Il vino dolce nelle Osterie d’Italia

Il vino dolce nelle Osterie d’Italia

di Denis Mazzucato

Quando ho scritto il pezzo sui liquori che iniziava con “Perché non si beve più vino dolce?” non immaginavo che il professor Michele Antonio Fino l’avrebbe fatto diventare lo spunto per una ricerca che l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo ha svolto in collaborazione con il Consorzio del Moscato d’Asti & Asti Spumante dal titolo “Analisi di mercato del Moscato d’Asti & Asti Spumante nelle osterie d’italia Slow Food”.

Per definire meglio il quadro generale è necessario partire da qualche dato significativo fornito dal Consorzio.
La produzione di Moscato d’Asti e Asti Spumante tra il 2001 e il 2021 è passata da circa 65 milioni di bottiglie a poco più di 75 milioni. Il trend è quindi in leggera crescita anche se in rallentamento rispetto ai massimi del 2011, anno in cui furono prodotte più di 100 milioni di bottiglie.
Se però analizziamo le due denominazioni separatamente emerge un quadro molto diverso.
Il Moscato d’Asti DOCG è passato in vent’anni da circa 5 milioni a circa 35 milioni mentre l’Asti Spumante DOCG ha avuto un trend inverso, passando dai poco meno di 60 milioni del 2001 a circa 40 milioni di oggi.
Ciò che accomuna le due denominazioni è invece il rapporto tra il consumo in Italia e all’estero: da 20 anni, con un trend che non ha mai cambiato direzione, le bottiglie vendute in Italia sono sempre meno.
L’Asti Spumante è passato dal 25% al 10%, mentre il Moscato d’Asti, che nel 2001 addirittura vendeva più bottiglie in Italia che all’estero (poco più del 50%), oggi si attesta a un misero 7%.
Mettendo insieme le due informazioni, quello che emerge è un quadro a tinte fosche: in Italia beviamo poco Moscato d’Asti da sempre (circa 2 milioni e mezzo di bottiglie) e l’Asti Spumante si sta pericolosamente avvicinando alle medesime cifre.

Del resto il fatto che negli ultimi anni siano nate iniziative di promozione dell’Asti DOCG come la collaborazione con Alessandro Borghese (eletto brand ambassador) e con l’ATP Tour e la Sparkling summer con Giorgio Facchinetti, indica che ormai c’è chiara consapevolezza del problema.
Sull’efficacia di queste iniziative (a mio parere quantomeno incomplete) alcune risposte indirette sono arrivate proprio dalla ricerca dell’UNISG.

Il campione scelto per l’indagine è stato di 200 osterie presenti nella guida Osterie d’Italia Slow Food 2022, distribuite su tre macro aree, Nord, Centro, Sud e Isole, con particolare coinvolgimento delle “Chiocciole” (le migliori secondo la guida) e delle “Osterie del buon formaggio”. Ai ristoratori sono state rivolte sedici domande per via telefonica in modo da agevolare risposte complesse, da cui sono nati parecchi spunti interessanti.

A proposito del consumo di vini dolci nelle varie zone d’Italia.
Al nord-ovest come prevedibile il consumo di vini dolci riguarda principalmente proprio le due denominazioni di Asti con trend abbastanza stabile.
Al nord-est con il dolce vengono preferiti in media gli spumanti locali, anche se secchi, poiché percepiti di qualità superiore. Questo indica una propensione lodevole alla valorizzazione del territorio, ma una scarsa attenzione all’abbinamento.
Al centro molto dipende da regione a regione: in toscana si fa largo consumo del Vin Santo mentre in altre regioni (ad esempio nel Lazio) si iniziano solo ora a proporre vini dolci in abbinamento ai formaggi anche per gli aperitivi.
La forte tradizione legata ai vini fortificati o da uve passite del sud Italia mantiene piuttosto costante il consumo dei vini dolci, anche se quasi nessuno ha in carta i Moscato piemontesi.

Sul trend di consumo
Il 62% degli intervistati considera il trend di consumo dei vini dolci regolare, mentre il 30% lo vede in diminuzione.
Per il 72% la presenza dei vini dolci in carta è fondamentale, ma l’utilizzo che se ne fa è legato principalmente alle festività e ai banchetti.
Un terzo delle osterie dichiara di vendere in media una bottiglia a settimana, e il 60% ne vende 2 o meno.
Quando viene chiesta la ragione dello scarso consumo e del trend che quanto meno fatica a crescere, la risposta più frequente (quasi il 60%) è che vengono preferite altre tipologie di bevande alcoliche: amari, liquori o distillati, ma anche vini secchi. Interessante come quasi il 13% delle osterie ritenga che manchi una valida proposta di vino dolce.

