Storytelling dell’altro mondo: motori, galli neri allo spiedo e verticale di Giorgio I La Massa

Storytelling dell’altro mondo: motori, galli neri allo spiedo e verticale di Giorgio I La Massa

di Clizia Zuin

Cosa vorresti fare da grande? Chi vorresti essere?

Davanti a queste domande ho sempre avuto miti femminili da rincorrere, ma da oggi, si è affacciato un uomo: Giampaolo Motta. Da grande vorrei proprio essere Giampaolo Motta.

Giampaolo è nato in una famiglia di famosi conciatori di pelli napoletani, negli anni ’90 lo incoraggiano ad andare a studiare a Lione per imparare le nuove tecniche del mestiere e dopo pochi mesi si innamora di una ragazza francese che studia viticoltura ed enologia all’Università di Bordeaux. Invece di trascorrere le vacanze a Napoli e far pratica nell’azienda di famiglia, decide di seguire la fidanzata a Bordeaux e di far “gavetta” in alcuni degli Château più prestigiosi al mondo, circondato dagli enologi che in quegli anni hanno segnato la storia del vino mondiale.

La tradizione pellettiera di famiglia passa in secondo piano e, quella che era una passione per le vigne, diventa un lavoro vero. Giampaolo, come molti di noi, si innamora della Toscana e vi si trasferisce. Dopo aver fatto pratica a Riecine, Castello d’Albola e come cantiniere al Castello dei Rampolla, dove tesse un rapporto non solo lavorativo, ma anche di amicizia con Alceo, il proprietario.

I due diventano così tanto amici che verso il 1991 decidono di comprare insieme all’asta la fattoria contigua da un imprenditore di Bolzano, ma Alceo purtroppo viene a mancare. Ormai l’impegno è preso e mamma Motta sale da Napoli per fare da garante, la stessa mamma che lamentava rumori strani alla sua Abarth tutti i lunedì mattina, non sapendo che durante i fine settimana questa veniva presa di nascosto da un Giampaolo diciassettenne, carrozzata con una rollbar e usata per i rally, altra grande passione del protagonista della nostra storia.

Giampaolo parte da Panzano sfiduciato: quale banca e quale notaio di Bolzano a inizi anni ’90 potrebbe accettare un indebitamento enorme di un ragazzo così giovane con una madre napoletana a far da garante? Ma il mondo è piccolo e le cose belle accadono spesso. Il notaio di Bolzano, tale notaio Mastellone , non era altro che un fidanzato di gioventù della madre e, conoscendo le solide basi finanziare della conceria napoletana di famiglia, ben accolse l’affare. Dopo l’acquisto della tenuta in quel di Bolzano, il nostro eroe torna in Toscana da proprietario terriero e non più da tuttofare di cantina.

Giampaolo nel frattempo non si è mai tolto dalla testa Bordeaux.

Nel 2005, con la collaborazione dell’Università di Bologna, decide di eseguire una mappatura dei suoli capillare: i 27  ettari vitati e le 60 trivellazioni mettono in luce 15 diverse profilazioni chimiche e fisiche a diverse profondità, dei veri e propri lieux-dit. Questo gli permette di avere una piena gestione di ogni singola pianta del vigneto che è oggi composto da circa un terzo di sangiovese, un terzo cabernet sauvignon, un terzo merlot con qualche filare di Alicante buschet e petit verdot, inerbimenti a base di graminacee tra i filari. Dopo la collaborazione con Carlo Ferrini, oggi l’enologo consulente è Stéphane Derenoncourt, creatore di alcuni dei vini più quotati di Bordeaux.

È arrivato il momento di far nascere la cantina.

Dopo anni di soffitti bassi durante i rimontaggi, di ginocchiate sugli spigoli e di sprechi d’acqua per la pulizia maniacale della cantina, Giampaolo decide di affidarsi al miglior architetto di cantine sul mercato, Bernard Mazieres (non so se avete presente Petrus, Château Latour, Château Margaux, Mouton Rothschild) per completare il suo sogno: una cantina che ricordi la Ferrari e i circuiti di Formula1.

Pavimenti dagli angoli stondati, stanze lavabili con una idropulitrice da cima a fondo, selezionatrice degli acini d’uva così efficace da far uscire il “caviale” dei grappoli, pressa verticale con controllo degli sprechi, sistema di aerazione che estrae la CO2 dalla cantina dove si fermenta a botti aperte, tubi di argon per evitare ogni possibile ossidazione, follatore meccanico che corre su binari e studiato proprio per raggiungere ogni angolo della vasca di fermentazione, tonneaux e barrique di Bordeaux, pavimenti con le giuste inclinazioni per evitare ristagni idrici durante le frequenti pulizie, sono solo alcune delle scelte efficaci che Giampaolo ha realizzato nella sua nuova cantina.

