Riscaldamento globale: bere vini del “vecchio mondo” genera 4 volte meno co2

Riscaldamento globale: bere vini del “vecchio mondo” genera 4 volte meno co2

di Redazione

Introduzione
L’export, sappiamo bene, è una voce imprescindibile per la nostra sopravvivenza economica, culturale e sociale; oltre a questo, considerando il periodo sconvolgente che stiamo vivendo, le esportazioni nel mondo del vino – e non solo – lo diverranno, necessariamente, sempre di più. Ritengo sia interessante, per gli export manager che, come me, dovranno affrontare nuove sfide sempre più difficili, leggere le riflessioni di un professionista del settore, importatore dell’ UK che, dati alla mano, affronta un problema come quello del cambiamento climatico, da un punto di vista certamente singolare. Si tratta di uno spunto interessante e che può aiutarci, noi che dobbiamo affrontare mercati importanti come quelli del nord Europa e dove la competizione, in termini di prezzo, con i vini del nuovo mondo risulta, molto spesso, perdente. Naturalmente questa riflessione aiuta anche noi, nel nostro paese, a renderci sempre più consapevoli di come, se ancora ce ne fosse bisogno, ogni nostra azione possa risultare decisiva non solo per la nostra economia ma anche per il nostro maltrattato pianeta. Mi immagino già, sorridendo, una scena: un consumatore tedesco, ad esempio, che sceglie necessariamente un vino BIO australiano perché spende meno, è “cool” e fa più “green”! Buona lettura e grazie ad Oleg!
Pamela Bicchi – Export Manager

È ora di agire?

Siamo arrivati al punto in cui il riscaldamento globale è innegabile. Il 2020 è già destinato ad essere l’anno più caldo mai registrato. Questa tendenza è certamente preoccupante, soprattutto perché gli ultimi cinque anni sono stati, statisticamente, i cinque anni più caldi di sempre.

Fortunatamente, sempre più persone sono consapevoli che il problema esiste e che dobbiamo agire: un sondaggio Ipsos MORI del 2019 ha mostrato che l’85% dei britannici è molto preoccupato per il cambiamento climatico, rispetto al 60% nel 2010 – very concerned about climate change (standard.co.uk) – L’ascesa di gruppi come” Extinction Rebellion” – così come i “Fridays for Future” di Greta Thunberg – sono la dimostrazione di come, in tutto il mondo, un numero sempre più crescente di persone si siano appassionate a questo tema, consapevoli che si debba agire affinché si limiti al massimo l’impatto dell’umanità sull’ambiente.

In parole povere, è tempo di agire prima che sia troppo tardi. Uno dei modi più semplici per aiutare il pianeta è fare uno sforzo per limitare la quantità di CO2 che produciamo, ridurre cioè la nostra “impronta di carbonio”. L’impronta di carbonio corrisponde alla misura della quantità dei gas ad effetto serra emessi in atmosfera durante le attività umane, misurata in termini di CO2eq (anidride carbonica equivalente).

Ma in tutto questo, come può influire il modo in cui consumiamo il vino?

Il “Packaging” è riciclabile, il carburante no.
In termini di riduzione del nostro impatto ambientale, stiamo decisamente facendo passi in avanti. Il Regno Unito ricicla già oltre il 70% dei suoi rifiuti di imballaggio (UK Government, 2017 (publishing.service.gov.uk), e che proiettano il paese molto in anticipo rispetto agli obiettivi prefissati della stessa UE. E’ qualcosa di cui andare fieri. Ma mentre gli imballaggi del cibo possono essere riciclati, non possiamo dire lo stesso sul combustibile utilizzato per il trasporto fino alla vostra tavola. I trasporti sono una delle principali fonti di CO2 – navi, aerei e camion sono responsabili del 20% di tutte le emissioni di gas a effetto serra in Europa.

Ogni processo di coltivazione produce CO2, e la vinificazione non fa certo eccezione; ma dobbiamo far notare una cosa che può sembrare ovvia e che invece troppo spesso ignoriamo: mentre produrre una bottiglia di vino, in qualsiasi parte del mondo, produrrà livelli di emissione simili, la quantità di inquinamento provocato del trasporto dipenderà da quanto lontano è stata prodotta quella bottiglia e quanto quel vino dovrà viaggiare, prima di raggiungere il vostro bicchiere.

