Quasi come una guerra

Quasi come una guerra

di Thomas Pennazzi

Tutti lo dicono: è come una guerra, questo maledetto virus. Ma la parola evoca in noi solo narrazioni leggendarie, o generazione fortunata!

I racconti dei nostri padri, bimbi o neppure nati a quel tempo, ancora non bastano a farcela comprendere. Ci volevano le nonne: nella nostra infanzia ce l’hanno raccontata sì, loro che l’hanno davvero vissuta sulla propria pelle, la guerra.

Il virus arriva quindi ad agire come la famosa madeleine: tu cerchi di comprendere i tempi, e intanto il morbo scava nella tua memoria, e ti rivedi bambino ad ascoltare rapito cose di cui non potevi quasi capire il senso. Ecco la nonna che ti racconta di avvenimenti già allora lontani, del tempo di guerra, così diceva… favole di un evo presunto eroico, eppure certamente tragico. Tutto cominciò con l’Italia inchiodata alla radio, nella funesta ora delle decisioni irrevocabili dal fatale balcone di Palazzo Venezia.

Oggi fai presto: vai a curiosare sull’internet, ne trovi le testimonianze e – sembra un paradosso – ti tieni la pancia dal ridere. Il filmato Luce der Mascellone che proclama la guerra ti sembra una irresistibile scena da film chapliniano, condita però di surreale se consideri con l’occhio odierno la folla sardinesca che stipa la piazza: un virus di allora ne avrebbe fatto ecatombe certissima, prima ancora delle granate nemiche. Non era finzione, purtroppo. Come il corona che sta mietendo la nuovissima inutile strage.

E dopo il video ti arrivano i ricordi, perché l’hai già sentito, l’inizio di questa storia: quel giorno tutta Italia si fermava per ordini superiori – come oggi, già, rifletti all’improvviso: serrata generale. Che la storia si ripeta davvero, cambiata di quinte e di fondali?

Tutti convocati nelle piazze, e tutti sotto i balconi, da Merano ad Agrigento. E tu risenti col pensiero la voce della nonna raccontarti che sì, anche nel minuscolo villaggio di C***, tuo nonno, fortunato possessore di un apparecchio radio, aveva dovuto, sotto l’imperio dei medesimi ordini superiori, scarriolare ad usum populi l’ingombrante arnese sul balcone della casa avita; che allora mica era una app dentro ad ogni telefono. Ed i contadini, coattivamente riuniti quel dieci di giugno del Quaranta nella corte di quella che oggi è casa tua, furono messi a naso all’insù dagli scagnozzi in orbace ad ascoltare il tronfio proclama che avrebbe segnato il loro destino di fame e disgrazia. Perché la guerra è questo.

Oggi la guerra al virus non è per fortuna fame, ma disgrazie ne vedi eccome, almeno in Lombardia: attorno a te cadono come in battaglia, i contagiati, chi in quarantena, chi all’ospedale, chi al cimitero. E ripensi alla nonna ed al suo racconto di quegli anni feroci.

La vita in campagna in tempo di guerra era una benedizione, ti ricordava. Chi poteva si ritirava dalle case di città, e dal rischio di esser affamati o bombardati: da mangiare non ne sarebbe mancato, diceva lei. I beni di lusso però, lo zucchero, il caffè, l’olio, sparivano dalla circolazione: sentivi parlare di tessere annonarie, di borsa nera, e di ricette per tempi eccezionali, parole difficili ed ignote alle orecchie di un bambino.

Ottant’anni dopo vai al negozietto del villaggio, e ti dicono che “Sa, siamo riusciti a procurarci un po’ di farina e abbiamo trovato pure del lievito, ne prenda prima che finisca”. Beni ovvi, pensavi, come lo zucchero e la cioccolata. Però cominci a farti qualche domanda, grattandoti la testa. La guerra batteriologica ci sta facendo scoprire come preziose delle cose finora credute inesauribili: perfino la carta igienica, arraffata dai più psicotici. Come avranno fatto senza, i nostri progenitori?

Ti rituffi nella memoria, e la nonna riprende a raccontare, come in un romanzo epico, di una damigiana d’olio fortunosamente arrivata dalla Liguria nella grande cucina in quei tempi difficili, dio sa con quali rigiri. E del surrogato del caffè e del burro, cicoria e margarina; ma tu questa parola la sapevi già, e interrompevi la narrazione. Quando la fornaia del borgo qualche volta ti regalava un grosso cremino dopo aver comprato il pane, la leggevi nelle pieghe dell’incarto: c’era scritto surrogato di cioccolato. E l’esperienza ti insegnava che era roba grama.

Il racconto proseguiva con le carni, che cortile e stalla non facevano mancare, né mancavano i preziosi latte, burro ed uova, dono della cascina: in città sarebbero state chimere. Il riso ed il frumento lo faceva coltivare il nonno, e se ce n’era sempre, era perché si sottraeva alle rapaci unghie degli ammassi obbligatori, riferiva la nonna, e le brillavano gli occhi, compiaciuta dell’italica e sempiterna furbizia.

