Paghereste 15 euro per una bottiglia di Tavernello?

di Antonio Tomacelli

wglassLeggo oggi l’inchiesta del sito Winenews sull’esportazione del vino italiano e mi si rivolta lo stomaco. Non so voi, ma io quando sento parlare dei danni della globalizzazione ripenso al lontano 2001. Erano i giorni dei cortei no-global di Genova e furono manganellate amare. Ci scappò pure il morto, ma quei giovani avevano visto giusto. “No global” gridavano, perchè il lavoro degli uomini non ha lo stesso prezzo dappertutto e le conseguenze sono sotto i nostri occhi.

L’inchiesta di Winenews, ad esempio, ci dice che una bottiglia di vino italiano aumenta grazie a tasse, balzelli e ricarichi anche di 10 volte sugli scaffali esteri. Vuol dire, ad esempio, che un indiano paga un litro di Tavernello l’equivalente di 15 euro mentre un cinese, beato lui, si ferma a 8 euro. Fatevi due conti, applicate gli stessi aumenti a una bottiglia di Brunello e poi ditemi se non vi sentite un filino incazzati. Solo di tasse di importazione certi paesi fanno pagare il doppio del valore di una bottiglia. E quando arrivano in Italia le navi-cisterna dall’Australia?

Adesso arriva il bello: niente, zero tasse e zero balzelli, solo qualche centesimo di accise pro-forma, tanto che i prezzi fanno concorrenza persino ai nostri produttori. Fino al 2001, per dire, dalla Puglia partivano navi di sangiovese destinazione Francia o le grandi cooperative italiane. Dal 2002 in poi più nulla, il commercio è stato quasi azzerato dalla concorrenza straniera. Non va meglio quando parliamo di bottiglie americane o francesi di qualità che in Italia si comprano a prezzi ragionevoli. Quel po’ di tasse in più le paghi volentieri pur di assaggiare qualcosa di nuovo. È questa la globalizzazione che ci hanno imposto? Posso sommessamente affermare che mi fa schifo? Ok adesso conto fino a dieci e vedrai che il rigurgito rivoluzionario mi passa. Voi nel frattempo aiutatemi a superare questo momento no-global con qualche argomento di sano capitalismo. Se ci riuscite.

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Antonio Tomacelli

Designer, gaudente, editore, ma solo una di queste attività gli riesce davvero bene. Fonda nel 2009 con Massimo Bernardi e Stefano Caffarri il blog Dissapore e, un anno dopo, Intravino e Spigoloso. Lascia il gruppo editoriale portandosi dietro Intravino e un manipolo di eroici bevitori. Classico esempio di migrante che, nato a Torino, va a cercar fortuna al sud, in Puglia. E il bello è che la trova.

7 Commenti

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gianpaolo

circa 12 anni fa - Link

I dazi sono la cosa piu' rivoltante esistente, non mi piacciono se le mettono ai nostri prodotti e non mi piacerebbe che noi li mettessimo sugli altri. Per il resto tutte le spese in piu', comprese le accise, i ricarichi, le spese di distribuzione, ecc. di cui all'articolo (stile coldiretti, mi sembra), valgono sia per i vini e i prodotti alcolici importati che per quelli locali. L'accisa per fortuna e' zero in Italia, se esistesse sarebbe imposta su tutti i vini, compresi i nostri. Sai che bellezza. La globalizzazione di cui parli tu e' una cosa di cui specialmente i vini italiani beneficiano, essendo il prodotto agricolo italiano votato all'esportazione per eccellenza, se poi questo vuol dire che anche altri vini esteri entrano in Italia vorra' dire che il consumatore avra' una scelta maggiore, buon per lui. Cos'e', abbiamo paura dei vini cinesi? Si stava meglio quando si stava peggio?

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www.bereilvino.it

circa 12 anni fa - Link

Concordo con tutto quello che ha detto Gianpaolo,la globalizzazione non ha nulla a che vedere con tasse,accise, e balzelli vari. La globalizzazione permette semplicemente ai produttori di vendere i propri prodotti dove meglio desiderano, poi sta a loro e alle loro strategie commerciali e di marketing il compito di fare concorrenza a produttori di altre nazioni. saluti, Fabio Italiano

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Antonio Tomacelli

circa 12 anni fa - Link

Per carità niente dazi e gabelle ma come la mettiamo con il costo del lavoro così diverso da paese a paese? Il giorno in cui la Cina dovesse produrre dell'ottimo Tavernello, costerà 10 volte meno del nostro, visto quanto pagano i contadini in Cina. "La globalizzazione permette semplicemente ai produttori di vendere i propri prodotti dove meglio desiderano" ma permette anche alle grandi strutture di comprare il vino in Cina e rivenderlo in Europa a prezzi da schifo o di farvi concorrenza sui mercati esteri muovendo a piacere cisterne di vinosu tutti i mercati. Come dite? Il vino italiano, la qualità bla bla bla? Ne riparliamo fra qualche anno, quando qualcuno proporra al Parlamento Europeo di abolire le denominazioni geografiche perchè sono "concorrenza sleale" P.s.: uso le Parole "cina" e "tavernello" per semplificare, sia chiaro. Dall'Austalia è in arrivo un bastimento carico carico di vitigni italianissimi...