Educazione
Molti ristoratori ritengono che sia necessario fornire ai clienti una corretta educazione al consumo dei vini dolci, oggi serviti quasi esclusivamente su esplicita proposta del locale. Qui si gioca un punto fondamentale: i vini dolci buoni esistono, e potrebbero arricchire in modo importante qualsiasi menù. A mancare è la conoscenza, direi non solo del consumatore ma spesso anche di chi li propone. Se da una parte ben vengano slogan e brand ambassador di grido, dall’altra serve investire sulla cultura del vino dolce oltre che sulla qualità.
Un esempio? Il Moscato d’Asti e soprattutto l’Asti Spumante sono considerati spesso prodotti industriali da supermercato, con scarso legame col territorio, anzi col terroir in senso più ampio, che non risentono dell’annata, per i quali non ha senso in fondo spendere troppe parole. Scalfire questa posizione, purtroppo non totalmente falsa, ma parziale, è compito di tutti gli attori: produttori, associazioni, guide, ristoratori e comunicatori a vario titolo.

Un chiaro esempio del potenziale qualitativo dell’Asti Spumante l’abbiamo avuto al termine della presentazione della ricerca, con una degustazione di 5 vini selezionati per l’occasione dal Consorzio del Moscato d’Asti & Asti Spumante.

Marcalberto, Asti Metodo Classico DOCG, 2019, residuo zuccherino circa 120 g/l. Vino giovanissimo tutto giocato sull’immediatezza dell’agrume, mela, salvia e caramella al limone. Bolla fine, dolcezza e freschezza a braccetto per un sorso scorrevole, semplice e molto piacevole.

Cuvage, Asti DOCG millesimato, 2017, residuo zuccherino circa 100 g/l. Naso leggermente più strutturato: mela gialla, cedro, leggera vaniglia e nocciola. Bocca più corposa, con una buona cremosità e finale su leggere note di pan brioche.

Contratto, Asti Spumante DOCG Metodo Classico, Demiranda, 2015, residuo zuccherino circa 112 g/l. Note di nocciola, canditi, salvia e miele purtroppo inficiati da una bottiglia non perfettamente a posto.

Cantina di Alice Bel Colle, Asti DOCG Metodo Classico, 2013, residuo zuccherino circa 80 g/l. Sboccatura 2015 e ben 6 anni di bottiglia per restituire grandissime note di evoluzione. Dalla balsamicità della mentuccia alla nocciola, poi fiori di acacia, incenso e idrocarburi che ricordano quasi un riesling. Bolla finissima e grande struttura, gustoso, sapido e lunghissimo. Il vincitore di serata senza ombra di dubbio.

Gancia, Asti DOCG Metodo Classico, cuvée 24 mesi. Grande freschezza già al naso (sboccatura 2021) dove torna l’agrume, poi pesca bianca, fiori di sambuco, nocciola e liquirizia. Freschezza che si ritrova intatta anche all’assaggio: fine e di grande beva, non stanca nemmeno quando la temperatura si alza un poco.

Come non citare, ultimo ma non ultimo, una vecchia conoscenza di Intravino, Pietro Stara, che ci racconta la storia del Moscato attraverso un tourbillon di citazioni curiose e divertenti che meriterebbero un video o niente? Purtroppo il video non c’è…

In conclusione: il vino dolce troppo spesso è considerato un fio da pagare nelle occasioni di festa, ma quando è valorizzato nel modo corretto, ad esempio in un abbinamento riuscito con un formaggio o con un dolce, è sicuramente apprezzato. Il rinnovamento dell’immagine però non può prescindere da un passo in avanti anche in termini di qualità media.
Se fossi Re inizierei con l’abolire il cesto natalizio della zia, quello col panettone e la bottiglia che fanno venire voglia di passare direttamente al caffè.

Cin cin!

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Denis Mazzucato

Monferrino DOC, informatico da troppo tempo, sommelier da troppo poco, musicista per sempre. Passato da Mina, Battisti e Pink Floyd a Fiano, Grignolino e Chablis, cerco un modo per far convivere le due cose. Mi piacciono le canzoni che mi fanno piangere e i vini che mi fanno ridere.

