Lipari in bianco e nero 

Lipari in bianco e nero 

di Alessandra Corda

Foto: Cecilia Mangini, Cava di Pomice a Lipari (1952)

Il bianco e il nero, sono a Lipari declinati nella forza tagliente e vitrea dell’ossidiana e nella bianca porosa leggerezza della pomice: due colori che ispirano due vini a contrasto.

Il vulcano e il mare sembrano congiunzioni fortunate per una certa enologia, quasi un’alchimia che presuppone di base uno stress continuo imposto alle tecniche colturali, ma d’altro canto in questa lotta meglio si legge il segno del luogo nel vino, direi anche il segno del fuoco nel vino. Tutti i passaggi fisici e chimici le pietre vulcaniche li manifestano nell’intensità cromatica e nella loro struttura amorfa, con quella specie di disordine primordiale magmatico che è parte del loro fascino. Qualcosa di antichissimo riguarda i paesaggi generati da vulcani, e Lipari lo è. Anche nei piccoli elementi ci ricorda un’energia atavica dove l’uomo non può nulla, se non assecondare e accogliere anche le forze contrarie.

In questa piccola scheggia di terra circondata dal mare, i vigneti giacciono su suoli ricchi di oligoelementi. Allevati in gran parte con sistemi tradizionali ad alberello, ospitano tra i filari i cannicci esposti al sole, dove si adagiano i grappoli di malvasia per l’appassimento. La malvasia è stato il primo mio incontro con Lipari, nella forma passita, quella più nota.

Bianco Pomice della Tenuta di Castellaro sposta invece l’asse percettivo nel suo opposto. Sta in quella porzione di cielo dei miei vini d’elezione. Secco, la sua struttura sottile accompagna una chiara componete che per mia pratica chiamo “inorganica”, detta altrimenti minerale. Lascio ai lettori la scelta dei termini, ma di fatto questa malvasia, in uvaggio con il Carricante, è un ossimoro meraviglioso: sposa le note aromatiche del varietale con elementi finissimi, non ascrivibili se non alla discussa famiglia di descrittori sopra citati. Tutto qui dinamizzato da una decisa componente salina. Due richiami: ostrica e agrume. Un bianco da 12 gradi con una promettente longevità. Io ho scelto il 2018 e ancora la parabola evolutiva ascende.

Il racconto della degustazione poteva chiudersi qui, alimentando un cliché solare mediterraneo, che trova peraltro coerenza evocativa nel vino appena bevuto. Invece, mi trattiene qualcosa di scuro e come tutti i lati oscuri delle cose mi attrae ancora di più. Nera di un nero che non respinge, anzi, affascina per la sua lucentezza, l’ossidiana è il risultato di un repentino raffreddamento del materiale lavico. Pregiata, al centro di traffici che hanno segnato la storia antica, qui come in altri pochissimi luoghi nel Mediterraneo, è evocata nell’etichetta di uno dei rossi della stessa cantina, Nero ossidiana (90 % corinto nero, 10 % nero d’Avola).

Assaggio l’annata 2016.
Un vino cosi deciso nella sua identità, apre orizzonti comparativi che vanno ben oltre le origini in cui si radicano i ceppi di queste due uve autoctone. Siamo situati in una minuscola, assolata isola del Sud oppure in un luogo altro da Lipari ? In quale parallelo più a nord?

Sobrio, nel suo corredo minimo di frutti scuri e note terragne e iodate, al palato l’esordio è gustoso e pieno. Fanno da contrappunto i tannini schietti e una sferzata fresco-sapida che ti porta agile agile verso il finale di bocca, lungo e intenso con ritorni fruttati e balsamici. La dinamica di beva cosi articolata la detta Lipari stessa: poggiata sulla cresta dell’arco vulcanico delle Eolie, sferzata da venti marini, con vigneti situati a 300-350 metri sul livello del mare e decise escursioni termiche. Un gioiello che val bene una degustazione alla cieca. In gioco le nostre convinzioni sulla mappatura delle maturazioni nelle uve a sud e i loro esiti in certi rossi.

I contrasti sono ciò che ci viene in soccorso quando le tinte sembrano sbiadirsi, i confini delle cose meno decisi e restiamo impantanati in quel segmento grigio, dove ci adagiamo indolenti, senza prospettiva. Se questi vini sono parafrasi di uno stato umano, la tensione sensoriale che generano mi sembra una benedizione.

Dedicato a Cecilia Mangini, la prima documentarista donna italiana, fotografa e regista che ci ha lasciato il 21 gennaio scorso, mentre scrivevo queste righe. Nel 1952 ha documentato, con le sue fotografie, le condizioni di lavoro nelle cave di pomice a Lipari. 

Tenuta di Castellaro – Lipari
Ettari vitati: 20 in regime biologico

Bianco pomice
Bianco IGT Terre siciliane 2018, 12 gradi
Uve: malvasia, carricante
Maturazione: acciaio e barrique di 3/4 passaggio
Affinamento: almeno 6 mesi in bottiglia

Nero ossidiana
Rosso IGT Terre siciliane 2016, 13 gradi
Uve: corinto nero, nero d’Avola
Maturazione: botti usate e acciaio
Affinamento: 12 mesi in bottiglia

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Alessandra Corda

Folgorata dalla visione di Mondovino, in un pezzo di vita londinese ottiene il primo certificato enofilo (WSET). Laurea in lettere, copywriter, è sommelier AIS responsabile dell’accoglienza per una cantina in Gallura. Collabora con il sito AIS Sardegna dal 2016, intravinica dal 2018. Pensa il vino come esperienza di bellezza totale, narrato con la contaminazione di ogni linguaggio creativo possibile.

3 Commenti

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Stefano

circa 10 mesi fa - Link

Perdona una curiosità Alessandra: sei stata a Lipari in cantina? io ero lì nel 2007, ma erano appena appena partiti con il progetto, e ricordo solo il posto, una piana meravigliosa vicino a ex cave di caolino (vorrà dire qualcosa per il terroir?) Mi piacerebbe sapere cosa hanno realizzato ora. Il sito web mostra pure delle case vacanza incredibili per la zona: stanno nella frazione "montana" dell'isola, tutta agricola

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Alessandra

circa 10 mesi fa - Link

Purtroppo non sono stata Lipari. Si, è vero che nella piana dove è ubicata la tenuta c’è una cava di caolino, che da il nome anche a un loro vino rosato, Rosa caolino. Il caolino è una roccia sedimentaria, della famiglia delle argille, questo mi fa pensare più a un predisposizione per i rossi dal punto di vista pedologico, ma non sono un’agronoma o una geologa. Tuttavia, credo il suo apporto non sia neutro; è il risultato delle acque meteoriche sui feldspati e influirà certo sul carattere minerale di quei suoli. Per quanto riguarda gli sviluppi non agricoli, dovrei visitare la cantina e conoscere i produttori per capire l’entità di un progetto che nel profilo dell’azienda, cosi come viene comunicato, mi sembra rispettoso del luogo.

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Anulu

circa 10 mesi fa - Link

Bei vini questi 2. Bianco Pomice ormai sono diversi anni che se penso ai bianchi del SUD, lo metto sempre tra i primissimi. Per me è meglio su tutti i fronti di qualsiasi Etna Bianco, per dire

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