Provo a spiegare Walter Massa, il re del Timorasso

Provo a spiegare Walter Massa, il re del Timorasso

di Jacopo Manni

Una mattina uggiosa di maggio, salendo appena qualche tornante da Volpedo, Walter Massa ci accoglie nel suo regno. Leggendo e bevendo di lui mi ero figurato un regno del più classico dei nobili proletari, ovvero di un contadino intellettualizzato, una sorta di imprenditore filosofo alla Brunello Cucinelli. Mi ritrovo invece nel garage senza intonaco di una classica casa della ricostruzione post bellica contadina con Walter che ci fa entrare in casa da una porta fuori misura riarrangiata che dal garage/magazzino ci porta dentro la sua sala degustazione, praticamente la sala da pranzo di mia nonna contadina umbra.

Pregiudizi uccisi in due minuti due.

Il re del Timorasso mi intriga. Lo annusi e lo squadri e non è facile da leggere.

E’ un figlio delle riflessioni socio-proletarie del suo illustre conterraneo Pellizza da Volpedo, l’autore del più grande manifesto che il proletariato possa vantare: il Quarto Stato. Lo senti che le sue radici vengono da lì, ma la sua personalità è articolata e sembra una bella cuvée tutta autoctona e italica e Rosso sanguigna come il suo bollente ardore.

Oltre al vecchio Pellizza la geniale cuvèe del Massa sembra composta da un bel 40% di follia imprenditoriale di Renzo Rosso, un corposo 25% di cazzima e follia isterica di Valentino Rossi, un 30% di spericolatezza provocautoriale del vate Vasco Rossi e un 5% di figaccitudine del pischello Kim Rossi Stuart.

A rendere ancora più surreale ma dannatamente vero e umano il tutto ci pensa il suo folle scudiero Hobbit detto Pigi, una gigante salopette scalza vestita di ingenua grazia e bellezza che Walter chiama, anzi strilla, Zoc!! diminutivo di zoccolo (non ho avuto il coraggio di chiedere) che stappa, mesce e spalleggia.

A questo punto avrete capito che il buon Walter è un figo pazzesco, ma non quello del bigoncio attenzione, lui infatti si (auto)definisce figo come acronimo di Facitore Intellettuale di Generi Orgasmotici.

Facitore di vini edonistici in effetti lo è, ma partito dal basso e si vede che lì nella terra ci è sempre rimasto fiero e aggraziato.

Lui è nato in questa casa e ci ha messo 30 anni di fatica, sangue e tanto intelletto per costruire il suo piccolo chateaux ma in salsa tortonese. Tetto in testa e terra a vista e sei un vero contadino, come gli ha insegnato il nonno. La casa è il fulcro del tutto, le vigne sono tutte intorno alla casa/chateux distanti al massimo un paio di km.

“Negli miei primi anni lavoravo col Cortese e non provavo soddisfazione” da buon uomo di terra sa bene che donne e viti dei paesi tuoi, e ll Cortese a Monleale capisce che non ci sta. Il Timorasso lo imbottiglia invece nell’88 la prima volta ad aprile e poi la botta di culo come dice lui stesso. Si accorge che quei vini sono buoni subito ma invecchiati sono una bomba, e allora  ferma i buoi e pianta le viti. Timorasso a manetta. Il vino non lo ha inventato nessuno lui dice, il vino ritiene che sia un regalo fatto all’umanità per permettergli di vivere qualche millennio di bellezze ma soprattutto di bruttezze. Il vino è umano molto più degli uomini, e come Salvo Foti lui fa vini u…mani una parola molto più sensata che vini naturali o vini artigianali.

Lui crede, da figlio della terra e del proletariato progressista che bisogna puntare su un concetto fondamentale molto più importante del naturale o artigianale: l’equilibrio. Tutto va dimensionato in base all’esistente, un concetto che a ben pensare rappresenta in pieno il Genius loci di tutto il nostro Belpaese.