L’ Inquinamento atmosferico provocato dai camion.
Ma Quanta CO2 viene realmente generata, importando vini del Nuovo Mondo? Le navi portacontainer ed i camion che trasportano vino dalla Nuova Zelanda alla Gran Bretagna, devono affrontare un impressionante viaggio di oltre 18.000 km, attraverso tre oceani. Non sorprende che questo lungo viaggio si traduca in un percorso ad alta intensità di consumo di carburante e che produca 2,1 kg di CO2 per ogni confezione da 6 bottiglie di vino (ECTA Guidelines [2]). Per il vino che invece viene dall’Argentina, ogni scatola è responsabile di 1,5 kg di emissioni di CO2, mentre per l’Australia è ancora più alto, 2 kg per ogni box da 6 bottiglie.

Non sembra molto, vero? Beh, le cose però diventano molto più sconfortanti quando si inizia a sommare queste cifre. Se consideriamo che, nel corso di un anno, il Regno Unito importa da solo 220 milioni di litri di vino dall’Australia [220 million litres of wine from Australia alone (decanter.com) 3], si generano qualcosa come 96.000 tonnellate di CO2. Ciò equivale, all’incirca, a riscaldare 35 mila abitazioni britanniche per un anno! (35 thousand UK homes for a year (iza.org) [6]). L’importazione di vini dalla Nuova Zelanda, come ad esempio il popolare Marlborough Sauvignon Blanc, aggiunge a questa già impressionante cifra, 19.000 tonnellate di CO2 in più. E tutto questo è il risultato ottenuto prima ancora di menzionare i vini provenienti dal Sud Africa, il Sud America e gli Stati Uniti!

Scegliere i vini europei è la scelta più sostenibile.
Sebbene il Regno Unito importi il triplo di vino dalla Francia e dall’Italia rispetto alla Nuova Zelanda, non dobbiamo dimenticarci del fatto che il trasporto di vino dall’emisfero meridionale genera molta più CO2 rispetto all’acquisto da paesi più vicini a casa. Ad esempio, la spedizione di una cassa di 6 bottiglie di vino dall’Italia o dalla Francia genera quasi quattro volte meno CO2 rispetto alla Nuova Zelanda o all’Australia.

Ecco quindi in sintesi, come gli appassionati di vino del Regno Unito ( o di ogni paese Europeo…), possono fare la loro parte per il riscaldamento globale. La risposta, abbiamo visto, è abbastanza semplice: acquistare vino prodotto il più possibilmente vicino a casa. Questo, ovviamente, non significa esclusivamente l’acquisto di vino dal Kent. La Francia, l’Italia e la Spagna sono alle nostre porte e producono fantastici vini di qualità. Oltre ai classici Grand Cru di Bordeaux, il Barolo DOCG e le Reserva Rioja, ci sono moltissimi piccoli e innovativi produttori che producono nuovi ed eccitanti vini, dei colpi di scena, a volte, sugli stili classici.

Vi sono alcune tipologie di vini che sono ancora abbastanza sconosciuti in Gran Bretagna, come, per fare un esempio, l’uva bianca Arneis, o, per rimanere nella stessa zona, il ricco Nebbiolo dal Roero – un gioiello nascosto a pochi passi dal leggendario Barolo. A questi possiamo aggiungere centinaia di vini, perle create dalla natura prima, e trasformate dalle sapienti mani dell’uomo poi, grazie alla incredibile varietà di uve, terroir, cultura e tradizione di cui è ricchissima solo la nostra cara vecchia Europa!

Quindi, quando il supermercato locale, od un wine shop ti attrae con un affare interessante sul Cabernet Sauvignon australiano, vale la pena ricordare che spedire quella bottiglia dall’Australia provoca tre volte più danni al pianeta rispetto alla bottiglia di Chianti italiano, che si trova sullo scaffale accanto

Scegliere vino con meno miglia percorse è il prossimo passo per ridurre la “nostra” impronta di carbonio.
Fortunatamente, sempre più persone stanno facendo la loro parte per proteggere il nostro pianeta, con l’attenzione e la ricerca sempre più verso il KM 0, passando a prodotti provenienti da agricoltori locali, invece di orientarsi verso opzioni più esotiche e che hanno viaggiato per mezzo mondo. Il prossimo passo verso l’assunzione di responsabilità per l’ambiente è l’approvvigionamento di vino dai paesi vicini. Perché non provare un “Gran Selezione” del Chianti Classico DOCG o un bianco nobile come il Gewürztraminer dei vigneti alpini dell’Alto Adige DOC in Italia? A voi la scelta, e sarà una continua scoperta di eccellenze!