Quante altre storie dei tempi di guerra sentivamo, su cui potevamo fantasticare. Ecco gli sfollati, per noi un termine esotico: era gente venuta da fuori che viveva nelle dipendenze della nostra casa; ecco le visite interessate di pittori e di scultori locali, ai quali l’arte non riempiva più la pancia e faceva ben comodo una scodella di rustico vino ed una fetta di salame – alimento nerissimo, ma di cui nessuna casa di campagna dotata di maiale era priva – in cambio di un pomeriggio di chiacchiere salottiere e magari di uno schizzo a matita; e ci favoleggiava addirittura che in qualche remota rimessa ci fosse stipato perfino l’arredo di un albergo d’una località ligure, anch’esso sfollato; la nonna raccontava che entrandoci si respirava aria di mare. Come facevi a non restare a bocca aperta? Erano i racconti delle mille e una notte per noi bambini.

Del vino di guerra però non ricordo granché: se ci penso oggi, riaffiora solo qualche brandello.

Parole difficili, diceva la nonna: clinto, può essere? Dietro casa e in fondo al giardino c’era difatti nella mia infanzia un paio di filari sopravvissuti di quest’uva americana piccola e violetta, che noi bambini vendemmiavamo golosi per il suo buon sapore, e per le torte venture. Ma il vino, quello doveva essere terribile. Anche l’altro che si faceva nelle nostre campagne, chiamato cremaschino, chissà cos’era mai; dopo la fillossera non ce n’era praticamente che pochi impianti, ed è meglio così. La scodella, di colore rubino pallido ed acidissimo contenuto, me la ricordo bene; me ne fecero bere un sorso da ragazzino il prete del paese ed il benzinaio, amici di tazza; roba da disamorarsi per tutta la vita di Bacco. Se quello era vino, guastava lo stomaco, ma non certo il fegato.

E ora? Ora siamo qui a spaccare il capello in quattro, eternamente divisi tra bevitori compulsivi, eno-filosofi, leoni da tastiera, critici venerabili o forse no, palati meccanici da degustazione, ed appassionati senza galloni. Ha ancora senso parlare di vino, mentre tutt’Europa è in catene per causa del morbo cinese, e si rischia la pelle, o è meglio berlo in meditativo silenzio?

Le nostre cantine personali, in questo assurdo tempo di guerra in cui siamo consegnati agli arresti domiciliari, stanno subendo un proditorio assalto: la soldataglia che le devasta siamo noi stessi, però. Direte che c’è l’e-commerce, di che ti lamenti? Ma chi ha la fortuna di possedere uno straccio di cantina costruita a proprio capriccio, sa bene quanto ogni bottiglia o cartone ci racconti una qualche storia: una visita dal vignaiolo, un innamoramento subitaneo, un ben riposto sogno futuro, in paziente sonno; e sa anche quanto gli sia moralmente penoso questo prelievo forzoso, che mai farebbe se non stretto dal bisogno di vino. Ogni tanto una gita, un assaggio, una fiera, rimpolpavano gli scaffali. Adesso basta. Nemmeno andare al colle più vicino si può, mannaggia. E lo stappo, in questi tempi pestilenziali, aiuta. Altroché se aiuta: a dimenticare l’ansia, a far gioire un momento, a colorare un pasto altrimenti scialbo.

Ed eccole assalite, povere cantine, frugate in ogni angolo il più polveroso, per valutarne la consistenza e la probabile durata, al tempo del corona. Tornano per l’ultima volta alla memoria le parole della nonna: come fosse stato ieri, la vedi alla sera in giardino puntare il dito verso Milano, mentre ti dipinge l’epico e rossastro incendio della città sotto le bombe di Pippo, che nel Quarantatre dava macabro spettacolo fin nella lontana e quieta Bassa. Guerra che non tornerà mai più, pensavi allora…

Tu dalle finestre del giardino getti di nuovo lo sguardo verso la metropoli, ma stai pensando alla Milano di oggi, agli amici brillanti che svolazzavano ridenti da un aperitivo all’altro, tra enoteche con cucina a vista e wine-bar fronte navigli: ora stanno costretti in piccole case orfane di cantina, o dalle magre risorse, poveri cristi, e presto finiranno le scorte. Nemmeno potranno raggiungerti per sorseggiare in compagnia il bicchiere di frizzantino colla fetta di salame, la padanissima e perpetua tradizione ospitale di casa: che tragedia! Ma in cuor tuo sorridi lo stesso, da campagnolo felice di aver imbottigliato un bel po’ di vino di Castell’Arquato, poco prima d’esser fatto prigioniero dal virus.

La nonna aveva ragione: se non sarà lusso, pure in guerra non ci mancherà nulla.

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

4 Commenti

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Nic Marsél

circa 2 mesi fa - Link

Scusa se mi fermo a sorridere su un particolare di rilevanza minore : il cremino di surrogato di cioccolato :-) Ma ci saranno ancora? Ieri ho mangiato una michetta dopo due settimane in casa senza pane. Al solo profumo son volato su un altro pianeta :-) Grazie del racconto. Ci sono dentro invischiato come nel fango dei miei giorni di bambino quando di nascosto infilavo gli stivali di gomma del nonno per uscire nei campi appena dopo la pioggia.

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Massimiliano

circa 2 mesi fa - Link

Curioso di quel vino di Castell'Arquato...bella testimonianza.

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Damiano

circa 2 mesi fa - Link

😁😬😬😬

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Josè Pellegrini

circa 2 mesi fa - Link

Vissuto in prima persona ...Milano che brucia...L'orrore della guerra , la fatica della rinascita , gli anni di piombo, il terrorismo. E l'insidia del virus.Beata la campagna ! Grazie del racconto.

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