Parlare di un vino che non si è mai bevuto è possibile e vi spiego come si fa

Parlare di un vino che non si è mai bevuto è possibile e vi spiego come si fa

di Samantha Vitaletti

La scena è agghiacciante e già solo a pensarci fa paura. Nel bel mezzo di un convivio con gente del vino che parla di vino mentre beve vino ecco che tu-retorico, proprio tu, vieni invitato a disquisire su quel vino che, si suppone, qualunque intenditore ha senz’altro bevuto almeno una volta nella vita, pena la retrocessione alle fila dei quaqquaraqquà da litro scontato al Conad, forse ne ha anche scritto su qualche blog blasonato e certamente sulle sue pagine social, corredando il testo di foto artistiche, meglio se oblique e un po’ appannate. Nulla di più facile, quindi, no? E no! Perché il caso ha voluto che tu-retorico di quel vino non abbia alcuna idea. Pensi che non ti resti altro da fare che subire il giogo dell’incancellabile umiliazione?

Forse no, ti puoi salvare.

Ho letto un saggio illuminante, serio, giocoso e, il che non guasta affatto, utile. Si intitola “Come parlare di un libro senza averlo mai letto”, l’autore è Pierre Bayard, professore di letteratura e psicanalista. Come dichiara il titolo sufficientemente esplicito, in questo volumetto si parla di lettura e non-lettura, di lettori e non-lettori. Nel momento stesso in cui si apre un libro e si diventa volontariamente lettori, contemporaneamente, lasciando chiusi tutti gli altri, si diventa involontariamente non-lettori.

Quello che importa davvero non è la conoscenza di qualche dettaglio ma le comunicazioni e le corrispondenze tra i libri poiché la vera cultura dovrebbe tendere all’esaustività e non all’accumulo di conoscenze meticolose. La cultura è soprattutto, secondo Bayard, una visione d’insieme e una questione d’orientamento. Si può già mettere un primo punto, dunque: non importa non aver letto quel libro particolare per poterne parlare, l’importante è conoscerne la collocazione nella biblioteca universale, ovvero sapere in che modo si collochi rispetto agli altri libri che la compongono.

Nei discorsi che vertono sui libri quello che è messo in discussione è la padronanza di relazioni e non di singoli elementi. Man mano che proseguivo la lettura di questo saggio si faceva strada in me la sensazione che più di qualcosa di questo discorso potesse essere trasposto da una biblioteca a una cantina e che in molti punti la parola libro potesse agilmente esser sostituita dalla parola vino.

Questa sensazione mi è parsa ancora più evidente leggendo il capitolo riguardante la capacità di farsi un’idea anche piuttosto dettagliata di un libro (o di un vino) senza averlo mai letto (bevuto) semplicemente ascoltando e leggendo con attenzione ciò che altri ne hanno detto o scritto.

L’esempio, bellissimo, che Bayard porta a sostegno della sua tesi è quello della scena finale del Nome della Rosa in cui Guglielmo da Baskerville e il Venerabile Jorge parlano per ore di un libro che nessuno dei due può aver letto, il secondo volume della Poetica di Aristotele. Il testo era stato messo al bando perché trattava dell’importanza del riso, fortemente temuto dai poteri ecclesiastici perché potenzialmente in grado di tramutare tutto in derisione e, soprattutto, foriero di dubbi che avrebbero potuto mettere in pericolo la Chiesa.

Baskerville non ha potuto leggere il libro, eppure ne descrive il contenuto in maniera assolutamente dettagliata. Come fa? Conosce Aristotele, conosce bene la Poetica e sa che tutte le opere di uno stesso autore “presentano delle similitudini costruttive più o meno percepibili e traducono segretamente, al di là delle loro differenze manifeste, un’identica maniera di strutturare la realtà”. Un terzo elemento d’aiuto proviene da ciò che Guglielmo ha letto (nello specifico, appunti di Venanzio sulla commedia) e da ciò che sentito dire sul misterioso libro.

Mettendo insieme tutto questo è arrivato alla verità.

