Io, Barolo e l’Hermitage

Io, Barolo e l’Hermitage

di Lisa Foletti

Ho già scritto di Barolo.

No, non del vino.

Barolo è un cane.

Per la precisione, un carlino smilzo e scuro che proprio di razza purissima non dev’essere, e anche (o proprio) per questo mi suscita una gran simpatia. È una presenza immancabile a casa del mio amico guru di vini francesi, quello che ogni tanto mi invita a pranzo o a merenda per stappare una grande bottiglia parlando di vino e di vita. Ormai Barolo è un accessorio della degustazione, e quel suo incessante trotterellare, abbaiare e grugnire, la sua continua pretesa di attenzione, l’attesa implorante di un tozzo di pane, l’insistenza tenace nel porgerti la sua pallina mentre tu provi a godere di quel grande Bordeaux o di quella Borgogna da capogiro, ecco, tutto ciò richiede uno sforzo di concentrazione, una capacità di astrazione, finanche doti di funambolo che metterebbero a dura prova persino il Maestro Miyagi (metti la cera, togli la cera).

Ma in fondo, è un modo per allentare la tensione, sdrammatizzare, dissacrare, distogliere per qualche istante l’attenzione dal calice riportando la questione su un registro più terra terra, forse più empatico e umano. Barolo ci aiuta a non prenderci troppo sul serio, insomma.

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Stavolta ho dovuto selezionare la nostra bottiglia in una rosa di cinque gioielli, e mi sono trovata indecisa fra una scelta di cuore e una di testa: la prima mi avrebbe portata in Borgogna, la seconda nel Rodano. La Borgogna, soprattutto quella dei pinot noir, rappresenta per me il piacere viscerale, mentre il Rodano smuove la mia curiosità, forse perché meno esplorato (dalla sottoscritta). Alla fine ha prevalso la sete di conoscenza, probabilmente per scuotere un po’ le sinapsi intorpidite da mesi di letargia.

Prima però c’è stata la bollicina preparatoria. Il riscaldamento, per così dire. L’amico mi aveva promesso una bottiglia del mitico Prof. Venturelli, il mago dei lambruschi e dei trebbiani, quello degli spumanti senza etichetta (perché non commercializzati), un po’ carbonari, osannati da tutti gli appassionati di bollicine italiche, e non solo da loro.

Appena varcata la soglia di casa, dopo le feste di Barolo e gli abbracci (virtuali) tra noi umani, l’amico mi porge un calice di un bel dorato carico, dicendomi che purtroppo ha dovuto rinunciare alla bottiglia del Prof. perché non ancora pronta, ripiegando su un Initial di Sélosse. Un Sélosse fresco di sboccatura, mi avvisa, quindi un po’ crudo. Ancora in piedi (ho fatto appena in tempo a togliermi la giacca), adocchio la scatola dello Champagne aperta su una sedia e sorbisco con avidità dal calice, vagamente distratta dall’irruenza di Barolo e dall’euforia di essere lì dopo tanto tempo.

Una rasoiata mi fende la lingua, poi il sorso si impossessa di tutta la bocca tirando fuori l’intero repertorio di selossiana memoria, giocato su frutti gialli maturi e frutta secca, agrumi e spezie, con il peculiare stile ossidativo che tante volte ho incontrato. Sentenzio che sì, il vino è ancora molto tagliente e un tantino acerbo, ma la marca è inconfondibile. Mentre mi siedo e strappo coi denti un brandello di gnocco (focaccia), l’amico mi porge la bottiglia di Sélosse ancora chiusa, e recupera dal davanzale una bottiglia aperta, con l’etichetta vergata da lui a pennarello: il trebbiano spumantizzato 2013 del Prof. Venturelli.

Uno scherzetto che mi lascia a bocca aperta. Ci mettiamo a parlare di questo vino incredibile, sorseggiandolo, mentre lui snocciola aneddoti e io sono ancora un tantino stordita dalla sorpresa, nemmeno troppo imbarazzata per aver confuso quello spumante emiliano con un grande Champagne. Più incuriosita e divertita, direi.

Nel frattempo Barolo ha iniziato il suo rituale, e si è materializzata una ciotola di cous cous alle verdure per noi. Noto che ci sono altri due calici sul tavolo, degli Zalto già avvinati e sfumati di rosso.