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gianpaolo

circa 12 anni fa - Link

Antonio, ma che stai a di'? Cosa vuoi fare, l'autarchico? Se in Cina fanno il Tavernello a meno che in Italia, ed e' "buono" come o piu' di quello nostrano, allora compreranno (chi lo compra) quello cinese. E dov'e' il problema? Vuol dire che spenderanno (quelli che lo comprano...sempre loro) meno soldi. Chi faceva il Tavernello in Italia, si accorgera' che non serve piu' farlo, perche' lo fanno meglio in Cina e a meno, e si mettera' a fare qualcos'altro, io vedo due possibilita': 1) si mette a fare dell'uva per fare il vino buono, e con pazienza cerca di venderlo, come fanno in tanti 2) spianta quei vigneti che producono uve da poco e si mette a fare altro. In tutti e due i casi vedo piu' delle possibilita' che dei disastri. Se io faccio un vino che costa di piu' di altri, e non sono in grado di giustificare il perche' di fronte al cliente, allora il cliente giustamente comprera' quello buono come il mio che pero' costa meno. Ma perche', qualcuno ha mai detto che esistono pasti gratis?

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Ginger

circa 12 anni fa - Link

E' un discorso complicato, Gianpaolo. Quello che dici è in pratica quello che sta succedendo alla piccola-media impresa italiana. E sono imprese che chiudono. Tu auspichi che questi lavoratori si reinventino in altri settori. Ma quando non avviene, soprattutto in assenza di investimenti in R&S (ed è qua che il discorso si fa complesso... ma lasciamo stare). E' un discorso un po' diverso nel settore agroalimentare, questo è vero. Ma soltanto un po'. Infine devi considerare che quel "risparmio" che il consumatore consegue acquistando il tavernello cinese, è lo sfruttamento dei contadini cinesi, della loro manodopera, e nulla più. Oppure è una politica di dumping, diretta a distruggere un mercato. Senza contare che, a lungo andare, se importi più di quello che esporti, dopo un po', o riduci i consumi, o ti indebiti. Il problema, che tu avevi perfettamente centrato nel tuo articolo, e che condivido, è il meccanismo perverso dei dazi da una parte, e dei sostegni ai mercati dall'altro, che si sostanzia in sostegni alle esportazioni, dumping, applicazione distorta del vantaggio comparato, etc etc. Il tentativo è quello di distruggere l'agricoltura "normale" a vantaggio di quella industriale. Quersto è certo. P.S. Non mi scambiare per un liberistaccio: ero a Genova a prendere le manganellate....

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gianpaolo

circa 12 anni fa - Link

purtroppo credo che il discorso sia semplice, di una semplicita disarmante: se qualcuno fa un prodotto che e' percepito dal mercato come uguale o migliore del tuo, ed in piu' costa meno, tu sei fuori mercato, e prima lo capisci meglio e'. E' successo in tutti i settori, e quei cinesi che dici tu, sfruttati certamente per i parametri occidentali, stanno sicuramente meglio oggi di dieci anni fa, e fra dieci anni staranno ancora meglio. Non c'e' daziuccio italiano che possa fermare la storia, e' meglio che uno se ne faccia una ragione e cominci a studiare il modo per riconvertirsi, dove possibile, oppure rassegnarsi ad uscire dal mercato, magari con gli ammortizzatori sociali che per fortuna esistono. Il problema nei confronti della Cina e' stato drammatico sopratutto per tutti quei settori che in tutti gli anni che dovevano prepararsi non hanno fatto nulla, fino al momento che si sono trovati fuori da un minuto all'altro. Nel settore dell'abbigliamento si sapeva da dieci anni che i dazi sareebbero stati tolti, si sapeva il giorno e il mese, ma tante aziende hanno preferito mettere la testa sotto la sabbia. La colpa di chi e'? E comunque non ti "scusare", io sono per davvero un liberistaccio!

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lucatramil

circa 10 anni fa - Link

Nei commenti si dà per scontato che la qualità dei vini sia uguale: ma siamo sicuri che il consumatore medio asiatico sappia discernere tra un vino buono da uno cattivo? forse baderà solo al prezzo, come fa attualmente per scarpe, maglie auto ecc., per cui chi cerca di metterci qualità, resterà fuori mercato, come avveiene ora in tanti settori. E mettersi a fare altro non è così semplice: quando chiudi non guadagni (nè l'imprenditore nè i dipendenti) e tutti non hanno soldi per comprare altre cose italiane: quindi altri disoccupati e via; intanto gli asiatici si ingozzeranno di vinelli scadenti perchè continueranno ad avere lavoro e stipendi, mentre noi....avremo i vigneti comprati dai francesi che sanno proteggere meglio i loro prodotti (ma guardate dove producono i beni in vendita nelle catene commerciali francesi?). L'esterofilìa produce più lentamente i danni provocati dallo spostamento all'estero della produzione di beni italiani: non hanno pensato che i dipendenti lasciati a casa costituiscono anche il mercato italiano, che si impoverisce sempre di più: per le aziende nazionali che non avevano export, questo equivale ad un harakiri.

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