In tutto questo percorso non si può tralasciare l’importanza dell’io creativo né dimenticare un punto fondamentale: Jorge e Guglielmo stanno parlando dello stesso libro solo fino ad un certo punto, in realtà è di due libri diversi che stanno parlando, libri che stanno componendo ognuno secondo la propria sensibilità e secondo il proprio inomparabile percorso interiore. Bayard parla di “libro di copertura” e anche qui mi ritrovo molto pensando a un omologo “vino di copertura”. “In gran parte i discorsi che facciamo a proposito di libri riguardano in realtà altri discorsi fatti sui libri, e questo all’infinito.”

Per parlare di un libro che non si è letto (e di un vino che non si è bevuto) è importante non avere vergogna. Ricordare che non esistono libri (e vini) isolati poiché la questione non riguarda mai questo libro (o questo vino) bensì un insieme di libri (e di vini) comuni a una certa cultura dove quel libro (o quel vino) singolarmente può mancare. Dire che non si è letto “quel” libro (o bevuto “quel” vino) non ci impedisce di conservare una visione d’insieme della biblioteca (o cantina) collettiva. Ecco perché non bisogna avere vergogna.

Il secondo punto da tenere a mente è l’esser capaci di imporre le proprie idee. Nel caso del vino dovrebbe essere ancor più semplice che nel caso del libro perché se il libro è senza dubbio “un oggetto mobile”, tanto più lo è il vino, in continua e inarrestabile trasformazione. Esplicativa è la citazione che Bayard riporta da Balzac, in Illusioni Perdute: “in letteratura ogni cosa ha il suo dritto e il suo rovescio; nessuno può assumersi la responsabilità di dire qual è il rovescio. Tutto è bilaterale nel campo del pensiero.”

Il terzo punto è quello a me più caro: per parlare di un libro che non si è mai letto o che si è letto e dimenticato bisogna inventare. È importante essere sensibili. Ricordare che si sta parlando di un oggetto in continua trasformazione e che fa parte di un’infinita rete di corrispondenze e relazioni ed è su queste che bisogna essere in grado di formulare concetti appropriati.

E se ci vengono mosse delle contestazioni mentre disquisiamo di quel libro (vino)? Nessun problema: non bisogna vergognarsi di un eventuale errore di memoria, tantomeno di un errore di interpretazione, questa è assolutamente personale e l’importante è essere in grado di sostenerla con convinzione. Non bisogna neppure sentirsi inferiori partendo dal presupposto che l’Altro sappia di più.

Spesso capita, anche se gli interlocutori non ne sono consapevoli, di portare avanti un “dialogo tra sordi”, dove nessuno ha aperto il libro (o stappato la bottiglia) di cui sta parlando. Facile che entrambi ne abbiano sentito parlare, ne abbiano visto immagini, sappiano da quale casa editrice è edito (da quale azienda è distribuito, per contraltare), ne conoscano l’autore (ne conoscano il produttore), sappiano quale sia la lingua originale in cui è stato scritto (o di che uva è fatto). Da questi innumerevoli punti di partenza e spunti è facile mettere in moto la vena creativa. È importante non sminuire e non sminuzzare il libro (il vino) nei suoi dettagli ma “accoglierlo in tutta la sua polifonia per non disperderne la virtualità”.

Quarto e ultimo punto: parlare di sé. Perché “il paradosso della lettura è che il cammino verso se stessi passa attraverso il libro, ma deve rimanere un passaggio. Un buon lettore fa una traversata dei libri, dato che sa che ciascuno di essi è portatore di una parte di se stesso e può aprirgli una strada, se ha la saggezza di non fermarsi”. E questa frase di Pierre Bayard aderisce perfettamente all’idea che ho del vino e me e di me col vino. Perché se è vero che “un libro si reinventa a ogni lettura” tanto più mi sento di dire che ogni vino e il vino tutto si reinventa ad ogni assaggio.

Molto bene, ora so che posso parlare liberamente di un vino che non ho bevuto e che posso farlo dicendo persino cose giuste. Questo mi rasserena. Penso, tuttavia, che sia sempre meglio validare il giudizio con delle prove empiriche, ragion per cui, intanto stappo.

