Tarbianein, Dardleina e Lambruscaun per sconfiggere il caldo sui Colli Bolognesi

Tarbianein, Dardleina e Lambruscaun per sconfiggere il caldo sui Colli Bolognesi

di Alberto Muscolino

Tutto era iniziato all’Emporio con la scoperta della barbera, poi la curiosità ha fatto il resto e qualche tempo dopo sono andato a trovare Flavio Cantelli, figlio di Maria Bortolotti e responsabile dell’azienda agricola, in cantina. Conoscere meglio il territorio dei Colli Bolognesi è un pensiero costante, perché, come spesso accade, si finisce per ignorare il circostante, tanto è a portata di mano e “c’è tempo”. Diciamo pure che mi ha convinto l’anticiclone africano, con i suoi 39 gradi centigradi, a scappare dal centro cercando frescura in collina, e dopo soli 16 km la destinazione era raggiunta: Zola Predosa, sud-ovest di Bologna.

Si vede che avevo fatto qualcosa di buono durante la settimana, perché quel pomeriggio, ad attendermi non ho trovato un solo produttore, ma due, e il secondo era niente poco di meno che Claudio Plessi in persona. Lo stesso Plessi, minuscolo produttore di lambrusco in quel di Modena, che qualche mese prima mi aveva detto chiaramente: “niente visite in cantina da me, io sono uno solo, se sto in cantina a fare accoglienza non posso stare in vigna, e io devo stare in vigna, perché il vino da solo non si fa!”. Ora invece era lì, non so a far cosa, ma aveva l’aria di uno che non va di fretta. A quel punto la domanda era lecita: “ma tu che ci fai qui?” e la risposta era tanto semplice quanto curiosa: “giù c’è la mia cantina di affinamento, Flavio mi ha offerto uno spazio ed eccomi qui!”. Non fa una piega, almeno nel mondo dei piccoli produttori che decidono di creare sinergie, condividere conoscenze e trarne reciproco vantaggio.

Chiaro che si tratta di realtà in cui la visione e i numeri permettono cooperazioni svincolate da qualsiasi logica identitaria e competitiva forte, per cui non sarebbe ammessa nessuna associazione con altri marchi. In questo caso, invece, vince la dimensione “umana”, non quella “aziendale”, e il rapporto tra due produttori che, non tardano a farmi capire, hanno un approccio e una filosofia di fondo molto simile. Non ne faccio una questione etica, non mi interessa dire cosa sia meglio o più giusto, ma è interessante portare alla luce un’altra faccia di questo nostro mondo enoico che esiste e che bada più alla sostanza che alle apparenze.

Ci ritroviamo a chiacchierare, infatti, di questioni molto pragmatiche: il costo dei trattamenti, i finanziamenti e le logiche dei consorzi, il biologico e il superamento del biologico, l’integralismo fine a se stesso e la ricerca di un equilibrio concreto tra l’abbandono della vigna e l’intervento invasivo. In entrambi i casi il punto cruciale resta il tentativo di armonizzarsi con il territorio, favorendo la ricchezza di biodiversità in vigna, la salvaguardia degli insetti e la lotta integrata, l’inerbimento dei filari, la valorizzazione dei vitigni autoctoni e storicamente esistenti.

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Intanto il caldo fiacca un po’ la voce e prima di perdere conoscenza ci spostiamo dentro e iniziamo a degustare i vini di Flavio, in attesa che anche Claudio vada a prendere qualcuna delle sue bottiglie. Il primo è il Felestrar, un pignoletto rifermentato in bottiglia, e all’apertura ci manca poco che ne perdiamo metà a causa di una rifermentazione un po’ irruenta. Flavio però tira un sospiro di sollievo: “pensa – mi dice – che fino a qualche giorno fa era completamente fermo! Sarà stato questo caldo improvviso a far ripartire la fermentazione”. Il controllo del risultato, insomma, è tutt’altro che scientifico, ma il vino è estremamente piacevole e fresco, al colore sembra una limonata e in bocca è altrettanto dissetante.