La passione per la Formula1 è stata invece raffigurata attraverso pavimenti con i colori della bandiera a scacchi, soffitti rosso Ferrari (stesso colore del modello 412 T2, più cupo e antecedente al modello F 310 più chiaro), le 12 vasche d’acciaio lucidissimo sono i 12 cilindri e le sale nere con le vasche di cemento altrettanto nere, sono le ruote. Quando ci si trova al centro della cantina si avverte una sensazione familiare anche se non ci sono cavallini rampanti o pezzi di motore vero stile museo (quelli si trovano nell’abitazione privata di Giampaolo), ma tutto diventa più chiaro quando il nostro vignaiolo amante della velocità ci spiega le scelte operate dall’architetto.

Oggi l’azienda appartiene in parte a soci di capitali e in parte a Giampaolo che rimane l’indiscusso, l’unico e il solo artefice, insieme ai vari “Franceschi” che compongono il suo staff, di tutte le scelte aziendali.

Le etichette prodotte sono: La Massa, blend di sangiovese, cabernet sauvignon e merlot; Carla 6, sangiovese in purezza elevato in tonneaux e Giorgio Primo, ex sangiovese, oggi un blend di cabernet sauvignon, merlot e petit Verdot elevato in barrique, dove effettua anche la malolattica, dedicato al nonno che nel lontano 1992 partecipò con un assegno determinante all’acquisto della tenuta. Giampaolo, nonostante si trovi nel cuore geografico del Chianti Classico, non produce più Chianti Classico dal 2002, nel 2003 decide di uscire dal Consorzio con un gesto plateale: il gallo nero non canta più fiero sui colli delle sue bottiglie, ma viene messo allo spiedo sulla retro etichetta.

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Dopo tanti anni quel diciassettenne che rubava l’Abarth alla mamma è rimasto un enfant terrible nel senso più buono del termine: ama ancora la velocità e le auto veloci, ama profondamente il suo lavoro e sa spiegare con precisione la ragione di ogni singola scelta operata in tutti questi anni, davanti ai suoi vini si emoziona e gli si illuminano gli occhi azzurri, ha ancora mille progetti ed etichette in arrivo, ama la vita che fa e non vorrebbe essere in altri posti o nei panni di altri.

Ora avete capito perché da grande vorrei fare la Giampaolo Motta?

In data 15 Giugno 2021 è stata fatta la prima verticale di Giorgio Primo Toscana Igt da nuova cantina, cioè dal 2011 al 2018.

Giorgio Primo 2018 55% cabernet sauvignon 40% merlot 5% petit verdot: grazia ed eleganza.
Vino decisamente in divenire, non ancora in commercio. Rubino dai riflessi porpora, leggera trasparenza vivace a bordo bicchiere. Profumi di frutta nera macerata: mora e mirto dominanti, fantastica la parte balsamica di talco e menta che rende il ventaglio olfattivo dinamico e scorrevole, a questi, si aggiungono sentori di cedro, arancia sanguinella e resina di pino. In bocca impressiona per la maturità di frutto, acini eccelsi si sono trasformati in pienezza ma non in pesantezza. Tannino scalpitante e giovane, acidità che pizzica per eccesso di gioventù. Dopo un’ora nel bicchiere si apre e mostra ulteriori aromi di cioccomenta e cannella. 95

Giorgio Primo 2017 65% cabernet sauvignon 30% merlot 5% petit verdot: nu burdel, gelata, grandine e siccità. Delle 18000 bottiglie prodotte normalmente ne sono state prodotte solo 8000.
Rubino molto cupo. Al naso si presenta intenso e scuro: amarena, mandarino, leggera nota ematica, cioccolato, tabacco dolce e un’insolita e piacevole pesca gialla. Alcol leggermente fuori dalla struttura del vino (sarà l’unico caso di tutta la degustazione), l’intercedere gustativo è pieno e completo, bella freschezza, tannino leggermente polveroso, un miracolo visto le difficoltà dell’annata. 90

Giorgio Primo 2016 40% cabernet sauvignon 55% merlot 5% petit verdot: eleganza.
Cupo impenetrabile. All’olfatto si presenta inizialmente reticente, i profumi vanno cercati a fondo, ma è davvero variegato e complesso, stesso campione assaggiato a gennaio era molto più espressivo. Frutta nera matura, tantissimo mirtillo fresco, mirto, tè nero, menta essiccata, Estatè alla pesca. All’esame gustativo è un vino che appaga tutti i sensi, tridimensionale come un cubo, ha un’eccellente persistenza senza appesantire la bevuta, lascia la bocca pulita e soddisfatta con un ricordo coerente di mirtillo. Adoro questa esecuzione dei tannini: numerosi e setosi. 94

