Le avventure della signorina Margherita: andare in Cina a ubriacarsi di sakè

Le avventure della signorina Margherita: andare in Cina a ubriacarsi di sakè

di Signorina Margherita

Sake Junmai: ingredienti – acqua, riso e koji.

Sake Honjozo: ingredienti – acqua, riso, koji ed alcol etilico.

Io sono Margherita, Titta per tutti.

Bevo sake, mangio cavallette e il primo posto che visito quando varco i confini di patria è il Mc Donald. In realtà al Mc Donald non ordino mai nulla, però ti puoi collegare al Wi-Fi, andare in bagno e capire la gente del posto: mi dà sempre la misura del paese in cui mi trovo e nessuno si accorge della mia presenza.

A Pechino a fine aprile c’era una cappa d’umidità che ti tagliava le gambe, il primo Mc Donald che incontrai era nei pressi dell’hotel, faceva angolo tra due immense strade, i vetri erano molto sporchi e dentro le sagome delle persone si muovevano appannate, il Wi-Fi non funzionava e così mi levai il primo pensiero: niente internet per una settimana.

L’hotel è stato il vero battesimo: cambio stanza sei volte. Nessuno capiva quello che dicevo, ci si intendeva a gesti. La moquette della prima camera aveva sicuramente visto qualcosa di molto brutto, una gola sgozzata come minimo; le altre 4 stanze erano solo per maggiorenni fumatori senza allergie e con buoni anticorpi. Eppure, il pacchetto del tour operator svedese recitava: comoda sistemazione internazionale a cinque stelle, ampio buffet della prima colazione. Dopo 6 stanze e 18 piani mi diedero per sfinimento la suite allo stesso prezzo e dormii vestita. In realtà lo ricordo come il più bel viaggio della mia vita.

Chissà perché sono in pochi a raccontare di sbronze: in fin dei conti sono quei ricordi che restano tanto quanto un matrimonio o una laurea.

Sbronzarsi è una passeggiata quando sei a casa o in luoghi dove qualcuno ti può buttare in giardino e risvegliare il giorno dopo con una secchiata d’acqua. Ma a Pechino se ti capita potresti non tornare più. Appuntatevi queste regole base da seguire in caso abbiate in programma di partire: avere sempre in tasca il bigliettino dell’hotel scritto in cinese (e di qualsiasi posto si voglia raggiungere), i taxi abusivi sono quelli neri, non chiedere mai informazioni ad un cinese, il sake non è tè, prelevare denaro solo in banca.

Poiché internet non dava segni di vita, in hotel comprai una mappa della città, di carta con le strade scritte in cinese, tipo un rotolo di carta da parati. La aprii in mezzo ad un incrocio difronte alla stazione centrale dei treni di Pechino, uno dei luoghi più affollati mai visti in vita, un momento che non dimenticherò. Poi lanciai una monetina e presi la direzione di destra. La cartina mi fu comunque molto utile perché mi ci sventolai all’infinito, mi fece da coperta in autobus e la usai come copri sedia e copri divano in un paio d’occasioni molto critiche.

L’ultima sera, per chiudere in bellezza, decisi di andare a cena in un posto che avevo annotato su un bigliettino in Italia, consigliatomi da un amico che ovviamente non era mai stato in Cina ma che lo aveva letto in non so quale recensione: la miglior anatra alla pechinese! Il livello di difficoltà per trovare il ristorante, tipo i videogiochi, era dieci su dieci: praticamente era dall’altra parte della città. Ovviamente mi persi e alla fine feci pena ad un giovane fattorino che mi diede un passaggio in motorino caricandomi sul portapacchi di Pizza Hut. Il ristorante era sotto ad un cavalcavia, ampie vetrate ed un’insegna gigantesca con un dragone gonfiabile.

Quando entrai le mie scarpe con la suola di gomma ad ogni passo si incollavano al pavimento e facevano il rumore che fa lo scotch quando lo strappi; c’era un acquario coi piragna e un pregnante odore di fritto. In questi casi mia mamma insegna di guardare sempre dritto, mai guardare a terra, mai in alto altrimenti non mangi più.

Sedetti in un tavolo grandissimo. Mi portarono acqua calda e un sake indefinito: fu il nostro primo vero incontro. Servizio impeccabile, la tazzina di terracotta era sempre piena.

Io Margherita ho la stoffa del camionista e bevo alla velocità della luce.

Chiesi l’anatra alla pechinese, indicando un carrello dove con una mannaia le facevano a pezzi e poi, dato che un piatto valeva l’altro poiché il menu era solo in cinese, feci intendere al cameriere: portami quello che vuoi! Intanto il sake prendeva le vesti del tè, scendeva veloce con un fare vellutato, dolciastro, ammandorlato, leggermente affumicato e consolatorio.

Mi servirono una porzione di cavallette fritte o forse grilli non lo saprò mai: avevano zampe lunghe e croccanti e se non avessi avuto già dell’alcol in circolo avrei avuto qualche difficoltà. Inforcai le bacchette, chiusi gli occhi e masticai pensando alle patatine fritte: non era la prima volta ma ogni volta è un giro in giostra. Nel frattempo, arrivarono delle creste in umido, che pensai di nascondere nel vaso con le piante finte, un perfetto agrodolce non identificato e ancora sake.

All’anitra cambiarono bottiglia: capii dalla gradazione che era un Honjozo, di quale tipo non ne ho idea. L’anitra era deliziosa, la pelle croccante e laccata, le spezie e lo zucchero grezzo, il cipollotto fresco.

