Sette verticale: il Brunello di Fattoi

Sette verticale: il Brunello di Fattoi

di Simone Di Vito

Dopo la 2015 corre voce che anche la 2016 a Montalcino sia l’ennesima annata delle annate; quindi quale miglior scusa per comprare e mettere in cantina qualche buon Brunello?

Uno sguardo al listino, ed ecco la 2014, bella sarebbe una mini verticale… c’è la 15, – sai forse con una in più la facciamo in due, e spuntano 13 e 11, «Per caso avete pure una…» salta fuori la 12, e alla fine Lucia prima di preparare il pacco mi invia una foto dove c’è anche una 2010 «Era rimasta sola soletta li in cantina e pensavo…» sorrido compiaciuto e la scusa di un ordine è diventata una verticalina nientemale.

Azienda agricola Fattoi
Siamo in località Santa Restituita, in quella Montalcino sud che strizza l’occhio alla Case Basse di Soldera e alla Pieve di Angelo Gaja, ma dove a pochi passi trovi anche una novità degli ultimi anni come le gemelle Padovani di Fonterenza.

Dicevamo di Fattoi, azienda nata a fine anni ’70 dall’idea di Ofelio Fattoi, storico vignaiolo della denominazione che ancora oggi con l’aiuto dei figli Leonardo, Lamberto, e l’intera famiglia segue le diverse fasi tra vigna e cantina. Ben 70 ettari totali di cui 11,5 vitati a sangiovese, tra Brunello, Rosso di Montalcino, un rosso igt e vino sfuso da BagInBox, e con i restanti poi divisi tra olivi, grano, trifoglio alessandrino e bosco.

Il loro è un Brunello tradizionale, sincero, senza lustrini o paillettes in etichetta, nasce da vigne con età media 25 anni che poggiano su suoli ricchi di galestro tufaceo e argille plioceniche, rese basse e trattamenti essenziali in vigna, selezione dei grappoli e poi via in cantina, per una vinificazione fatta di lieviti indigeni, lunghe macerazioni e maturazioni divise tra botti di rovere da 40 Hl, tonneaux e qualche mese in bottiglia.

Gli assaggi:

Il formato 0,375 è ovviamente il meno indicato e attendibile per fare confronti, ma in tempi in cui non puoi ricevere in casa una carovana di persone ci ha dato la possibilità di sentire diverse annate senza esagerare. Per mischiare un po’ le carte abbiamo iniziato con un assaggio alla cieca.

 

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2010: la prima delle quattro annate a cinque stelle di oggi.
Naso opulento, salino, con prugne secche, spezie dolci, grafite e tabacco; attacco intenso, caldo e masticabile, in netto equilibrio con un tannino ben integrato, acidità e una bella scia sapida sulla lingua, finale lungo quanto basta e iniziamo subito col piede giusto: cosa ti aspetti da un Brunello a circa dieci anni dalla vendemmia? Questo.

2011: è quella apparsa più avanti con l’evoluzione; note scure, funginee, frutta sotto spirito, mercurio cromo, caffè; assaggio morbido, sapido, acidità poco percettibile e un tannino ben educato, finale un po’ corto e dolciastro ma niente male.

2012: altra annata top in passato spesso confrontata con la 2010; naso complesso, ferroso, confettura di ciliegie, pepe nero, cuoio; sorso intenso, materioso, ammiccante, spalle larghe e tannino marcato a pulire il palato, la giusta freschezza che richiama la beva, finale intramontabile; un Brunello da manuale.

2013: come la 2011 appare un pò evoluta ma decisamente più misurata; naso mentolato, nota ematica, erbe officinali; bocca ordinata, forse un po’ diluita, tannino levigato, punta di acidità e finale medio lungo; buona espressione ma che soffre molto il confronto con le precedenti.

2014: il clima di Montalcino sud è tutto in questa bottiglia, in barba ai tanti “necrologi” per un’annata da molti indicata come negativa ma che qui invece ho apprezzato tanto. Naso arioso, con rosa appassita e marasca, liquirizia, tabacco da pipa; sorso delicato, il più longilineo della batteria, con bella freschezza, tannino deciso ma educato, rimandi di frutta e spezie, finale lungo e succulento; nella cieca iniziale non pensavo minimamente ad una 2014, Lucia mi aveva avvertito.

2015: altra annata straconsiderata e osannata dalla critica; non c’è stato bisogno di selezioni prevendemmiali o diradamenti, per Ofelio la miglior uva che avesse mai visto in vita sua (81 anni proprio nel 2015). Inizia a dare il meglio di sé dopo un paio d’ore; naso sanguigno, amarena, liquirizia, grafite; bocca austera e dall’attacco potente, fresca, con tannino largo e straripante, punta di dolcezza e finale lunghissimo; ancora un po’ imbizzarrita ma c’è tanta carne al fuoco.

2016: come la 2015 anche qui ci vuole un po’ di tempo per mostrarsi bene in pubblico: naso inizialmente intermittente che alterna bagliori di frutta a timide riduzioni; è la bocca però che traina l’assaggio, svelando un po’ del suo potenziale: energica e fruttata, fresca e di buona struttura, alta bevibilitá ma con tannino ancora un po’ acerbo; alla fine spuntano arancia sanguinella e liquirizia ma quel piccolo assaggio rimasto più che ulteriori conferme mi lascia ancor più curiosità di risentirla, il prima possibile.

A fine serata, al di là dell’evoluzione di alcune (complice anche il formato), non mancano certo le considerazioni, una su tutte: nelle ultime tre annate ho percepito minor legno e concentrazione, maggior nitidezza e pulizia al palato (specie nella 2014 e 2016). Chiedo lumi su eventuali cambiamenti e ricevo conferme: maggior dimestichezza con le nuove vasche di fermentazione, delestage e più attenzione durante le fasi di fermentazione; piccoli cambiamenti che magari non tutti gli affezionati storici hanno apprezzato, ma che a mio avviso non hanno minimamente scalfito coerenza e tipicità riscontrate in ogni annata; il voler migliorare personalmente mi trova sempre d’accordo, specialmente se la strada è quella della definizione… ognuno poi ha i suoi gusti.

 

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[Foto di Marco Dal Tio]

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Simone Di Vito

Sommelier Ais, ex bassista e batterista incallito, operaio di giorno, di notte invece si trasforma in un anomalo assaggiatore; appassionato di terroir, tipicità e di tutto ciò che è autentico nel mondo del vino. Coltiva il sogno di parcellizzare tutto quel che lo circonda, quartieri di Roma compresi...

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