 Oleg Dmitriev (Wine Geek)
MBA, Co-founder of Independent Wine, WSET .

Articolo Originale in Inglese: Global warming: drinking Old World wines generates four times less CO2 | (independent.wine)

Bibliografia:

[1] UK Statistics on Waste, Department for Environmental Food & Rural Affairs, UK Government, 2017

[2] Guidelines for Measuring and Managing CO2 Emission from Freight Transport Operations, European Chemical Transport Association.

[3] https://www.decanter.com/wine-news/uk-wine-imports-top-countries-384745/

[4] https://www.thedrinksbusiness.com/2017/01/argentina-tops-uk-chart-for-growth-in-2016/

[5] http://ports.com/sea-route/port-of-auckland,new-zealand/london-thamesport,united-kingdom/

[6] UK Households’ Carbon Footprint: A Comparison of the Association between Household Characteristics and Emissions from Home Energy, Transport and Other Goods and Service. IZA, 2013

17 Commenti

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Stefano

circa 9 mesi fa - Link

Fantastico, è la soluzione a tutti i problemi: Europa first! Ora aspettiamo che anche gli USA diventino sensibili a questi temi e bevano solo vino di California e Oregon, così non saremo più costretti ad esportare là il nostro vino, e tenercelo finalmente tutto per noi. Che dire del Giappone, poi? Per loro, solo Sakè (e Whisky autoprodotto, ovvio), così anche la quota di export verso il Sol Levante potrà restare in Europa. In Europa, appunto, dunque non in Inghilterra...

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vinogodi

circa 9 mesi fa - Link

.... evvai , Marco (io) , di Lambrusco Viadanese .... poi non accusatemi di stato di depressione...

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marcow

circa 9 mesi fa - Link

Secondo questa logica i consumatori dell'Australia e degli USA dovrebbero bere soltanto vini australiani o americani. Si potrebbe allargare al turismo: le vacanze si faranno in patria: non si consuma carburante e non si produce CO2 con i lunghi viaggi intercontinentali. Secondo me, occorrono cambiamenti più profondi che, però, vanno a mettere in discussione lo stile di vita e il sistema economico. Con il covid abbiamo cambiato drasticamente le nostre abitudini. Con l'emergenza climatica sarà lo stesso? Vorrei ricordare che c'è un'altra emergenza, ancora non ben percepita a livello di massa, ed è quella della crescita della popolazione mondiale. Che è strettamente connessa a quella ambientale. Le due emegenze accennate avranno un impatto peggiore, sul mondo, del Covid.

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vinogodi

circa 9 mesi fa - Link

...mi domando e dico : se la logica ha da essere esportata a tutte le aree merceologiche , c'abbiamo da ritornare ai telefoni a cornetta , ai Radiomarelli , Mivar e Seleco a tubo catodico e viaggiare col brivido in biplano Savoia Marchetti ?

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Carmen

circa 9 mesi fa - Link

I riferimenti bibliografici sono davvero essenziali.. non ci avrei creduto altrimenti..

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Diego

circa 9 mesi fa - Link

:-) Peraltro articolo piuttosto inutile in Italia dove vini del Nuovo Mondo quasi non si bevono, basta fare una ricerca su Intravino o altri wineblog per rendersene conto...

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vinogodi

circa 9 mesi fa - Link

...beh ... io , quando posso , qualche Prodigo (Argentina) me lo bevo , uno dei più grandi Malbec esistenti... e così buoni dove li trovo, di Malbec , in provincia di Parma oppure di Mantova?...

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Stefano

circa 9 mesi fa - Link

Intanto per colpa dei Borgogna che ti fai arrivare, il traforo del Monte Bianco è drammaticamente trafficato. L'ecosistema alpino si vendicherà.

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Gaetano

circa 9 mesi fa - Link

Sul fatto che in UK riciclino il 70% degli imballaggi avrei parecchie cose da ridire. Mi limiterò invece di vedere la fine che faranno le migliaia di "ecoballe" di rifiuti compressi che prima della Brexit "esportavano" in Europa....

