Il vino sopravviverà al Covid19, ma come?

Il vino sopravviverà al Covid19, ma come?

di Stefano Cinelli Colombini

A marzo eravamo nel panico, le vendite crollavano e i clienti esteri erano spariti. Poi le ruote hanno ricominciato a girare, anche se non per tutti. A ottobre c’era un tenue ottimismo, ma il maledetto Covid è tornato. Negozi chiusi, lock down e tanti ordini annullati.

Che si fa? Difficile dirlo, perché non abbiamo dati affidabili. Con i registri dematerializzati lo Stato sa quanto vino è stato venduto e a chi, il sistema è esatto sulla singola azienda (per cui i controlli sono puntuali) ma ha buchi grossi come case per le somme. Le grandi Denominazioni devono agire, ma come si fa a navigare a vista in una situazione così strana?

Questa è una crisi asimmetrica, i canali commerciali, gli Stati e i singoli produttori sono colpiti ma tutti in maniera diversa. Molti sono fermi, altri no e c’è anche chi cresce. È un caos, e per ora ho sentito solo lamenti, profezie distopiche e accuse: tutte robe inutili, a noi servono soluzioni e non rabbia.

Su cosa possiamo provare a costruire un futuro? Secondo me, solo partendo dall’unico dato certo: la morte delle vendite non c’è stata.

Alcune singole cantine hanno subiti colpi durissimi, ma le Denominazioni hanno tenuto: la quantità di fascette DOCG e DOC ritirate in Italia è calata, dove più e dove meno, ma mai in modo drammatico. I prezzi dei vini sfusi soffrono ma non crollano, e pare (non ci sono dati certi) anche quelli delle bottiglie. Anche la vendite all’estero paiono stabili, pur con sensibili cali di prezzo.

Per cui basta dichiarazioni allarmistiche, perché il panico uccide.

Siamo feriti ma vivi, come fare per ripartire? Prima di tutto, che Stato e Regioni concentrino ogni Euro destinato al vino sul vino, non su fuffa o burocrati, e si dotino di programmi che diano dati certi e tempestivi su giacenze, quantità vendute, canali commerciali e prezzi: il futuro sta nella conoscenza, ma le aziende e i Consorzi non si possono permettere strumenti così costosi e non hanno accesso ai dati pubblici riservati.

Lo Stato può, e deve. Basta spot di Regioni e simili, sono soldi buttati. Basta distillazione e vendemmia verde, ogni viticoltore sa che costano tanto e molto spesso coprono truffe.

Concentrate le risorse su cose tangibili, vere e controllabili: attrezzature per vigne e cantine, reimpianti e promozione all’estero. Ma basta punteggi che favoriscono farlocchi gruppi di aziende costruiti solo sulla carta, date i soldi a singole aziende e ai Consorzi e solo su progetti credibili. Basta eventi in posti dove non si vende una bottiglia tipo Vietnam, Francia o India: quello è solo turismo. Vi diranno che si tratta d’investire sul futuro, ma sono favole: i nuovi mercati non si costruiscono con eventi spot di gente che sa di marketing quanto io so di astrofisica, per ottenere risultati dove il vino italiano è assente serve pianificazione, progetti di lunga corsa e professionisti di livello dedicati.

Dove sono? La Cina è un bel sogno, ma fatemi fare una osservazione: in USA, Canada, Germania, Giappone, Inghilterra e Svizzera ci sono grandi comunità italiane e/o tanti ristoranti italiani, e guarda caso qui è concentrato l’80% delle vendite del vino italiano. In Cina quanti italiani o ristoranti italiani ci sono? Zero. So di esprimere un parere non in linea, ma per me il sogno Cina resterà un sogno.

Metterei l’80% dell’investimento OCM o altro su quei 5 Paesi, una spesa così concentrata può sembrare un’esagerazione ma è proprio pressando giorno dopo giorno che si vende. Per la stessa logica allocherei il resto nei pochi mercati di seconda fascia solidi che possono crescere come Austria, Danimarca, Benelux e Corea.

E poi ho un sogno, ma so che è solo un sogno.

Come sarebbe bello un mega evento all’anno di tutti i vini Toscani in una grande città del mondo, diversa ogni anno, con l’Orchestra Regionale Toscana con un super direttore che fa un concerto di apertura, Bocelli che canta, una mostra temporanea di quadri dai grandi musei Toscani tra i banchi del vino e una sfilata della moda Toscana. Buffet straboccanti di prodotti agro-alimentari Toscani.

Un’unica app con tutti i produttori di vino, olio, cacio, tartufi, zafferano, miele e ogni ben di Dio che permetta a privati e importatori di trovarli. Una rete regionale degli agriturismi e degli alberghi, per vendere i soggiorni. Un mega evento con tutto questo, una grafica da urlo e comunicazione curatissima.

Una settimana Toscana in una location di enorme prestigio, per far sognare. Perché noi siamo Italia e vendiamo sogni, non vino. Il vino lo vendono i cileni, i sudafricani e il Tavernello, tutta roba a basso prezzo con cui qui non vivi. E poi magari rifarei tutto questo ogni anno agli Uffizi, a Palazzo Pitti o al Santa Maria della Scala a Siena.

Ma questo è solo il sogno di una notte di mezz’autunno, per realizzarla ci vorrebbe un incantesimo. E non ci sarà.

4 Commenti

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Stefano

circa 2 settimane fa - Link

Mi incuriosisce il discorso Corea, puoi dirmi di più su quel mercato? Sempre sciocco generalizzare, ma mi dicono che i Coreani son gente magnifica, simpatici e seri al tempo stesso. Ma perché lì sì e Cina e Vietnam no? Turismo per esempio ce n'è molto più in Vietnam che in Corea

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 settimane fa - Link

La Corea ha un PIL di $ 1,6 miliardi e il Vietnam di $ 0,2 miliardi, e già questo dice molto. Non bastasse, da almeno sette decenni la Corea è un Paese molto aperto all'occidente e a tutte le sue mode e influenze, tra cui il vino e la cucina. Il Vietnam è un Paese bello ma molto povero e con una cultura molto nazionalistica e storicamente non aperta a influenze straniere. Il recente passato non ha fatto molto per cambiare le cose, casomai ha peggiorato il sospetto verso il non locale.

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Maurizio M

circa 2 settimane fa - Link

anche se il tema di discussione non è la Corea, la stima del PIL della Corea va correttamente moltiplicata per 1000 :)

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 settimane fa - Link

Lapsus calami, mi scuso.

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