Intervista | I vini di Bordeaux secondo Armando Castagno

Intervista | I vini di Bordeaux secondo Armando Castagno

di Massimiliano Ferrari

Si racconta che quando un giornalista chiese a Federico Fellini cosa pensasse del termine felliniesque, coniato dagli americani nella loro consueta asciuttezza di pensiero e azione, lui rispose ironicamente di avere sempre sognato di fare l’aggettivo da grande.

Chissà cosa penserebbe Armando Castagno se qualcuno cominciasse ad usare invece l’aggettivo castagnesco o castagniano per riferirsi alla sua opera di divulgatore e narratore di vini e vigne, terre e persone.

Adesso che ci penso sarebbe stata la domanda con cui chiudere la chiacchierata fatta insieme partendo dai suoi ultimi lavori, due dispense dedicate una al territorio di Bordeaux e l’altra ad una selezione ragionata di châteaux dello stesso areale. L’idea era appunto questa, approfondire con lui alcune riflessioni e pensieri sul vigneto bordolese.

Le due dispense sono in realtà pubblicazioni effimere, già terminate ancor prima di essere pubblicate. Un esperimento di editoria che ha visto le pubblicazioni finite in un battito di ciglia, vendite solo su prenotazione diretta, aiutate dalla fama dello scrivente, passaparola e tam tam sui social.

Dopo aver licenziato il leviatano dedicato alla Borgogna l’Armando nazionale ha puntato quindi un altro pezzo da novanta, il territorio bordolese.

La letteratura sulle terre di Bordeaux in Italia è sempre stata frammentaria, carbonara si potrebbe quasi dire. Ne rimangono tracce nei vecchi numeri di Enogea di Masnaghetti e nelle cronache del duo Rizzari/Gentili. Oltre a questo, il nulla. Le due dispense di Castagno vanno quindi a colmare parzialmente un vuoto, che sarà completato con l’uscita nel 2022, per i tipi di Giunti, di un nuovo volume che prenderà in esame qualcosa come 250 châteaux, mi rivela l’autore romano.

Armando si candida, con questi due volumi, a diventare una sorta di eroe dei due mondi, cercando di mettere a fuoco con indagini e scritti i due territori-faro della Francia vinicola: Borgogna da una parte e Bordeaux dall’altra.

La prima dispensa scorre veloce, un compendio agile delle informazioni necessarie per avere una bussola con cui orientarsi nel mare magnum bordolese.

Il secondo volume nasce invece come esigenza e necessità, a detta dello stesso autore, quelle di un testo che fornisse un racconto, un catalogo se vogliamo, in cui Armando mette in fila, a suo insindacabile giudizio, 122 châteaux dei quali traccia genealogia, cenni storici, note di vinificazione e gestione agronomica e pragmatiche letture dei relativi vini.

Ma sono le quattro, cinque righe finali che mi hanno rapito, quelle dedicate ad ogni etichetta degli châteaux presi in esame. Sono il cambio di passo del fantasista di talento, quello scarto che traccia il solco fra un una scheda anonima e una descrizione colpita dalla luce dell’intelligenza.

Sono sintesi folgoranti in cui Armando, con un misto di grazia e perfidia, passa in rassegna le “insegne” di ogni premier vin, vero biglietto da visita di ogni châteaux.

Non è un caso che proprio a Bordeaux la composizione tipografica e stilistica delle diverse etichette abbia raggiunto livelli impensabili in qualsiasi altra zona viticola mondiale. Basti a corredo di quanto affermato citare le labels di Mouton-Rothschild che dal 1945 affida ogni annata ad un diverso artista, stipendiato per quel lavoro con una quantità pari al proprio peso corporeo di bottiglie del premier vin. Non male aggiungerei.

Partendo quindi dalla lettura delle due dispense ho messo insieme qualche domanda dalle quali è scaturita una interessante chiacchierata telefonica con Armando.

Ironizzo con lui sul fatto che i seguaci filo-borgognoni potrebbero sentirsi “traditi” da questo cambio di casacca, come a voler sottolineare il solco profondo che separa i vini dei due territori.

“La polarizzazione che spesso viene imbastita fra le due zone, e a ricaduta anche fra i vini, non la colgo, non vedo il contrapporsi di due schieramenti opposti. Esiste certo un’antitesi  filosofica, sociologica, ideologica se vogliamo fra Bordeaux e Borgogna, ma i vini non sono altro che espressioni molto schiette di opposte situazioni ampelografiche e territoriali, non fanno altro che raccontare questo scostamento.

