Radici del sud 2021, il futuro è scritto negli autoctoni?

Radici del sud 2021, il futuro è scritto negli autoctoni?

di Antonia Maria Papagno

Il castello di Sannicandro di Bari si trova nella zona medievale della cittadina pugliese e ospita ogni anno Radici del sud, l’evento dedicato ai vitigni autoctoni dei vini del meridione con la presenza di numerose cantine di Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia, Abruzzo, Molise e Sardegna.

Il singolare itinerario di Radici, infatti, attraversa quei territori ai quali il vitigno autoctono appartiene di default, una ricetta contadina unica e originaria (non replicabile altrove) da cui dipende l’esistenza di entrambi.

Questa relazione speciale, in stile tradizionale o più innovativa, storica o semplicemente didattica, sposa appieno la sfida del recupero, della identità e della riconoscibilità come patrimonio di tutto il vino italiano.

Le due giurie si sono confrontate con diverse realtà produttive che rappresentano bene l’affinità tra territorio e vitigno e gli assaggi hanno rivelato quanto i vini del sud che utilizzano i vitigni autoctoni, abbiano la capacità di migliorare ogni anno il livello qualitativo della loro produzione, spingendo sul tasto della tipicità.

I riconoscimenti della manifestazione hanno premiato, con  degustazioni rigorosamente alla cieca, sia le piccole realtà vinicole  che produttori già affermati, segno evidente che tutte le aziende possono aderire, partecipare e vincere.

Ma quanto è vincente sui mercati internazionali il vino da pallagrello bianco, aniga braxia, cococciola, caprettone, casavecchia, tintilia, pascale, monica, sciascinoso, nieddera, nuragus vernaccina o granatza?

Questa ricca ripartizione dei numerosi vitigni che consideriamo il nostro punto di forza, può essere di ostacolo e confondere il consumatore (soprattutto straniero) nella riconoscibilità immediata dell’area di riferimento, o rappresenta una ricchezza per i nostri territori?

Quanto impegno dovrebbe in tal caso passare dalla comunicazione e divulgazione degli stessi, oltre alla ricerca e definizione di macroaree riconoscibili e immediate?

Insomma: sono questi i vini che possono cambiare il mercato più consolidato degli autoctoni più “classici“?

Wine Tasting  

Terra e Mare, Vermentino di Gallura docg 2019 – Un mare di vino (vol 13,5%)
Siamo in piena Gallura. Su un fondo disegnato da biancospino e ginestra c’è un estratto di Sardegna: macchia tipica mediterranea, rosmarino, timo, mirto, elicriso. Al gusto è secco e fresco con ricordi di agrumi e il finale è delicatamente minerale. Autoctona l’interpretazione di Gioacchino Sini nel suo vermentino base che sa di Gallura incontaminata dove il disfacimento granitico è protagonista. Nome ed etichetta originale e intrigante come il vino nel calice.

Antiogu, Mandrolisai doc Superiore 2017 – Fradiles (vol. 16%, bovale 50%, cannonau 30%, monica 20%)
Quintessenza della filosofia autoctona. Uno dei vini che più rappresenta Radici del sud 2020 è prodotto in Sardegna. Ha carattere forte e deciso che traduce il vino in intensità e complessità. La frutta golosa accompagna una spezieria ben dosata e finissima e non mancano certo le erbe aromatiche. La sua sapidità minerale attraversa potenza, freschezza e tannini evoluti. Armonia, forma e spirito sardo chiudono il lungo finale di questo vino autoctono per eccellenza.

I risultati del concorso li trovate qui

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Antonia Maria Papagno

Una vita sotto il segno del wine&food, divento sommelier AIS in tempi non sospetti. Enotecaria per alcuni anni, ora mi occupo di consulenza per ristoranti e cantine private. Assaggio oli per mestiere e per amore della mia terra. Scrivo di ciò che mi appassiona e amo.

2 Commenti

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josè pellegrini

circa 7 mesi fa - Link

molto interessante , molto ben scritto, molto curioso. Perché non raccontare questi nobili sconosciuti ai più uno per uno?

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Stefano Cinelli Colombini

circa 7 mesi fa - Link

I cosiddetti autoctoni sono vitigni coltivati con continuità in determinati territori, e qui sarebbe logico porsi una domanda: Perché? La risposta è evidente, perché in quel luogo funzionavano. Ovvero, davano vini apprezzabili e lo facevano quasi ogni anno. Perché un'uva che viene bene un anno si e uno forse veniva abbandonata presto, chi deve pensare al pane da portare a casa non se la può permettere. È da questa ovvietà che dovrebbe partire la "riscoperta" degli autoctoni, perché non è possibile che merlot, trebbiano, cabernet o sangiovese facciano grandi vini ovunque.

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