La pietra angolare della grappa moderna – Monovitigno Picolit Nonino

La pietra angolare della grappa moderna – Monovitigno Picolit Nonino

di Thomas Pennazzi

Nel racconto dei distillati non è quasi mai possibile determinare un terminus a quo, dal quale si calcoli un prima ed un dopo. La storia del’alcool è labile, fumosa, collettiva, e fatta più di si dice e di forse che di fatti concreti.

Nella storia della grappa abbiamo invece una certezza. Tutto l’edificio della grappa moderna si fonda su di una sola bottiglia, la monovitigno Picolit della famiglia Nonino. Vera pietra angolare che continua ad essere prodotta in piccole quantità, questa acquavite rappresenta il momento di rinascita della grappa italiana.

Aver potuto sentir raccontare la storia di questa felice intuizione dalla voce di chi l’ha pensata è stata un’occasione privilegiata. Ci si rende conto di quanto dietro alle idee che rivoluzionano un mondo non c’è sempre un ufficio studi, un genio del marketing, o qualche stratagemma americano, ma vita vissuta e chissà, una personalità carismatica.

Giannola Nonino potrebbe essere la tranquilla moglie di un ancor più placido ma esigente produttore di grappa friulana. Chi l’ha conosciuta sa che non è vero: è anzi lo spirito creativo dell’azienda di famiglia, l’anima del successo dei suoi prodotti, in cui crede fortemente; un personaggio vulcanico, in cui l’esuberanza verbale riflette tutta la passione interiore e l’energia imprenditoriale dimostrata negli anni.

L’idea rivoluzionaria è nata da un curiosa frustrazione. I coniugi Nonino, durante le occasioni conviviali tra industriali udinesi, offrivano con giusta fierezza qualche bella bottiglia dei loro distillati, sicuri di incontrare il gradimento dei loro ospiti. Avveniva invece che la grappa donata non veniva servita, ma rimaneva tristemente confinata in qualche angolo. Bisognava fare qualcosa.

È utile ricordare, a beneficio dei lettori più giovani, che la grappa negli anni Settanta e fin verso la metà degli anni Ottanta del secolo scorso trascinava con sé lo stigma di bevanda alcolica di basso rango, fatta più per ubriacare alpini e muratori che per compiacere il palato di chi le si avvicinava per gustarla. Spesso meritava questa cattiva reputazione per la qualità dozzinale, perfino di marchi famosi. Il dominio ancora per poco incontrastato del cognac e del rampante whisky, di cui alcuni sofisticati italiani cominciavano a importare notevoli espressioni, era tale da escludere la grappa dal novero dei fine spirits. Che, per antica usanza veniva prodotta da vinacce assortite; quando si voleva fare meglio, si separavano le bianche dalle nere. Era il massimo che l’industria italiana sapesse proporre al pubblico al tempo.

Lo smacco subìto dai Nonino è stato quindi la molla per un’idea brillante e di rottura della tradizione. Non era in gioco tanto la qualità dell’acquavite, giacché di grappaioli eccelsi, a volerli cercare, ce n’erano già in giro più d’uno per l’Italia, ma l’immagine stessa del prodotto.

Ecco allora nascere il 1° dicembre 1973, recando con sé quell’allure che mancava alla sorellastra del brandy, la grappa monovitigno; figlia non di un vitigno qualsiasi, bensì del celebrato Picolit. La gemma enologica più splendente del Friuli per dirla teatralmente con Carlo Goldoni, che dava già alla sua epoca vini lodatissimi presso tutte le Corti europee.

Giannola e Benito quel dicembre calarono sul tavolo quindi una doppia briscola, capace di non far alzare il sopracciglio al bevitore raffinato e di marciare elegantemente vestita per il mondo come alfiere della produzione vinicola friulana, della quale hanno sempre avuto a cuore le sorti. Perché a quest’altra figlia del nobile Picolit è poi seguita un’infaticabile opera di promozione internazionale, a cura della famiglia dei distillatori di Percoto, tale per cui oggi la grappa è conosciuta ed apprezzata più all’estero che da noi. È destino, direte: nemo propheta in patria, e vale anche per il cognac in Francia.

Va da sé che dietro all’intuizione dei Nonino si sono accodati tutti i distillatori italiani, ed oggigiorno si produce più grappa dai singoli vitigni che quella comune, con ottimi risultati commerciali. Ma se è vero che la fama del vino illustre trascina le vendite della grappa, non è altrettanto vero che ogni grande vitigno dia una grande grappa. Vi toccherà sperimentare tra le mille espressioni varietali del nostro paese per comprendere questa piccola verità.

È però certo che i grappaioli e noi tutti appassionati dobbiamo riconoscere ai Nonino di aver aperto la via alla grappa moderna con questa iconica bottiglia – da loro orgogliosamente chiamata The Legendary Grappa – e tributargli il meritato onore gustando almeno una volta la loro creazione.

picolit

 

 

 

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

2 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 2 settimane fa - Link

Omaggio non solo alla Grappa (scritta con la maiuscola) ma anche al carattere, all'identità, alla personalità di una donna formidabile e delle sue figlie altrettanto formidabili. In tutta la mia lunga camminata enoica in giro per il mondo non ho mai incontrato delle schiacciasassi, delle panzer divisionen, delle femminilissime macchine da guerra come le Noninos women. Lo scrivo con grandissima ammirazione e altrettanto affetto. Ho imparato molto da loro in termini di abnegazione, capacità di essere sempre focalizzate e conoscenza della materia che stavano presentando.

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Rino

circa 2 settimane fa - Link

bell'articolo complimenti

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