Consideriamo inoltre che questa divaricazione stilistica fra le due zone non è norma statutaria. Si tratta piuttosto di una mutazione contemporanea, che risalta ancor di più assaggiando vecchi Bordeaux dove si coglie nettamente di quanta sottigliezza gustativa e dettaglio aromatico fossero portatori quei vini, oggi spesso andato perso.

La saturazione dei Bordeaux contemporanei è figlia in misura ridotta delle caratteristiche di terroir e di varietà, mentre è molto debitrice di scelte stilistiche e commerciali.

I motivi di questa evoluzione sono fondamentalmente due. 

Il primo riguarda l’attenzione alla vendita che proprietà di centinaia di ettari devono ovviamente porsi e quindi un’indole mercantile che presuppone l’ubiqua ricerca di mercati a cui destinare le bottiglie.

La secondo motivazione è arcinota. Intorno agli inizi degli anni Ottanta Bordeaux finì sotto i riflettori della critica americana, arrivarono i punteggi di Parker che esaltavano un certo tipo di vino e a cascata buona parte degli châteaux bordolesi si accodò al bordone del pastore americano, privilegiando quei valori che gli stessi critici avevano esaltato e che su determinati mercati erano cercati: potenza, densità, concentrazione. 

Ma è l’eleganza la potenzialità di Bordeaux, non la saturazione” mi dice Castagno.

E aggiunge: “penso a certe annate di Cos d’Estournel, Pontet Canet, Haut Brion, Figeac, Lafleur, ma l’elenco potrebbe continuare, in cui l’obiettivo è fortemente orientato su un afflato aromatico, su una tessitura di finezza e distinzione lontane da certi standard contemporanei.”

Il discorso si sposta poi su un tema caldo, quello della sostenibilità e dell’attenzione al terroir, che anche nel Bordolese ha iniziato a fare proseliti ma dove la strada da fare è ancora tanta.

“Nel momento in cui in varie aree vitivinicole della Francia, penso alla Loira, allo Jura, al Rodano, al Beaujolais scoppiarono veri e propri focolai di resistenza a pratiche invasive di cantina e vigna, a Bordeaux si guardò con riserva a queste istanze, se non addirittura con avversione.”

Oggi questo fenomeno sta cambiando, basti citare château come Pontet Canet certificato biodinamico, ma anche Latour, Gruaud-Larose, Haut-Bagés Liberal o Montrose che sono in fase di conversione totale o parziale dei propri vigneti.

Ma sebbene il numero di aziende che si spostano verso una concezione differente di viticoltura è in rialzo rimangono ancora delle oggettive difficoltà. La più evidente è sottesa all’estensione in ettari di una tipica azienda bordolese che non si presta giocoforza ad una rapida conversione.

Se a Bordeaux è lo spirito del capitalismo a dominare la scena non si può non accennare al fenomeno dei second vins.

“Il mantra degli enologi e dei consulenti, durante gli ultimi anni, è stato quello di migliorare e regolarizzare la produzione del grand vin attraverso una selezione delle uve, così da poter destinare parte dei grappoli alla produzione di un second vin se non addirittura ad un troisième. 

Ma lasciando da parte per un attimo l’effettivo innalzamento qualitativo, non sempre dimostrato dei grand vins, la diffusione di questi vini “cadetti” ha avuto almeno un effetto positivo: ha reso possibile per molti appassionati l’assaggio di vini di cantine storiche altrimenti inattingibili per ragioni di prezzo. 

Fermo restando che ci sono second vins di statura storica, basti pensare a Pavillon Rouge  di Margaux o a Les Forts de Latour, due fra i primi second vins ad essere stati prodotti.

L’ispirazione commerciale ha comunque messo in moto un meccanismo virtuoso che avuto due esiti: alcuni grand vins di riflesso sono migliorati e grazie alla comparsa dei second vins hanno guadagnato in maggior complessità e precisione, altri hanno visto solo aumentare la componente alcolica, ispessendosi fuori misura.”

Armando mi cita poi aziende della vecchia scuola come Bel-Air Marquis d’Aligre a Margaux o Château Gilette nel Sauternes, emblemi commoventi della vecchia scuola bordolese che producono vini immortali, appartenenti ad un universo enologico parallelo. “La scheda che ho dedicato a Marquis d’Aligre è forse la più sentita fra quelle che ho scritto.” Basta leggerla e ci si accorge di quanto sia vero.

Alla domanda su quale comune bordolese sia maggiormente nelle sue corde la risposta è secca, senza esitazioni. “Saint Julien. Un grande Saint Julien ha tutto. Il vigore delle uve bordolesi,  un terroir fluviale, una specie di suggestione marina, una bellezza quasi nostalgica che solo i luoghi di mare possiedono. 

