Mercato FIVI: una storia indipendente lunga dieci anni

Mercato FIVI: una storia indipendente lunga dieci anni

di Jacopo Manni

Il Mercato della Fivi di Piacenza ha girato la fatidica boa dei dieci anni (sarebbero stati undici in realtà maledetto Covid e il suo anno invisibile). Il mercato Fivi, non solo per i tanti che lo conoscono e lo frequentano, è stato un crack assoluto nel mondo del vino italiano. Ha cambiato sicuramente, innovato forse, ma il suo merito più profondo è quello di aver generato una comunità.

Essere vignaioli prima del mercato Fivi è stato oggettivamente diverso dall’essere vignaioli dopo il mercato Fivi. Il contadinotto è diventato un imprenditore agricolo, anche figo.
Andando in giro tra i banchi dei produttori in una deriva creativa e fermentativa insieme ai compagni di merende Jacopo Cossater e Bruno Carilli, patron prima di Toccalmatto e oggi di LiveBarrels, cercavo una chiave di lettura per raccontare questo delirio enoico, una chiave che potesse rendere la semplicità e la profondità del viaggio e del percorso che questa manifestazione ha intrapreso in questa lunga decade.

Lo Yin
Partiamo dagli inizi di questa storia e da chi ha vissuto le scanzonate, sincere, selvagge e scapigliate prime edizioni. Parlando con i produttori storici che hanno fondato la Fivi e che sono in questo mercato dall’inizio, soprattutto degli aneddoti degli esordi della prima edizione del mercato usciva sempre la storia di due ragazzini che giravano in rollerblade tra i banchi.

Quei ragazzini adesso sono cresciuti e questo è il primo mercato che mancano per vari loro impegni che la loro vita ormai da quasi adulti inizia ad esigere. Questi ragazzi sono i figli di Gaetano Morella e di Lisa Gilbee fondatori della cantina Morella di Manduria. Gaetano e Lisa venivano con i figli piccoli e non potendoli lasciare a casa decisero di parcheggiare il loro camper appena dietro lo stand per portarsi dietro un pezzetto di casa e gestire una situazione non semplice. Gaetano mi racconta anche il loro desiderio di volersi mostrare come una famiglia e non come una impresa, che poi è un marchio di fabbrica di tutti quelli che sono passati da queste parti. I suoi figli durante la fiera erano in giro ma i genitori sapevano di lasciarli in un ambiente sano, come i figli del quartiere sotto casa di anni andati dove i figli sono i figli di tutti e sono protetti e scrutati dagli occhi di quella che si riconosce come una comunità. Il mercato era uno spazio di scambio e di conoscenza reciproca di questi artigiani, sognatori, magari ribelli ma con le mani sporche e lo sguardo avanti. Il primo mercato erano in 100 e come dice Gaetano: ”La rete si è creata perché ci giravamo i pollici e andavamo in giro a conoscerci l’un l’altro. Era una festa per noi vignaioli dove ci ritrovavamo e ci scambiavamo idee sogni, progetti e frustrazioni. Piacenza è stata la prima fiera in Italia ad avere questo approccio dove il vino è veramente protagonista, dove c’è una omogeneità della presentazione dei vignaioli, tutti con lo stesso stand, la vera festa del vignaiolo. Venire qui è come per un maomettano fare il pellegrinaggio alla Mecca, perché solo cosi si entra nell’essenza della Fivi, perchè puoi spiegarlo a parole cosa è la Fivi ma solo chi entra al mercato lo comprende davvero. Quando esci fuori di qui torni arricchito nel tuo territorio”.

E allora brindiamo alla salute degli inizi del mercato con il vino iconico della famiglia Morella, Il Primitivo Old Vines presente in tutte e dieci le edizioni. Vigneti ad alberello di oltre 70 anni ben saldi nella terra rossa manduloriana (passatemela questa dai). Rese per ettaro tafazziane da 35 quintali, pressato col torchio manuale di tempi passati. Un vino potente e ancestrale, primitivo non a caso qui, un vino antico che ha trovato un equilibrio splendido e maestoso che solo la saggezza e la filosofia possono regalare. Un vino che tanti conoscono e amano ora dopo inossidabile presenza e persistenza in tutte e dieci le fiere Fivi.

Lo Yang
E arriviamo invece all’arrivo di questa decima edizione del Mercato Fivi con Federico e Luca Moser dell’azienda Mos dalla Val di Cembra. Loro non sono figli d’arte ma avevano due ettari coltivati nei sabato in campagna a dare una mano alla famiglia. Federico è agronomo e lavora non da uno qualunque ma da Foradori, Luca invece è enologo con esperienze anche in Oregon dove si è intrippato studiando piccole cantine di garagisti veri.
E nel 2018 sono usciti con la prima annata, 1500 bottiglie per prova. Lo fanno per passione perchè hanno ancora altri lavori e si vestono da vignaioli indipendenti solo nei ritagli di tempo che si ritrovano. La fiera è stata la prima che hanno fatto, sono stati sommersi da gente interessatissima ai loro vini, persone che avevano avuto la soffiata dalla “ggente del vino”, persone che già sapevano benissimo cosa cercare e arrivavano sparati allo stand a chiedere, assaggiare e criticare (in senso buono eh).

Una esperienza bellissima come la definisce Federico: “Noi abbiamo scelto di venire qui per far vedere che ci siamo, che esistiamo. Allo stand arrivavano persone che avevano già cercato notizie su di noi e sapevano esattamente cosa bere e cosa provare. Per noi è stata una grande opportunità di stare lì per poter far andare avanti un sogno che due anni fa quando è iniziato il Covid sembrava che dovesse spegnersi. Magari l’anno prossimo porteremo più bottiglie perchè siamo andati benissimo!”

Io mi sono innamorato della loro Schiava che già dal nome dice tutto: Para Se, “toglie la sete” in dialetto della loro valle. Nella loro Val di Cembra la stavano estirpando per chardonizzare tutto in Trento Doc che sta tirando tantissimo come mi dicono i ragazzi di Mos. Loro non fanno Trento Doc e la loro idea è invece quella di valorizzare le loro vigne di Schiava vecchie anche di 80 anni.

Una Schiava giovanile, bella fresca, con 3 giorni di macerazione, un colore leggermente purpureo molto affascinante, profumi freschi e vibranti. Loro la hanno pensata e me la raccontano per un aperitivo giovanile e spensierato, fa 12° infatti. A me non sembra affatto cosi semplice e schietta, è una lama tagliente e vivida nei profumi ma soprattutto in bocca, vibrante e esplosiva esattamente come Federico e Luca.

I prossimi dieci anni del mercato sono in buonissime mani, di veri Vignaioli indipendenti!

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Jacopo Manni

Nasce a Roma ma si incastella a Frascati dove cresce a porchetta e vino sfuso. L’educazione adolescenziale scorre via in malo modo, unica nota di merito è aver visto dal vivo gli ultimi concerti romani dei Ramones e dei Nirvana. Viaggiatore seriale e campeggiatore folle, scrive un libro di ricette da campeggio e altri libri di cucina che lo portano all’apice della carriera da Licia Colo’. Laureato in storia medievale nel portafoglio ha il santino di Alessandro Barbero. Diploma Ais e Master Alma-Ais, millantando di conoscere il vino riesce ad entrare ad Intravino dalla porta sul retro.

1 Commento

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Luca Marchetti

circa 2 mesi fa - Link

Complimenti. Bevo quelli ottimi di Gianni Ramello

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