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Samantha Vitaletti

Nascere a Jesi è nascere a un bivio: fioretto o verdicchio? Sport è salute, per questo, con sacrifici e fatica, coltiva da anni le discipline dello stappo carpiato e del sollevamento magnum. Indecisa fra Borgogna e Champagne, dovesse portare una sola bottiglia sull'isola deserta, azzarderebbe un blend. Nel tempo libero colleziona multe, legge sudamericani e fa volontariato in una comunità di recupero per astemi-vegani. Infrange quotidianamente l'articolo del codice penale sulla modica quantità: di carbonara.

30 Commenti

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Paolo

circa 8 mesi fa - Link

Nella mia personalissima classifica ho trovato questo pezzo strepitoso. Perché illumina tante cose che erano (in parte) conosciute ma non esplicitate; perché dimostra come il (discorso sul) vino non sia una cosa riservata agli enofili, ma faccia parte della vita di tutti; perché ci ricorda e richiama un libro tanto amato in gioventù. Insomma, anche grazie alle feeste imminenti, un plauso e un bicchiere alzato per brindare con Samantha. A lei davvero un sincero e profondo ringraziamento.

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Samantha

circa 8 mesi fa - Link

Grazie di cuore, Paolo, ricambio il brindisi!

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Stefano

circa 8 mesi fa - Link

Io sono al passo successivo, parlo spesso di vini che non esistono (come in fondo il II libro della Poetica, filologicamente parlando). Lo faccio soprattutto quando sono con sedicenti esperti, giusto per vedere fino a che punto mi danno corda. Ecco, ho parlato di me (quarto punto), va bene? Bellissimo il tuo pezzo!

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Samantha

circa 8 mesi fa - Link

Grazie davvero!

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vinogodi

circa 8 mesi fa - Link

Brava Samantha ...punto...

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Samantha

circa 8 mesi fa - Link

Grazie, di cuore.

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Eb2323

circa 8 mesi fa - Link

Io l'ho fatto con la musica. Mi inventavo nomi di gruppi alternative rock insieme ad un caro amico ,(bad reputation, plastic river, primal persecution etc....) per vedere la faccia degli psychoconnosseur in agitazione quando sentivano un gruppo che non avevano mai ascoltato....Impagabile ...mi sarebbe piaciuto vederli mentre tornavano a casa e li cercavano senza trovarli...ah ah ah... grande articolo.

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Eb2323

circa 8 mesi fa - Link

Scherzi a parte davvero grande articolo Samantha. Complimenti!

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Samantha

circa 8 mesi fa - Link

Grazie di cuore!

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Rolando

circa 8 mesi fa - Link

Immagino già il salone, la folla di ascoltatori col sopracciglio alzato o con sguardo approvante, immancabile un cardinale ed un paio di marchesi, siamo nell'800. Un giovane con la camicia aperta e senza cilindro, capelli arruffati che fende la folla accusando il solone di non aver mai bevuto quel vino. Offesa, duello al primo sangue dietro la chiesa. 'voi messere non sapreste riconoscere un sauvignon da piscio di gatto', 'ecco perché dico che non avete mai assaggiato buoni vini in vita vostra'. Il sedicente esperto infine a terra ferito alla spalla che, le mani avanti implora e confessa che si, di quel vino ne ha solo letto, ma si è fatto un'opinione dalle decine di blog sfogliati. Si ritirano tutti, il giovane non avrà più inviti per degustazioni di alto livello e darà luogo ad una associazione segreta per ristabilire la giustizia enoica

