Brexit: che succederà a fine mese al whisky ed al Prosecco?

Brexit: che succederà a fine mese al whisky ed al Prosecco?

di Thomas Pennazzi

Conclusi i passaggi parlamentari tra la Camera dei Lord ed i Comuni, ed incassato l’assenso reale, il governo del Regno Unito ha dichiarato ieri che il prossimo 29 marzo invocherà formalmente l’articolo 50 del trattato di Lisbona che regola il recesso dall’Unione Europea, per dare l’effettivo avvio alla cosiddetta Brexit.

Da quel momento i negoziatori di Theresa May potranno iniziare le trattative sull’abbandono dell’Unione, che dureranno due anni; terminato il periodo di sospensione molto cambierà quindi, con notevoli conseguenze sul commercio da e verso oltremanica. Vediamo in sintesi cosa succederà all’Europa del vino e dell’alcool, una volta privata della più riluttante delle sue ventotto stelle.

Diamo qualche numero intanto, per farci un’idea della posta in gioco. L’importazione in UK di vino dalla UE vale all’incirca €2,5 miliardi, su un totale di poco più di 4 miliardi considerato il resto del mondo; Francia e Italia fanno la parte del leone, con circa un terzo ed un quinto della torta, ed un undicesimo lo vende la Spagna, quarto esportatore assoluto. Il vino italiano esportato in UK muove un fatturato di €750 milioni circa, di cui ben €275 milioni di solo prosecco [dati 2015].

Il vino francese vale €1,3 miliardi circa, ed il cognac esportato nel Regno Unito fattura da solo €250 milioni, per un buon 10% del mercato globale a valore. Mentre l’export di whisky verso la UE è di circa il 39% della produzione totale, per un valore stimato quest’anno in £1,5 miliardi circa [dati 2016]. È difficile reperire invece dati aggregati sulla grappa o sugli altri spiriti italiani esportati in UK.

Tutto questo potrebbe essere messo in discussione, se non in difficoltà, per l’innalzamento di barriere commerciali tra le parti, anche se non è verosimile che ciò avvenga nel breve termine.

Per il Regno Unito sarà sicura la perdita del ruolo di hub europeo per l’import di vini dai Paesi del Commonwealth, se i dazi colpiranno il vino che ora viaggia da qui verso l’Europa continentale; altre nazioni stanno alla finestra, nella speranza di fare ricchi affari con Sudafrica ed Australia al posto degli Inglesi.

Cominciamo dal whisky: nell’immediato si ritiene la svalutazione della sterlina ancora più probabile adesso che è iniziato il processo della Brexit; chi compra in sterline ma ha ricavi in euro si avvantaggerà del cambio favorevole, a condizione di non avere troppe scorte pagate in sterline “pesanti”. La congiuntura è propizia dunque per chi esporta sul continente. Nel lungo termine è ragionevole pensare che la sterlina si manterrà fluttuante, mentre la domanda di whisky resterà alta e di conseguenza anche il suo prezzo finale. Il rischio che l’UE possa applicare dazi all’import è escluso dai trattati WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), difficilmente rinegoziabili a breve, mentre l’incognita più concreta è che l’Inghilterra possa a propria volta applicare dazi interni al distillato, guadagnando sulle abbondanti esportazioni. In definitiva, il whisky potrebbe essere più conveniente nel breve periodo, se gli intermediari riverseranno una parte dei vantaggi valutari sul prezzo finale; ma quel che potrebbe succedere dal 2019 è estremamente incerto.

Il sindacato dei distillatori GMB pensa che l’uscita del Regno Unito dall’UE potrebbe mettere a rischio fino a 40.000 posti di lavoro nell’industria dello Scotch Whisky e fino a 120.000 nell’indotto. La preoccupazione non è così infondata: circa 400 milioni di sterline di fatturato, poco meno del 10% dei £4 miliardi che il whisky scozzese movimenta nel mondo, potrebbero essere a rischio di dazi punitivi perché esportati in Paesi i cui accordi commerciali sono stati negoziati tramite la UE, e che decadranno con la Brexit. “Non possiamo fare a meno di questa industria in Scozia” dicono voci preoccupate a Edimburgo.

E nella discussione politica si sta profilando anche una Scoxit, dopo le schermaglie tra le first ladies Theresa May e Nicola Sturgeon: la Scozia minaccia ora la secessione (poiché ha votato in massa per rimanere nella UE) dopo che la premier inglese ha del tutto ignorato le pretese della collega per un trattamento di favore della propria nazione durante le trattative con la Commissione Europea.

Mentre gli inglesi avranno più di un grattacapo con la vivacissima industria del gin, che, se è vero che si può produrre ai quattro cantoni del mondo, affascina sempre i consumatori quando è realizzato in terra britannica. Si intravedono all’orizzonte non poche difficoltà per uno spirito che ha rivali agguerritissimi dovunque, e che potrebbe essere messo all’angolo da una barriera all’importazione.

Simmetricamente, il commercio di spiriti UE verso le Isole Britanniche sarà messo in difficoltà per il deprezzamento della sterlina, la crescita dell’inflazione domestica, e per le accise inglesi sugli alcolici, molto alte. La contrazione dei consumi di fascia bassa, e lo spostamento sui distillati nazionali (gin, whisky e British vodka) è da mettere in previsione, da subito e per i primi due anni di Brexit.