Ora che comincio a prendere confidenza con le bollicine e con l’irruenza di Barolo, senza troppe cerimonie l’amico versa negli Zalto due assaggi di un nettare dal colore rosso vivo: è giunto il momento dell’Hermitage 1997 di Jean-Louis Chave. Il tappo si è sbriciolato all’apertura, qualche ora prima, tuttavia è bastato un grossolano filtraggio per ottenere un vino perfettamente integro.

Lo guardo e ha davvero un colore pazzesco, bello luminoso e sfaccettato, per nulla appesantito o smagrito dagli anni. Il quantitativo versato nel bicchiere non è tale da consentire una sorsata generosa, perché queste bottiglie richiedono calma e pazienza (a me sconosciute), come ama sottolineare l’amico.

Mentre Barolo si gioca la carta della molestia, riesco ad avvicinare il naso al calice per una prima ricognizione. Ciò che mi sale nelle narici ha un ché di sanguigno e terroso, un mix di humus e carne alla brace, screziato di frutta rossa matura. E il famigerato pepe dov’è finito? Tiro il fiato e finalmente porto il calice alla bocca per il sorso d’esordio. Mi sorprende subito l’acidità ancora vibrante, accompagnata da un tannino setosissimo, e da una materia presente ma non possente. Il calice è già vuoto, ma non viene immediatamente rabboccato.

Calma.

Intanto lancio la pallina a Barolo, il più lontano possibile cercando di non far danni, e mordo una fetta di torta salata al radicchio rosso (ci starà bene con l’Hermitage? La risposta suona più o meno come un “chissenefrega”). Mentre scorre la chiacchiera, scorre altro vino nel bicchiere, stavolta in dose non omeopatica. Rituffo il naso nel bevante e noto che la terra è diventata radice e corteccia; la sensazione ematica sta cedendo il posto a una scorza d’arancia, e fa capolino un bel pot-pourri, con spezie e fiori secchi. Il sorso continua a essere succoso e vivido, eppure setoso e aggraziato, per nulla urlato. Poi mi accorgo che Barolo mi fissa, e il calice è vuoto.

Mangio una cucchiaiata di cous cous e cerco di ricordare l’ultima volta che ho bevuto una bottiglia di Rodano: era un Côte-Rôtie di Jamet, sicuramente giovane, giocato sulla viola e il cassis, il pepe, la liquirizia e la pasta d’olive. Energico e profondo. Tutt’altro registro, insomma. Un guaito mi riporta al presente, e al calice nuovamente pieno. Il naso si sta facendo via via più definito e profilato, il frutto ha completamente abdicato a favore dei petali, ed è spuntato un lieve accenno balsamico. Bellissima la bocca nel suo incedere elegante ma rigoroso.

Noto che intanto l’amico è tornato alla bollicina emiliana: “per spezzare”, mi dice. Provo a seguirlo, ma francamente la faccenda non mi entusiasma. Penso che basti la presenza di Barolo, a “spezzare”. Mi concentro nuovamente sul syrah, che sta perdendo via via i tratti del pugile per acquisire le sembianze della ballerina. Faccio per rabboccare il calice semivuoto ma niente da fare, la bottiglia è finita. Un ultimo sorso di puro godimento e mi consolo prendendo in braccio Barolo, che sembra finalmente acquietarsi.

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Lisa Foletti

Classe 1978, ingegnere civile, teatrante, musicista e ballerina di tango, si avvicina al mondo del vino da adulta, per pura passione. Dopo il diploma da sommelier, entusiasmo e curiosità per l’enogastronomia iniziano a tirarla per il bavero della giacca, portandola ad accettare la proposta di un apprendistato al Ristorante Marconi di Sasso Marconi (BO), dove è sedotta dall’Arte del Servizio al punto tale da abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi professionalmente al vino e alla ristorazione, dapprima a Milano, poi di nuovo a Bologna, la sua città. Oggi alterna i panni di sommelier, reporter, oste e cantastorie.

13 Commenti

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Luciano Ramella

circa 9 mesi fa - Link

Che freschezza in questo post. Scrivere di vino con competenza senza annoiare il lettore con troppi termini tecnici cercando di invogliarlo a bere "bene" non è facile. Ma sei certa che Barolo con la sua costante presenza non voglia assaggiare un sorso? Chapeau.