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marcow

circa 8 mesi fa - Link

Giustamente, nell'articoloè stato dato risalto, al Nome della Rosa perché nel libro di Bayard se ne parla. E, anche per questo, il 20 luglio 2007 l'indimenticabile Umberto Eco scrisse una delle sue "bustine di minerva" dell'Espresso dal titolo: "Su di un libro non letto. Conoscere di un libro la relazione con altri libri significa spesso saperne di più che non avendolo letto" (Umberto Eco 2007) https://m.espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2007/07/20/news/su-di-un-libro-non-letto-1.4409 Dopo aver fatto riferimento al suo libro, il Nome della Rosa, Eco conclude in modo ironico: "Ma la cosa più interessante è che Bayard non si è reso conto che, denunciando i suoi tre (voluti) errori, egli assume implicitamente che dei libri ci sia una lettura più giusta -tanto che, dei libri che analizza per sostenere la sua tesi della non-lettura, dà una lettura molto minuziosa. La CONTRADDIZIONE è così evidente da dar adito al dubbio che Bayard NON ABBIA LETTO il libro che ha scritto". (Umberto Eco) PS L'articolo di Samantha Vitaletti è molto interessante, originale per certi versi, e presenta molteplici aspetti che stimolano diverse riflessioni. Ne accenno due: c'è un metodo per capire se, nei vari dibattiti, in questo blog o in altri posti, li ha bevuti veramente i vini.. chi li declama? Sulla lettura(o non lettura), poi, la discussione sarebbe infinita. Anche su questa particolare attività Eco, in quel breve articolo, ci regala qualche perla. Che poi, secondo me, si può applicare... anche alla degustazione del vino... seguendo il percorso originale dell'autrice che ha accostato LIBRI e VINI. Per questo vi invito a leggere il grande Umberto Eco: bastano 2 minuti.

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Emanuele

circa 8 mesi fa - Link

Buonasera Marcow, In attesa di una risposta da parte dell'Autrice, mi permetto un breve e duplice commento sulle riflessioni: 1. Sì, un metodo c'è, è inferenziale e basta partire dal nostro tasso alcolemico per inferire una conclusione irrefragabile; 2. Grazie per aver fatto riferimento a un monumento (quindi aere perennior, cit.) e a quello che scrisse in sedi innumerevoli su lettura, lettore, interpretazione e per pigrizia mi fermo qui. Vedi mai che chi lo conosce solo di rimbalzo si faccia prendere dalla curiosità.

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Graziano Coppa

circa 8 mesi fa - Link

Quindici anni fa nel mio blog avevo una rubrica in cui recensivo film che non avevo visto. Si chiamava "I nazisti dell'Illinois", da una bella battuta di House MD ("non ho mai conosciuto nessun nazista, ma ciò non mi ferma dall'odiarli"). Ah, bei tempi...

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Giuseppe Costantino

circa 8 mesi fa - Link

I nazisti dell'Illinois non sono presenti anche in Blues Brothers?Mi pare di ricordare di si

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Chiara

circa 8 mesi fa - Link

Bellissimo articolo. Letto tutto d'un fiato. A parte l'ironia e la maestria con cui è scritto, mi ha fatto tirare un bel respiro di sollievo: mi sto avvicinando al mondo del vino per motivi professionali e sapere che, in alcuni casi, posso cavarmela avendo presente il.quadto generale e non il minimo dettaglio mi rincuora. Che poi tutto è relativo.

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Filippo

circa 8 mesi fa - Link

Si, brava. Lavorando nel settore della ristorazione mi è indispensabile parlare di vini non (ancora) assaggiati. Inoltre nelle occasioni riservate agli addetti ai lavori spesso ti rendi conto che quelli che ti stanno intorno (e che apparemtemamte ne sanno più di te) in realtà non hanno delle papille gustative più sensibili delle tue ma soltanto la fortuna di potersi comprare tutte quelle costose bottiglie che hanno bevuto. Perché, ricordiamolo, i vini non li puoi prendere a prestito!

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Eb2323

circa 8 mesi fa - Link

Non me ne vogliano i maschietti... ma le quote rosa( scusate è un termine attuale ma che non amo) negli ultimi articoli hanno piazzato stoccate da Maestro...encomiabili davvero tutte!

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Samantha

circa 8 mesi fa - Link

Che io, lo giuro, le bocce le prenderei in prestito e le restituirei come nuove:-) (rabboccatissime!)

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hakluyt

circa 8 mesi fa - Link

Strano che su questo argomento non sia ancora intervenuto vinogodi, massimo maestro qui dentro di vini recensiti e non bevuti ...

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vinogodi

circa 8 mesi fa - Link

...perchè per me è un argomento del tutto scontato , come ben hai sottolineato . Se vuoi mi premuro di recensirti testè uno Chateau Latour 1918 , tanto per rimanere in tema... oppure un Romanée Conti 2001 , scegli tu...