La mattina scorre e Massa si conferma un attrattore di umanità, una calamita naturale di situazioni e il cast della mattinata diventa incredibile, quasi surreale. Come attrezzista entra Danilo Ingannamorte del ristorante orto con cucina Erba Brusca di Milano portando un salame pazzesco che finisce subito in tavola per accompagnare le sbevazzate. Scene epiche e surreali si intrecciano alle derive alcoliche, grissini iniziano a piovere sul tavolo ma li mesce il Sindaco di Monleale, Paola Massa la sorella del patron. Il sindaco pensa al pane e il ristoratore al companatico. Una scena che nemmeno Guareschi avrebbe partorito.

Dal 2010 chiude col tappo a vite portando avanti tanti imbottigliamenti in parallelo con quelli classici di sughero. La sua passione per i motori ritorna a bomba nelle sue metafore:

“Io non vado a rompere i coglioni ai produttori di macchine sulle gomme che montano e vorrei che nessuno vada a romper i maroni ai produttori di vino sul tipo di tappo che usano per imbottigliare i loro vini” amen.

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LE DEGUSTAZIONI

I 5 bianchi sono tutti da solo Timorasso e affinati tutti in acciaio. Le stesse annate vengono dalle stesse vasche di affinamento.

Derthona 2019 tappo a vite
Imbottigliato a dicembre 2020 il vino in commercio in questo momento. “Potevo se gli volevo un pò più bene aprirlo il prossimo anno” dice lui, ma ha preferito farci partire da qui per capire il senso dell’evoluzione del Timorasso. Colora il bicchiere di giallo citrino quasi cromato e di molta luce. Naso non esplosivo ma molto piacevole con note di tiglio e acacia, dell’acacia si porta dietro anche il miele e belle note piccanti di pietra focaia. Il sorso però è scomposto, va aspettato e rispettato.

Derthona 2015 tappo sughero
Oro liquido nel bicchiere che profuma di litchi, di resina dolce, pepe rosa, zucchero a velo. Odora di torta di mele ben cotta. In bocca ha una morbidezza elegante e austera, poi arriva la sapidità fossile che rende la beva una goduria. Finale di arancia candita zenzero e una leggera nota ossidativa e salmastra che lo rende emozionante.

Tappo a vite
Vino preso dalla stessa vasca del precedente, iniziamo a studiare le tappature.
Colore molto simile al precedente ma al naso è molto più vibrante e verticale. Sprigiona una forza fervida e calorosa, un’energia materica. Anche in bocca è incredibilmente più vivo e vibrante del Dertohna sughero 2015, la matrice di differenza col fratello a sughero è una acidità decisamente più spiccata e balsamica, una lunghezza in bocca simile per tempi ma non per modi, più larga e progressiva in questo con un finale vivo e deliziato da una vena di pepe rosa.

Tappo a vite vince di gran lunga

Montecitorio 2016 tappo a vite
Partiamo dal tappo a vite invece per la 2016 di questo Cru sempre Timorasso 100%. Qui invece il tappo a vite produce un naso leggermente chiuso rispetto alle aspettative visive nel bicchiere. Sembra leggermente disarmonico, restio, va detto che, mea culpa, lo faccio durare troppo poco nel bicchiere perché troppo preso a farmi affascinare dalle chiacchiere del duo delle meraviglie Walter+ Zoc. Profuma di miele e leggere note balsamiche. In bocca però esplode morbido e sensuale, ha grande corpo il ragazzo, sapidità e morbidezza danzano in bocca. Finale balsamico di eucalipto e di mandorla dolce.

Tappo sughero
Colore uguale al vite ma questo al naso è molto più interessante. Lo completa una leggera nota ossidativa assai piacevole. In bocca invece altro giro di giostra, è meno piacevole del tappo a vite, rimane meno vibrante e interessante, ha una bella ampiezza e saporosità di bocca che non è però lunga e larga come il precedente.

Gara più equilibrata tra i due ma in volata il tappo a vite conquista il traguardo per primo.

Bigolla 2004
Unico rosso della batteria è questa Barbera evoluta. Il colore è vivo e profondo tra il rubino e il granato, il naso parte un pò scorbutico e selvaggio ma poi si apre come una coda di pavone a ruota, edonista come il suo facitore. Una cascata di profumi evoluti e aggraziati di cardamomo, anice, tabacco dolce, chiodi di garofano, caffè, mi tocca smettere di elencarli solo per non farmi prendere per il culo dal facitore. In bocca irruento e dirompente, tannino dolce e agile. Ha l’eleganza dei poveri.