Nel caso del Brunello di Montalcino, prestigiosa denominazione italiana, la questione non sembra destare particolari preoccupazioni nei produttori: per causa dell’amplissima offerta di vini di tutto il mondo in feroce concorrenza con i nostri, gli inglesi non ne sono grandi consumatori, e l’unico mercato vivace rimane Londra, dove la ristorazione di prestigio costituisce il canale con le più alte chances di assorbimento di questo vino di lusso. Il rischio maggiore da affrontare per il nostro agroalimentare di qualità, più che un dazio all’import, sarà lo status dei cittadini UE: i nostri ambasciatori della dolce vita, sommelier e ristoratori tra i primi, potrebbero vedersi revocata la permanenza sull’isola, impoverendo così l’offerta di cibo e vino italiani di alta gamma.

Chi non dormirà sonni del tutto tranquilli sono i produttori del Prosecco, che rimane la principale voce dell’export enologico italiano nel Regno Unito, costituendo più di un terzo del totale del nostro fatturato. I due Consorzi non si mostrano per ora nervosi, stante la grande sete inglese per questo vino (i consumi di vino spumante sono previsti in crescita dai 12 litri pro capite nel 2015 ai 15 litri nel 2020) e con l’àncora di salvezza riposta negli Stati Uniti, secondo mercato d’esportazione. Anche qui prevale una prudente attesa, poiché ogni previsione è incerta.

Lo scenario quindi è di misurata apprensione per le parti, esportatori ed importatori su entrambi i lati della Manica: pur se i britannici sono tra i più grandi consumatori di alcolici e vino in Europa, i robusti scambi commerciali in bottiglia tra gli ormai ex partner dipenderanno pesantemente dalle negoziazioni prossimamente sui tavoli: si ritiene però che queste non entreranno nel vivo prima del risultato delle elezioni tedesche in autunno.

Nei giorni scorsi la WSTA (Whisky and Spirit Trade Association) ha dichiarato che dovrà lavorare duramente col governo perché nulla cambi con la Brexit, invocando nel contempo un taglio del 2% alle accise per bilanciare gli extra-costi della svalutazione della sterlina e il previsto ritorno dell’inflazione interna, che colpisce i consumi del ceto medio-basso. Il governo ha invece sterilizzato il temuto aumento delle accise nel Budget Bill dello scorso 8 marzo.

Non è facile inoltre prevedere quanto l’Unione sia disposta a concedere ai Brexiteers, dal momento che le regole di uscita saranno dettate dalla Commissione Europea, e che la stessa pretende il rimborso di circa €57 miliardi per la compensazione degli impegni pluriennali già assunti da Londra sul corrente bilancio UE. Intanto i Lords hanno dichiarato che il Regno Unito potrebbe lasciare la UE senza pagarne i costi, un gesto che è stato letto a Bruxelles come appoggiare la pistola sul tavolo degli imminenti negoziati. Acque agitate sulla Manica insomma.

Francia, Spagna, ed Italia probabilmente cercheranno di mitigare una negoziazione intransigente, mentre i Paesi nordici hanno poco da perdere sul fronte del’alcool; e bisognerà pure fare i conti col risentimento tedesco verso gli odiati cugini anglosassoni. L’ormai secolare Gott strafe England cova ancora sotto la cenere dell’inconscio collettivo germanico.

Nuvole nere si addensano anche sull’altro lato dell’Atlantico. Il cambio di presidenza, dall’impostazione neo-protezionistica, potrebbe favorire l’Inghilterra solo a sorrisi e strette di mano. L’esplicito claim «America first» ed il discorso presidenziale di insediamento, una vera dichiarazione di guerra commerciale – non solo alla Cina – dovrebbero far pensare gli inglesi, più di quanto non facciano attualmente, ai concreti rischi insiti nell’amministrazione Trump.

Difficile però ritenere che sull’isola britannica vogliano rinunciare al bordeaux, al cognac ed allo champagne, oltre che al prosecco, per tacere del porto e dello sherry, anche se dovessero costare qualche soldo in più a bottiglia. Mentre il whisky, in assenza di manovre correttive sui dazi, potrebbe essere più conveniente per gli europei per il marcato deprezzamento in atto della sterlina.

Chi se ne sta avvantaggiando nell’immediato sono i broker inglesi, tradizionalmente provvisti di forti stock di vini bordolesi, che cavalcano l’esportazione verso i mercati cinesi ed americani. Qualche ruga in più appare, ma solo per il momento, sulle fronti dei négociants di Bordeaux, forti di un rapporto plurisecolare con gli ex padroni dell’Aquitania. Che torneranno a comprare: sulle rive della Gironda ne sono certi.

In poche parole, sul breve periodo lo scenario Brexit (o hard Brexit) potrebbe lasciare il segno più sull’isola che nel continente, per l’enorme appeal dei prodotti europei, difficilmente sostituibili con quelli del Commonwealth, benché proprio questo vorrebbe far intendere ai britannici la loro first lady. Sudafricani, australiani e neozelandesi gongolano, speranzosi di rosicchiare qualche spicchio in più della torta vinosa a scapito degli europei, ma per ora oltremanica si intravedono più demagogia ed orgoglio post-imperiale che effetti di sostanza.

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

1 Commento

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Federico

circa 5 anni fa - Link

Bell'analisi. Grazie. ....tutti in Australia a piantar glera!?

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