Dopo tocca alla barbera, vinificata in rosa e rifermentata (Dardleina) che tira fuori i profumi e il gusto dei frutti rossi maturi, e tutta l’irruenza del vitigno. La temperatura di servizio, più fresca, smorza un po’ la materia, tuttavia, al momento, si avverte una componente alcolica importante, da riprovare a breve. A chiudere la batteria è il Mammolo, pignoletto fermo, che ha un naso di frutta matura, fieno, miele e in bocca colpisce per l’equilibrio tra la pienezza del frutto e l’acidità. Un’interpretazione che esce fuori dai canoni consolidati del pignoletto classico, portando all’estremo la maturità del frutto a scapito, forse, dell’aromaticità tipica, ma a beneficio dell’esplorazione di un’altra, molto promettente, potenzialità del vitigno dei colli.

Nel frattempo Plessi è di ritorno con diverse bottiglie e un’aria sempre più rilassata e bendisposta, si vede che a quel punto avevo convinto anche lui, nessun eno-fighetto medio si mette in macchina alle 3 del pomeriggio con quel caldo infernale, a visitare cantine. Mi meritavo una possibilità. Detto fatto ci spostiamo, in un sorso, in territorio modenese, faccia a faccia con due uve trebbiano: il trebbiano di Spagna e quello modenese.

lambruscaun

Il primo è il Tarbianéin, versione rifermentata in bottiglia, che mi colpisce per la complessità di profumi e di sapori. Mi aspettavo un vino semplice e invece ho trovato un vino facile da bere, ma ricco di sfaccettature odorose (zagare, fiori di campo, agrumi e camomilla) e di contrasti al palato (pienezza e leggerezza, tensione e rotondità). Il secondo è una versione ferma di trebbiano modenese (“quello che se lo fai tanto per farlo ti vien giù una roba da lavandino!”): il Tarbian. Spiazzante per intensità e consistenza, tutto giocato su sentori di erbe officinali, fiori essiccati e miele, rotondo e morbido al palato ma bilanciatissimo dalla spalla acida, con un leggero residuo zuccherino che mi ha fatto pensare ad abbinamenti con certe “erborinature”.

Veniva il turno dei lambruschi e ci siamo spostati fuori, tirava un po’ di vento e si stava proprio bene. In ordine è passato il Muntanèra (uva tosca 100%), il Tiepido (grasparossa 100%) e il Lambruscaun (lambrusco di fiorano 100%), tre vitigni differenti per tre mondi da esplorare, ma il tempo di indagare era finito, l’atmosfera e la compagnia erano così concilianti che ho smesso di “rompere le scatole” (come mi ha detto Claudio), e mi son goduto il vino e il fresco, all’ombra della roverella centenaria.

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Alberto Muscolino

Classe '86, di origini sicule dell’entroterra, dove il mare non c’è, le montagne sono alte più di mille metri e dio solo sa come sono fatte le strade. Emigrato a Bologna ho fatto tutto ciò che andava fatto (negli anni Ottanta però!): teatro, canto, semiotica, vino, un paio di corsi al DAMS, vino, incontrare Umberto Eco, vino, lavoro, vino. Dato il numero di occorrenze della parola “vino” alla fine ho deciso di diventare sommelier.

2 Commenti

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Simone

circa 1 mese fa - Link

Bello. Anche perchè certe volte la compagnia e il contesto danno all 'assaggio del vino quel surplus di piacevolezza, che "per se" il vino non avrebbe. Ed è bello così. Senza se e senza ma. P.s. le sorprese in bottiglia siano benvenute sui vini da un pugno di euro, ma sui "petardi "fanno incazzare, e quando il produttore ci dice che ogni bottiglia è una storia a se' l'incazzatura cresce, considerando i soldi spesi.

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Federico

circa 1 mese fa - Link

Dardleina di un paio di anni fa "faticava a rifermentare" (almeno le bottiglie che avevo io), l'ho bevuta abboccata. Quella comprata quest'anno buonissima! La barbera ha bisogno di queste bottiglie, anche in versione più rosata e "moderna" come questa, per rinascere e tornare ad essere quello che era: il buon rosso mosso bolognese. Davvero buona, con frutto, freschezza e bollicine e con i tipici caratteri rustici e vinosi della barbera tenuti sotto controllo.

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