico, Corot, riusciva ad apprezzare il pastis solo dopo il terzo bicchiere. Il primo lo bevi per sete. Il secondo, beh, inizi ad apprezzarne il sapore. Il terzo te lo godi!

Ma lo dice ancora meglio lo chansonnier Leo Ferrè, citato da Montale stesso: “Poveri orfani, preghiamo per abitudine il nostro Pernod.”

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Samantha Vitaletti

Nascere a Jesi è nascere a un bivio: fioretto o verdicchio? Sport è salute, per questo, con sacrifici e fatica, coltiva da anni le discipline dello stappo carpiato e del sollevamento magnum. Indecisa fra Borgogna e Champagne, dovesse portare una sola bottiglia sull'isola deserta, azzarderebbe un blend. Nel tempo libero colleziona multe, legge sudamericani e fa volontariato in una comunità di recupero per astemi-vegani. Infrange quotidianamente l'articolo del codice penale sulla modica quantità: di carbonara.

7 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 2 settimane fa - Link

Il secondo bel post di oggi, qui da queste parti. Bravissima Samantha, donna di buone letture e buonissime bevute.

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Samantha

circa 2 settimane fa - Link

Grazie, Nelle Nuvole! Mi fa piacere averti ispirato una bella lettura e una buona bevuta!

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Eb2323

circa 1 settimana fa - Link

Complimenti davvero. Bellissima prosa e grande eleganza. Non avrei mai pensato che il più bel post che abbia mai letto su intravino potesse trattare il Pastis piuttosto che un La Tache. Chapeuau!

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Eb2323

circa 1 settimana fa - Link

Chapeau.... scusate

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Giacomo

circa 2 settimane fa - Link

Effettivamente il pastis nasce dalla riconversione dell'assenzio. Molte le varie aniciate messe recentemente messe sul mercato; il 51 resta il meglio e costa molto meno di quegli esperimenti per fighettame. J.C.Izzo, letterariamente parlando, a me fa un po' pettare.

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Samantha

circa 2 settimane fa - Link

Giacomo, se la fa pettare con due t io lo trovo bellissimo e pure centralissimo, quasi mi entusiasmo. Ma se invece una “t” è venuta fuori di troppo per errore di digitazione, la prendo bene: mi suicido. (Si scherza, naturalmente!) Nel secondo caso, buona bevuta senza buona lettura!

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Nic Marsél

circa 2 settimane fa - Link

Bellissimo! Il Tomate è con la granatina. Poi ricordo gli amici bere Momie (momì), indifferentemente con menta o granatina, ma non ricordo la differenza.

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