Giorgio Primo 2015 55% cabernet sauvignon 40% merlot 5% petit verdot: sole.
Rubino pieno e impenetrabile. Rispetto alla 2016, i sentori di frutta rimangono in secondo piano per lasciare spazio a foglie secche, aghi di pino marittimo, legno di cedro, erba tagliata. Emerge timida anche una nota floreale di glicine passito, la frutta è declinatanella mora in confettura e il sambuco. I tannini sono grippanti, sono i più agguerriti della categoria, e lasciano intendere che questo sarà un vino destinato a durare e a concedersi olfattivamente sempre con forza ed esuberanza. Finale pulito e persistente. 94

Giorgio Primo 2014 50% cabernet sauvignon 40% merlot 10% petit verdot: difficile, ma grandi soddisfazioni.
Rubino con leggeri riflessi granati a bordo bicchiere. Inizialmente timido al naso, ma si apre dopo pochi istanti. Si percepisce frutta rossa: dalle fragole macerate alle ciliegie, poi vira verso le spezie come ginepro e le tostature di caffè e uno sbuffo leggero di erba di montagna appena tagliata che ricorda tanto i vini buoni e longevi di Bordeaux. In bocca la succosa acidità prevale sui tannini vellutati, composti ed integrati. Finale godibile e fruttato. Il vino più sorprendente di tutti per esecuzione vista l’annata particolarmente piovosa. 92

Giorgio Primo 2013 50% cabernet sauvignon 45% merlot 5% petit verdot: splendidamente caldo.
Cupo alla vista, quasi nero. Dopo un’attenta analisi, la 2013 risulta essere l’annata più intensa e profonda al naso nonostante un’iniziale riduzione che per fortuna passa subito. Intensi profumi di mora appena colta, pietra bagnata, noce moscata, pot-pourri, tè marocchino, cassis, scatola da sigari, cortecce. In bocca sembra un vino anagraficamente più giovane rispetto a quanto riportato in etichetta: i tannini sono fitti, ma distesi e lavorano bene con l’acidità che è ben presente ed esaltante, finale lunghissimo, pieno e sapido. 95

Giorgio Primo 2012 65% cabernet sauvignon 30% merlot 5% petit verdot: incazzato per il divorzio e petit Verdot bruciato.
Rubino molto scuro. L’aroma di tostatura di caffè è il primo ad essere identificato, seguono la liquirizia, la Crême de Cassis, il mirto, una leggera nota ematica e cenere di camino. In bocca risulta meno compatto degli altri millesimi assaggiati con tannini leggermente slegati dal corpo del vino, l’acidità e l’alcol sono composti e il finale risulta sapido e gustoso. 91

Giorgio Primo 2011 70% cabernet sauvignon 25% merlot 5% petit verdot: caldissimo e merlot bruciato.
Nel bicchiere è rubino cupo. Lo spettro olfattivo è molto intenso, variegato e curioso: eucalipto, legno di cedro, elicrisio ed erbe officinali, anice, tè ai frutti rossi, karkadè, corteccia di cedro, cola. L’alcol supera i 15,5% vol., ma non si percepisce, il finale di bocca sembra quasi dolce, ma mi assicurano che l’alcol è stato svolto completamente e l’alta percentuale dichiarata lo conferma. Questa sensazione tendente al dolce è la combinazione delle morbidezze dei polialcoli, dell’alcol e dell’uva perfettamente matura, la persistenza gusto olfattiva si allunga e ne risulta un vino integro e gioioso. 93

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Clizia Zuin

Veneta di origine, toscana di adozione, cittadina del mondo nel cuore. Dopo la laurea in Lingue Orientali, scopre la complessità del mondo del vino e dopo tanti anni ancora non si annoia. Ha lo straordinario superpotere di trovarsi sempre nei paraggi mentre si sta stappando una bottiglia monumentale. Formazione mista A.I.S e WSet, con la convinzione che presto conquisterà il mondo; in attesa di diventare il Dottor Male, collabora come sommelier in alcune delle cantine più celebrate di Toscana.

3 Commenti

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Capex

circa 3 mesi fa - Link

Storia bellissima e narrazione all'altezza. Chi non vorrebbe essere Giampaolo Motta...successo cercato e meritato. Da esempio.

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Giacomo

circa 3 mesi fa - Link

Io da grande vorrei vendere qualche decina di migliaia di bottiglie di langhe arneis fuori bollini, che sarebbero i miei calzini burberry, e qualche centinaia di bottiglie di barolo, che sarebbero la mia haute couture burberry. Il vinaccio bianco a 17, il barolo a 170. Guadagnare di più, molto di più, con l'uvaccia roerina. Questo vorrei fare io da grande, a risposta alla Sua domanda, Signora Zuin.

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Clizia Zuin

circa 3 mesi fa - Link

De guatibus non disputandum est!

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