Quelli di Saint Julien sono vini refrattari ad un gusto denso e saturo, non profumano di legno, alcool, frutta matura. Sono vini che restituiscono l’immagine di un paesaggio dove l’oceano, l’estuario della Gironde e i laghi salati allontanano la visione stereotipata di cos’è Bordeaux, restituendoci invece la fotografia di una terra selvaggia, forse più di quanto lo sia la Côte d’Or.

Ma allo stesso tempo ci sono anche piccole appellations nella Riva Destra che nascondono piccoli scrigni come Cotes de Bourg, proprio di fronte a Saint Julien, dove in tanti stanno correndo a fare investimenti, è una frontiera che potrebbe dare soddisfazioni nei prossimi anni.”

Le ultime battute vengono riservate alla filosofia che sta dietro al blend bordolese.

“È piuttosto patrimonio di un sapere contadino, non solo francese, basti pensare guardando in casa nostra al Chianti Classico, all’Alto Piemonte o all’Oltrepò Pavese dove l’uso di uve diverse è norma non scritta da sempre. Ma la stessa Borgogna storicamente aveva nel proprio vigneto grande varietà di uve. Non credo che ci sia una analisi a tavolino dietro alle uve presenti a Bordeaux, quanto il fatto che ogni uva è portatrice di una lettura peculiare del terroir: il cabernet sauvignon a suo agio in terreni sassosi, caldi e ben drenati, il merlot su sostrati argillosi e freddi, cabernet franc, malbec e petit verdot a loro volta in sintonia con situazioni distintive.

Bordeaux è un vino che nasce dall’interpretazione a più voci di uno stesso spartito.”

Foto di Nicola Barbato

avatar

Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

10 Commenti

avatar

Armando Castagno

circa 8 mesi fa - Link

Grazie, caro Massimiliano, c'è ancora la possibilità di una conversazione pacata sui temi che amiamo approfondire. Grazie di averci pensato e aver dato forma presentabile a una chiacchierata spontanea, verbale e non programmata.

Rispondi
avatar

Marco

circa 8 mesi fa - Link

La vera domanda è una sola. Per chi per disattenzione si fosse perso le dispense, è prevista una ristampa? Magari insieme al quella futura sul Beaujolais?

Rispondi
avatar

Armando Castagno

circa 8 mesi fa - Link

Marco, ciao. Non posso permettermi una ristampa io, e soprattutto ho scritto che non ci sarebbe stata, e quindi non ci sarà. Se tutto va bene quel materiale - e altro - verrà riunito dalla Giunti, come Massimiliano riporta nel pezzo, in una edizione unica alla fine del 2022. Quanto al Beaujolais, non ho nemmeno finito di scriverlo per la verità (ma quasi). Sarà in distribuzione dal 28 maggio. Grazie mille.

Rispondi
avatar

Hugodelbosco

circa 8 mesi fa - Link

Noi comuni mortali, la plebaglia non può accedere a tutto. Quindi nessuna disattenzione, certe cose si sanno solo a fatto compiuto

Rispondi
avatar

Lanegano

circa 8 mesi fa - Link

Ho visto pochi giorni fa un video di Messieur Castagno a Bibenda nel 2013. Chapeau, chapeau, chapeau.

Rispondi
avatar

Lanegano

circa 8 mesi fa - Link

Monsieur. Maledetto cellulare.....

Rispondi
avatar

vinogodi

circa 8 mesi fa - Link

...ciao , Armando . Sai bene che sono nato a Bordeaux , vissuto in Rodano ma morirò in Borgogna . Oltre a "vecchio" ( perchè ragazzini non li siamo più...) amico e compagno di bevute sono anche tuo grande estimatore, per cui aspetto con ansia la tua terza puntata ... in Rodano ... dopo aver letto avidamente anche questo tua ultima fatica ...

Rispondi
avatar

Stefano

circa 8 mesi fa - Link

Si parla anche dei bianchi e degli ormai negletti rosati di Bordeaux nel libro/dispensa?

Rispondi
avatar

Massimiliano

circa 8 mesi fa - Link

Direi poco per i bianchi o nulla per quanto riguarda i rosati, il focus è sui vini rossi del comprensorio bordolese.

Rispondi
avatar

Alvaro pavan

circa 8 mesi fa - Link

Ah il Medoc del tempo andato... a mio modesto parere, il cuore pulsante del bordeaux, dove la consistenza non era mai disgiunta da un senso di finezza e sottigliezza aromatica, la nota del cassis riflessa in infinite sfaccettature... poi sono arrivati gli enologi e anche bordeaux si è fatto monodimensionale... peccato!

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.