Perché è così difficile descrivere un vino, tra Denis Dubourdieu e Ludwig Wittgenstein

Perché è così difficile descrivere un vino, tra Denis Dubourdieu e Ludwig Wittgenstein

di Pietro Stara

Possiamo pensare, a volte, di poter dire le stesse cose in altro modo. Altre volte, ancora, riteniamo di poter affermare dei concetti usando mezzi che non sono parole, perché le parole non bastano: disegni, sguardi, mimiche, figure, fotografie, filmati… Altre volte, poi, consideriamo di poter dire senza parlare, perché è solo col silenzio che riusciamo a comunicare qualcosa. Permettiamo, in questo modo, alla parola taciuta di potersi rivelare.

Altre volte, infine, non abbiamo alcun mezzo per abbozzare ciò che avvertiamo e la parola non è che il limite stesso, ultimo, della nostra capacità di comprendere. La parola non dice perché non può dire, non perché non lo voglia: non ne è capace allo stesso modo in cui noi non lo siamo. Ed è così per il vino.

Denis Dubourdieu affermò che la nostra attività sensoriale, quando assaggiamo un vino, si verbalizza male e, il più delle volte, risulta addirittura indicibile. Così lui, l’Enologo, propose, per ovviare alla questione, la creazione di un linguaggio di sodali, della propria tribù o degli affini. Di quelli che si capiscono, almeno tra di loro. Ma l’indicibile, ciò che sarebbe meglio tacere, non ha verbalizzazione alcuna. Allo stesso modo in cui ci emozioniamo nell’ascolto di un pezzo musicale, così avviene di fronte ad un vino in cui vi è della musica liquida, proseguì Dubourdieu (Et le vin, c’est de la musique liquide). A questo aggiunse che le attività di scoperta e di descrizione di un vino non posso essere confuse: sia per qualità che per modalità (in tempi necessariamente diversi).

In un testo uscito postumo (1953), Ricerche filosofiche, il filosofo Ludwig Wittgenstein scrisse che “il comprendere una proposizione del linguaggio è molto più affine [verwandter] al comprendere un tema musicale di quanto forse non si creda. Ma io la intendo così: che il comprendere la proposizione del linguaggio è più vicino di quanto non si pensi a ciò che di solito si chiama comprendere il tema musicale. Perché il colorito e il tempo devono muoversi proprio secondo questa linea? Si vorrebbe dire: «Perché io so che cosa voglia dire tutto questo». Ma che cosa vuol dire? Non saprei dirlo. Per darne una ‘spiegazione’ potrei paragonare il tema con qualcos’altro che ha lo stesso ritmo (vorrei dire, la stessa linea)”. [Wittgenstein 1953, trad. it. 1967:188]

È come se sentissimo che, una volta esaurite tutte le possibilità scientifiche, tecniche, percettive, il nostro problema non sia stato ancora neppure toccato: il limite, dunque, non può essere tracciato che dal linguaggio e tutto ciò che lo supera non sarà altrimenti che non-senso. Questo limite è il limite del nostro mondo: noi non possiamo dire ciò che non riusciamo a pensare.

Quando descriviamo un vino siamo in maggior misura abituati ad utilizzare ciò che alcuni analisti (tra cui lo stesso Dubourdieu) evidenziarono come “prototipi” del linguaggio, fondati su termini di paragone e di somiglianza “it look like such-and-such”, piuttosto che su termini di possesso di certe proprietà descrittive attribuite al vino stesso: ‘‘it possesses such-and-such properties’’.

Faticare a descrivere un vino e, talvolta, non avere le parole per farlo, è assolutamente normale. Generalmente più normale del suo contrario.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

8 Commenti

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Patrick Uccelli

circa 5 anni fa - Link

Io non credo sia difficle descrivere un vino. Anzi, penso proprio non sia possibile, ma anche e soprattutto, non sia necessario... Il perchè? ti cito, la risposta sta scritta tra le righe di questa tua interessante riflessione. "Questo limite è il limite del nostro mondo: noi non possiamo dire ciò che non riusciamo a pensare."