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hakluyt

circa 8 mesi fa - Link

Che poi non è detto che Bayard (ed Umberto Eco di conseguenza) abbiano ragione. Per me recensire qualcosa (un libro, una bevanda, un cibo, un'automobile, un brano musicale) senza averne fatto esperienza diretta (letto, bevuta, mangiato, guidata, ascoltato) mi sa tanto di "truffa"...

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Radici

circa 8 mesi fa - Link

Ma siamo sicuri che la Vitaletti abbia letto il libro di Bayard?

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Samantha

circa 8 mesi fa - Link

Fantastico! Perché è vero, per coerenza non avrei dovuto! (A scanso di equivoci, faccina che ride)

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Luca

circa 8 mesi fa - Link

Uno dei migliori articoli che abbia letto su Intravino. Complimenti Samantha, analisi brillante.

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Maurizio

circa 8 mesi fa - Link

Articolo davvero molto bello. Unico appunto, del tutto trascurabile per la verità, è la frase "Guglielmo da Baskerville e il Venerabile Jorge parlano per ore di un libro che nessuno dei due può aver letto". Magari ricordo male io, ma Jorge il libro lo aveva letto prima di perdere la vista.

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hakluyt

circa 8 mesi fa - Link

Chissà stavolta cosa ho scritto di male per non essere pubblicato! Mah...

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marcow

circa 8 mesi fa - Link

Hakluyt, il prof. Bayard sta preparando un altro libro. "Come parlare dei pensieri di uno scrittore... anche se... non li ha mai espressi in un libro" Cosa voglio dire. Che, conoscendo bene uno scrittore( o, in questo caso, un commentatore abituale, tu) attraverso la... lettura... o la non lettura... dei suoi libri( nel tuo caso, dei tuoi commenti) è possibile "ipotizzare" quello che pensa, lo scrittore o il commentatore abituale del blog. Perché, bene o male, ognuno(scrittore o commentatore) ritorna spesso sugli stessi temi, sugli stessi argomenti. Lo fanno i grandi scrittori. Lo fanno i bravi redattori/trici del blocco gm Lo fa il buon Vinogodi. Lo faccio io. Lo fai tu, Hakcluyt. ____ Conclusione: Se facessero vedere il commento che non ti hanno fatto passare... sarebbe meglio.

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hakluyt

circa 8 mesi fa - Link

E' passato, appena qui sopra... :)

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Giacomo

circa 8 mesi fa - Link

Ricordo qualche lustro fa un notorio perdiballe, critico gastronomico, recensire un ristorante mesi prima che aprisse. Ristorante di proprietà di un famoso produttore vinicolo della zona. Articolo godibile, che rafforza la mia personale, non condivisibile tesi, sull'utilità pratica di wine/food blogger, recensori di guide, espertame enoico vario: utili come un culo senza il buco.

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Frantz

circa 7 mesi fa - Link

Non capisco questa esigenza di recensire a tutti i costi. Mi ricorda la storiella della gallina che, dopo aver fatto l’uovo, andava starnazzando per il cortile e viene interpellata dal maiale che le chiede che bisogno c’è di fare tutto questo baccano per aver fatto un uovo. Al che la gallina risponde: si vede che sei un maiale maleducato, ho fatto l’uovo e ora lo recensisco. Una recensione può farci notare qualcosa che può esserci sfuggita, ad esempio (da George Bernard Shaw) «forse pochi lettori hanno notato che l’atteggiamento dell’Imperatore romano assomiglia molto a quello del nostro Ministro delle Colonie ...» e in questo caso ci invoglia a rileggere il libro, rivedere il film, riassaggiare il vino, riascoltare la sinfonia. D’altra parte il quantitativo di informazioni che ci viene trasmesso con la lettura, la visione, il gusto e l’udito è di gran lunga superiore a quello che possiamo ricevere in ogni istante (meno di 80 bit al secondo) per cui una rivisitazione è indispensabile. Ecco perché dinanzi ad un dipinto di Caravaggio possiamo sostare anche due ore, cioè il tempo in cui un film ci trasmette molte decine di migliaia di immagini. In tutti gli altri casi la recensione è inutile e somigliante allo starnazzare della gallina: non modificherà l’impressione originale che abbiamo avuto e non ci guiderà nella rivisitazione. Con questa premessa può essere fatta anche senza aver letto, visto, saggiato o udito.

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