Arrivai viva al dolce: una nuvola di fumo camminò verso di me. Azoto per un sorbetto dolcissimo servito su un ramo con dei finti nidi e fiori rosa. Le profezie di Heston Blumenthal in una bomboniera anni ‘60.

Col conto mi offrirono un biscotto della fortuna, del quale mangiai anche il messaggio, e un bicchierino di Baijiu – distillato di sorgo tipico cinese, molto simile al gasolio, grazie al quale realizzai di essere perfettamente sbronza e di avere l’aereo del ritorno alle 9 del mattino seguente.

– Ok. Prendo un taxi – pensai barcollando con discrezione. Tirai fuori il biglietto col nome dell’hotel in cinese, allungai la mano in strada con un traffico inesauribile e salii sulla prima auto scassata gialla. Mostrai il bigliettino al tassista, mi chiese i soldi, tirai fuori i contanti e con fare agitato la macchina accostò e mi fece scendere borbottando in cinese non so cosa. Questa scena si ripeté per almeno altre dieci volte. Salivo, indicazione dell’hotel, denaro, insulti in cinese e mi buttavano giù. Nel frattempo, mi passò la sbronza allegra e concretizzai che probabilmente il giorno dopo non sarei tornata. Mi prese l’ansia e la disperazione, aprii la cartina sotto ad un lampione ma il sake mi disse che poteva essere anche la mappa di Bolzano che sarebbe stato uguale. Mi venne in mente che le macchine nere erano i taxi abusivi.

Alla prima salii senza pensarci troppo: in fin dei conti ero solo una giovane donna europea che vagava sola di notte per le strade di Pechino. Cosa mi poteva succedere? L’autista fumava, un ragazzo tarchiato coi capelli lucidi di gel e una camicia hawaiana: lesse l’indirizzo e partì correndo come un pazzo. Pensai: o sono morta o sono salva, in ogni caso sono viva. Alla radio ad un volume altissimo davano musica dance cinese, i finestrini davanti aperti, dietro l’aria ai cento all’ora mi spettinava i capelli e ripuliva i pensieri e le paure, l’orologio aveva perso il tempo. Dal finestrino correvano veloci le lunghe strade di Pechino, i semafori, le insegne, le mie sbronze e delusioni d’amore, il film della vita. Ancora una volta avevo rischiato, ancora una volta mi sarei alzata col mal di testa e la nausea, ancora una volta non sapevo quello che mi sarebbe accaduto una settimana dopo e chi avrei incontrato. Ancora una volta non ho sensi di colpa e vivo, in ogni mio giorno ovunque io sia.

Aeroporto internazionale di Pechino – Ore 7.00

Starbucks

“Un caffè americano, grazie. Pago in contanti.”

“I suoi soldi sono falsi……” (scenda dal taxi)

9 Commenti

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Piero

circa 5 mesi fa - Link

Racconto bellissimo, complimenti per la vivacità e l'ironia che metti nella scrittura

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Leone Zot

circa 5 mesi fa - Link

Uno stile trascinante! Mi sono fatto delle risate. Una domanda. Ma in che anno sei andata? I taxi abusivi neri non li ho visti. Una cosa che mi stupisce è questa presenza del Sake, che è giapponese, e che io non ho incontrato nei miei vari viaggi in Cina.

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Titta

circa 5 mesi fa - Link

Salve Leone, era maggio 2018. Il sake fa parte anche della loro cultura, in realtà da quanto ne so le origini dello stesso pare risalgano proprio alla Cina e che poi le migrazioni lo abbiano portato in Giappone. Però dai, parliamo dell'avanti Cristo! .. arriviamo ad oggi. Io in Cina ho trovato qualsiasi cosa. Poi sicuramente dipende da dove vai, quanto è strutturato il locale e popolare l'area. Questo dove ho bevuto il sake aveva pure il prosecco e la Peroni ; ) Per la maggiore comunque a parte la birra a 1,5° non è facile sbronzarsi….. Buone cose alla prossima!

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Titta

circa 5 mesi fa - Link

PS: i taxi abusivi sono tantissimi…..certo, se non l'avessi saputo non sarei salita e non sarei manco tornata..

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Leone zot

circa 5 mesi fa - Link

Ah quindi recentemente! Si sbronzarsi con la birra locale è lunga, ne devi bere a litri e litri. Col Baijou tutta n'altra cosa!!!

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Siro

circa 5 mesi fa - Link

C’è aria nuova in Intravino! Non so chi sia questa signorina ma i suoi scritti finora sono la cosa più divertente e intelligente! Che ventata d’aria fresca rispetto alla petulante e retorica media di molti scritti di cibo e vino. Un po’ di emozioni! Ma chi sei signorina??

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josé

circa 5 mesi fa - Link

Signorina Margherita , sei travolgente!L'altra faccia del Paese che vuole conquistare il mondo raccontata con straordinaria ironia.

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Siro

circa 5 mesi fa - Link

Condivido, signorina Margherita sei la noveulle vague di Intravino! Contro il trito e ritrito dei patetici racconti enogastronomici (pieni di paroloni retorici ed inutili) che hanno solo alimentato una ristorazione autoreferenziale che il grande pubblico non si fila proprio!

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Daniele Di Blasio

circa 5 mesi fa - Link

Non ho capito come si fa a riconoscere un honjozo dalla gradazione alcolica.

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