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Lanegano

circa 9 mesi fa - Link

Articolo delizioso. Però mi ha fatto venire una curiosità esplosiva nonchè una brama disumana di assaggiare il trebbiano del prof. Venturelli......

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Rino

circa 9 mesi fa - Link

Complimenti... lettura davvero molto piacevole e gustosa, anche a me è venuta una grande curiosità di assaggiare questo spumante italiano di cui ignoravo l'esistenza, ma poi chapeau... non è da tutti ammettere con questa naturalezza di aver preso " fischi per fiaschi" ( il riferimento è ovviamente allo "scambio di persona" tra lo spumante emiliano e lo champagne di Selosse). Davvero brava

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marcow

circa 9 mesi fa - Link

“Il cane è un gentiluomo”, scrive Mark Twain. “È sincero, non mente, non inganna, non tradisce, è generoso, è altruista, ha fiducia“. Ma c’è di più. Il grande scrittore Victor Hugo – come tutti coloro che hanno un cane – si chiede: “Se guardi negli occhi il tuo cane, come puoi ancora dubitare che non abbia un’anima?“ "Fissa il tuo cane negli occhi e prova ancora ad affermare che gli animali non hanno un’anima" (Victor Hugo) __ Lo sguardo di Lisa Foletti sovrapposto allo sguardo di Barolo è la cosa più bella di questo bell'articolo.

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Andrea Gori

circa 9 mesi fa - Link

il cane è l'animale che più si è adattato a vivere con noi sfruttando mimesi ed empatia. Non che provi veramente tutto quello che pensate ma comunque in effetti bravissimo a farlo e bravi noi a crederci, tutto sommato si sta meglio con un cane che senza.

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MP

circa 9 mesi fa - Link

Selosse stile ossidativo secondo me non si può proprio sentire... Vorrei chiedere ai lettori che abbiano bevuto Selosse (soprattutto Initial), degli ultimi anni, dove abbiano trovato uno stile ossidativo. Tantomeno se parliamo di sboccature recenti.

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Lisa Foletti

circa 9 mesi fa - Link

Le note ossidative sono sempre state una prerogativa degli Champagne di Sélosse. Certamente oggi nell'Initial sono molto meno marcate di qualche anno fa, ma chi beve Sélosse da un po' se le ricorda molto bene.

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Andrea Gori

circa 9 mesi fa - Link

se non è ossidativo è ossidato o comunque pesante. Qualche bella bottiglia forse nelle ultimissime sboccature ma insomma Selosse è quella roba lì, specie su Initiale

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Vinogodi

circa 9 mesi fa - Link

...con gli anni, Andrea, il tuo " sense of humor" è decisamente migliorato fino a decollare su livelli di comicità alla Zelig... Selosse " se non è ossidativo, è ossidato e pesante" ...fa il paio con Moricchia che schifa Clos D' Ambonnay e Clos du Mesnil ... Aggiungo per non essere da meno: Romanee Conti fa cagare, Musigny di Roumier è imbevibile e sopravvalutato per enobeoti che bevono etichette e i Montrachet di Domaine Leflaive sono la truffa del secolo perché ormai rovinati da premox ...ah si ...non ci sono più le stagioni di una volta e, perché no, governo ladro...

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Eb2323

circa 9 mesi fa - Link

Ho familiarità coi vini di Selosse da parecchi anni. Ho seguito nel mio piccolo il percorso che lo ha fatto da diventare Champagne di nicchia a Champagne di culto. Anche per me gli ultimi Initial assaggiati non possono definirsi, né ossidativi,né ossidati, né tantomeno pesanti. Sicuramente estranei allo stile che mi ha fatto innamorare di lui.

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Lisa Foletti

circa 9 mesi fa - Link

Ma infatti quello che ho bevuto era un trebbiano del Prof. Venturelli 🙂

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Eb2323

circa 9 mesi fa - Link

In buona sostanza il Trebbiano del Professore è un vecchio Selosse... in questo caso grande invidia Lisa visto che non l'ho mai assaggiato! Complimenti bell"articolo...

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Eb2323

circa 9 mesi fa - Link

" ....Selosse è quella roba lì..." fa intuire che Gori non ne sia particolarmente stregato...

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