Bonus track

Chateau Bellevue 2016 st Emillon grand cru classe’

Walter è già scappato verso il ristorante, io rimango un attimo a riordinare gli appunti (in realtà sono lercio e goffo arrivato a questo punto). Qualcuno aveva storto la bocca quando si parlava di barbera come grande uva. Mi alzo e mi si para davanti la salopettona del Zoc che mi sfida con un bicchiere in mano alla cieca a bere. “Voi italiani non sapete un cazzo… avete rovinato il vino” borbotta…”saggia qua” e mi schiaffa in mano il bicchiere. Tremo e sudo. Bevo e dico: “molto più buona la Bigolla di questo gran cru!”

Allora Zoc mi molla…mi sono salvato per il rotto della cuffia.

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Jacopo Manni

Nasce a Roma ma si incastella a Frascati dove cresce a porchetta e vino sfuso. L’educazione adolescenziale scorre via in malo modo, unica nota di merito è aver visto dal vivo gli ultimi concerti romani dei Ramones e dei Nirvana. Viaggiatore seriale e campeggiatore folle, scrive un libro di ricette da campeggio e altri libri di cucina che lo portano all’apice della carriera da Licia Colo’. Laureato in storia medievale nel portafoglio ha il santino di Alessandro Barbero. Diploma Ais e Master Alma-Ais, millantando di conoscere il vino riesce ad entrare ad Intravino dalla porta sul retro.

9 Commenti

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Mattia Grazioli

circa 2 mesi fa - Link

È uomo di cuore. Di inclusione. Di vera amicizia. È (anche) merito suo se faccio vino. È soprattutto merito suo se credo di potercela fare. È colpa sua se, ogni tanto, penso anche di farlo buono.

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Alessio

circa 2 mesi fa - Link

Ho aimé avuto il piacere di passare un po'di tempo col buon Walter ed il Pigi..atore, autore di atti a non finire. I vini di Walter sono un patrimonio artistico culturale Italiano e Pigi lo sa molto bene. Il suo marketing opposto è la chiave di volta degli atti che giornalmente vanno in scena al teatro comunale di Monleale. Bellissimo articolo. Complimenti!

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Adriano Aiello

circa 2 mesi fa - Link

Non lo chiama più ”la badante” il Pigi? Zoc cmq mi pare perché a furia di andar scalzo ha i piedi di cemento

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Stefano

circa 2 mesi fa - Link

... e invece le gomme sulle auto sono fondamentali, nessuno sembra ricordarselo

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Sancho P

circa 2 mesi fa - Link

I grandi Timorasso rimangono i Suoi. Per espressività, vitalità e longevità. Senza nulla togliere agli altri. Capita di assaggiare alcune interpretazioni di questo grande vitigno, con un residuo zuccherino forse sopra le righe. Quasi fossimo in Alsazia. Comunque, W il Timorasso. E con l'occasione mi permetto di segnalare quello di Oltretorrente e degli amici di Valli Unite.

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Ziliovino

circa 2 mesi fa - Link

è stata una delle primissime cantine visitate, e la ricordo tutt'ora come una delle visite più belle... ancora non c'era Pigi (credo, apparso qualche anno dopo). però i suoi timorasso mi sembravano meno opulenti e li preferivo. oppure sono i miei gusti ad essere cambiati, chissà...

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Luca

circa 2 mesi fa - Link

Lo conobbi qualche anno fa a un verticale sul Timorasso. Una persona semplice e spontanea.

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andrea celant

circa 2 mesi fa - Link

l'ho incontrato qualche anno fa a una degustazione di suoi vini: ammirazione sconfinata per l'umanità e per la CAPACITA' ; Montecitorio e Bigolla, se potessi permettermeli, li berrei ogni giorno

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Wine Garagist

circa 2 mesi fa - Link

Ok, Walter Massa è il gran capo, maestro di cerimonie...ma vogliamo parlare delle interpretazioni di Ricci, Andrea Tirelli, Valli Unite, Boveri, La Colombera etc...mille sfaccettature per un vitigno-territorio con un grandissimo potenziale. Ne berremo delle belle, basta aver la pazienza di aspettare

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