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Gurit

circa 9 mesi fa - Link

Purtroppo la questione in Italia non fa notizia, essendo noi grandi esportatori nel nuovo mondo.

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Francesco Fabbretti

circa 9 mesi fa - Link

Mi sembra una riflessione dal fiato un po' corto. Posso anche accettare di comprare Italiano (Europeo al massimo, tiè!) ma il discorso che non fa una piega per me , la fa per i produttori...che succederebbe se applicassero queste idee i grandi paesi importatori del nostro vino??? Poi rischieremmo di bercelo tutto "io, mammet' e tu"

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Stefano

circa 9 mesi fa - Link

Articolo interessante se non fosse poco percorribile. Il vino italiano vive di export e gli Stati Uniti sono ai vertici dell'importazione delle nostre bottiglie. Servono energie propulsive diverse dal petrolio e derivati, solo così si abbatte l'immissione di CO2 ed i nostri fatturati non vengono penalizzati.

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Gianpaolo

circa 9 mesi fa - Link

A parte l'ovvio problema, come è stato osservato già, del fatto che i paesi produttori di vino in Europa sono anche i maggiori esportatori nel nuovo mondo, ho qualche dubbio anche sul ragionamento di base. La stragrande maggioranza dei vini importati dall'Australia, Sud Africa (nuovo o vecchio mondo?), Cile, ecc., che fanno i volumi veri, le bottiglie vendute nei supermercati a £5, sono trasportati sfusi in flexitank di 22.000 litri, in container e imbottigliati nel paese di arrivo, con packaging leggero. Questo è un sistema molto più green rispetto al trasporto di bottiglie.

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Nicola Micheletti

circa 9 mesi fa - Link

Sono appassionato di viaggi oltre che di cibo e quindi a volte mi viene comodo incrociare le due passioni. Lungi da me scatenare un flame ma devo dire che: 1) in Argentina ho bevuto diversi Malbec anche in ristoranti di livello su consiglio del sommelier. Nessuno mi ha colpito tranne che uno “entry level” molto elegante e scarico che si chiama Asa Nisi Masa (citazione di 8 e 1/2) e che berrei molto volentieri anche a casa a trovarlo, ma pare che al momento non sia proprio importato. 2) in Nuova Zelanda ho bevuto diversi Pinot Nero che non mi sono piaciuti. Il Sauvignon di Malbororough Sound invece è ottimo ma francamente non più buono di quello di livello alto del Collio o dell’ Alto Adige. 3) Capitolo Pinotage e bordolesi assortiti di Stellenbosch (Sudafrica) : per me un grande boh. Tantissimo frutto e vaniglia, non me ne ricordo uno che mi abbia davvero colpito. 4) Napa Valley: non mi esprimo perché dicono che quelli molto buoni ci sono ma sono davvero fuori dalla mia portata economica. Nella fascia entro 50 $ a bottiglia (comprato in cantina) non mi ricordo cose eccezionali. Mi piacerebbe sentire pareri di altri appassionati. Globalmente credo che un europeo con capacità di spesa “non élite” possa permettersi di ignorare il vino del nuovo mondo.

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Franco

circa 9 mesi fa - Link

Articolo molto interessante. Mi piacerebbe leggere su Intravino (e discutere) di un altro fattore, ben più impattante, che contribuisce alle emissioni di CO2 (oltre a generare bioresistenza agli antibiotici per noi), ovvero la produzione di carne e di pesce. Forse leggermente off-topic ma legata a stretto giro della nostra passione comune per il vino, dato che gli abbinamenti sono a maggioranza a base di carne o pesce. Sarebbe anche forse l'occasione per uscire dai soliti schemi di abbinamento, attraverso la sperimentazione, questa volta consapevole delle esternalità negative delle prelibatezze che abbiniamo ai nostri vini. Un saluto

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Franco

circa 9 mesi fa - Link

mi correggo, siamo assolutamente in-topic. Grazie a chi vorrà elaborare anche solo uno striminzito commento

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Nicola Micheletti

circa 9 mesi fa - Link

L’ allevamento di manzo, sia per carne che per latte, da solo genera il 60 % dei gas serra dovuti alle attività di allevamento animale. Il maiale che segue a ruota si ferma a un misero 9%. Per cui un atteggiamento responsabile sarebbe di base già limitare al massimo carne rossa e consumo di latte vaccino. Sull’allevamento ittico invece non saprei dire a momento.

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