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Nelle Nuvole

circa 5 anni fa - Link

Interessante e chiaro. Però sto vino va descritto in qualche modo e le parole non mancano per farlo, cercando di rendere comprensibile la nostra esperienza sensoriale ai più, non solo ad un ristretto gruppuscolo di happy few. Secondo me tutto questo può diventare persino "normale" e non troppo difficile. Basta non intortarsi troppo con le parole, agire per sottrazione, pensare a chi leggerà o ascolterà, non alla nostra conoscenza enciclopedica.

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Vinocondiviso

circa 5 anni fa - Link

Sono molto d'accordo. Non è facile ma possiamo provarci. E' una continua approssimazione di ciò che si è provato e sentito certo, ma serve a condividere un'esperienza sensoria e (sin-)estetica.

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il farmacista goloso

circa 5 anni fa - Link

"Faticare a descrivere un vino e, talvolta, non avere le parole per farlo, è assolutamente normale. Generalmente più normale del suo contrario. "La ragione è semplice: dipende in primis dal proprio bagaglio olfattivo, poi dalle sovrastrutture culturali (si legga sommellieresche, tra le tante). Chi possiede entrambe le cose è facilitato, ma quasi sempre non descrive la realtà, solo un soggettivo cumulo esperienziale, relativissimo e quindi discutibile.

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vinogodi

circa 5 anni fa - Link

... descrivere un vino? Serve "trasporto" ... qualcuno ne ha troppo? Ha funzionato...

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Stefano Cinelli Colombini

circa 5 anni fa - Link

La mia bocca di non fumatore, abituato a certi cibi, a uno specifico livello di piccante e con un fegato mediamente sano percepisce il dolce allo stesso modo del mio vicino? E il sentore di vaniglia? Ovviamente no. C'è un accordo generale che mi induce a ritenere che la curiosa e singolare sensazione che avverto in questo momento è aroma di fragola, di cacaco quest'altro e via degustando. Ma è una convenzione, ricordiamolo sempre, ognuno di noi avverte qualcosa di diverso e unico. Solo il nome con cui la definiamo è unico, ma non è detto che riguardi stessa cosa. Magari c'è un frainteso. Non parliamo poi della combinazione di più sensazioni che definiamo armonia, qualità etcetera etcetera; convenzioni costruite su convenzioni, palafitte sul nulla. Suggerirei un approccio più umanistico, nel senso di rimettere l'uomo al centro della questione. Ben vengano i parametri oggettivi da usare come indicazione, ma alla fin fine tutto sta nella fiducia. O fiducia nella propria capacità di discernere il buono dal cattivo, o fiducia in un guru a scelta. Da Robert Parker Jr all'amico del bar accanto, il mondo ne è pieno.

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amedeo

circa 5 anni fa - Link

Aggiungo un tassello. Tutto questo discorso, ovviamente, si trascina dietro il fattore punteggi. Se ci mancano le parole per descrivere un vino, figuriamoci quanto possa valere ai fini del nostro discorso il valore effimero e aleatorio dei punteggi. Basta aprire due guide a caso: un vino che una guida premia con un bel 92, magari per l'altra raggiunge a malapena 85. E' mai possibile? Chi ha sbagliato a valutare quel vino? Questo per dire che le sensibilità sono molteplici, che forse è impossibile giudicare con parametri "oggettivi" e che in ogni caso andrebbero evitate le "derive" (olfattive in primis) di cui spesso siamo testimoni. L'approccio umanistico che propone Cinelli Colombini mi pare condivisibile, anche perché ci riporta giustamente alla nostra finitezza.

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sergio

circa 5 anni fa - Link

Condivido totalmente il commento di S. Cinelli Colombini. Interessanti e condivisibili anche le opinioni di P Uccelli, il Farmacista goloso e Amedeo. PS 1-Che sviluppo ha avuto l'approccio di Perullo? Qui non se ne parla più e, dai post, non sembra avere avuto successo nel blog Intravino. 2-Sulla chiarezza Massimo Baldini ha scritto "Elogio dell'oscurità e della chiarezza" che è a favore della chiarezza ma c'è anche l'elogio di alcuni linguaggi non chiari che affascinano proprio perché un po' oscuri. Il linguaggio sul vino è volutamente oscuro per certi versi perché fa più presa su alcune fasce di consumatori.

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