11 Commenti

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erique

circa 4 settimane fa - Link

Da tifoso di vini dolci (bianchi) stavolta gioco in casa: e molto spesso - come l’articolo sottolinea - a mancare è proprio una proposta valida in carta. Nelle osterie di Bologna e Milano, da me più frequentate, spesso non sono presenti vini dolci. Più facile trovare per paradosso un Sauternes (lo so che non è da dessert eh, frenate i polpastrelli…) che un passito di Pantelleria. I produttori di pregio alla Ferrandes o Murana nei ristoranti sono introvabili. Recioto o Sciacchetrà in carta manco a parlarne (anzi, sono due compleanni consecutivi di mio figlio che festeggiamo alla Cascina Cuccagna solo perché hanno il moscato d’asti “Maddalena” della cantina Adriano). All’osteria Grand Hotel di Milano (mai capito perché Slow Food l’abbia tolta dalla guida) ci siamo commossi nel trovare in carta la Malvasia passito piacentina de “Il negrese” (che qualità-prezzo credo sia impossibile da battere). In un’osteria di Ferrara, andando a ritroso nel tempo, l’oste aveva praticamente tutti i vini premiati dalla fu guida dei vini Espresso. Lì, unica volta nel “Continente”, così direbbe la mia compagna, abbiamo trovato la Malvasia di Bosa di Columbu (versione dolce), che a sua volta non ho mai, dico mai, ritrovato nelle carte di nessun ristorante sardo (in pratica la conosco solo perché, un’estate fortunata, costrinsi tutta la comitiva ad allungarci “un attimo” fino a Bosa). Insomma, panorama sconsolante. E senza un perché. Buone feste vagliù.

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Lanegano

circa 4 settimane fa - Link

Ricordo un Albarola Val di Nure di Barattieri da Malvasia di Candia aromatica con una ventina di anni sulle spalle assolutamente commuovente da tanto era buono e complesso. Solo che è praticamente introvabile....purtroppo....

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Littlewood

circa 4 settimane fa - Link

Al fivi ogni anno lo puoi acquistare....

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erique

circa 4 settimane fa - Link

vino infinito. assaggiato per la prima volta quest’anno alla presentazione della guida slow wine. la sua persistenza ancora dura...

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Franco Savattero

circa 4 settimane fa - Link

Concordo pienamente con il Vino Santo di Barattieri ,ed aggiungo in zona il Vino Santo di Vigoleno di Lusignani ,rara perla., ma ritengo inarrivabile il Gevurtztraminer Terminum della Cantina Tramin di Termeno

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Gaetano

circa 4 settimane fa - Link

Manifestazioni pre covid legata al mondo dei vini naturali. Alcuni a dir poco strepitosi assaggi di vini, sia dolci che secchi, presso il tavolino di un produttore di Banlyus. Alla domanda del perché stesse producendo sempre meno vino dolce rispose con un'altra domanda. Ma tu quante bottiglie di vino dolce compri in un anno?

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Alberto R.

circa 4 settimane fa - Link

Spero vivamente che il MC sia stato bevuto per primo e non per ultimo, dopo 412 g/l ;-) di zuccheri residui...

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Andrea

circa 4 settimane fa - Link

Testimonianza. A Trieste il vino dolce praticamente non esiste. Nei locali l' unico ad avere qualcosa di degno e proporlo e' l' enoteca Nanut. Fra i produttori cito perché degni di nota il Moscato Rosa di Lenardon e Il GranMoscato di Sancin. Una volta Lupinc faceva un Terrano ed una Malvasia passiti da leccarsi le orecchie ma non li fa più perché non li voleva nessuno. In Friuli nei locali la realtà è solo poco meglio. Fra i produttori che un tempo facevano eccellenti Verduzzi passiti sono rimasti quattro gatti, il Ramandolo che pure ha la docg ha una variabilità di qualità folle; di Picolit c'è n'è pochissimo per via anche delle rese inevitabilmente bassissime, è venduto a prezzi da amatore e non sempre merita ciò che costa Coraggioso l' eccellente Traminer Aur di Ronco del Gelso ma è poco più di un esercizio ( splendido) di stile e mi sento di segnalare i Verduzzi passiti di Sara e Visintini per la qualità e il prezzo ragionevole.

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Gaetano

circa 4 settimane fa - Link

Dalle tue parti Rencel fa delle cose notevolissime!!

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marcow

circa 3 settimane fa - Link

Bisognerebbe distinguere i PASSITI dai Vini Dolci. A me piacciono molto i passiti e meno i vini dolci. Sono due prodotti diversi. Come già vi ho detto il mio preferito è Le Passule della Cantina Librandi di Cirò. Dal web: "Le passule, l’uva passa nel dialetto cirotano. Le caramelle nell’antichità. Passito da uve di Mantonico che è la rievocazione del vino da meditazione degli antichi Greci. Giallo ambrato. Il ventaglio odoroso si apre su erbe officinali e fiori di campo, per continuare con frutta esotica e candita, sbuffi di miele di acacia, zenzero, spezie dolci. L'equilibrio in bocca è micidiale, una spada dalla potenza inaudita, la beva iniziale è fresca e proporzionata tra sapore, freschezza, e la decisa componente glicerica. Finale lunghissimo che chiude con riverberi mentolati insieme a note di nespolo e zucchero filato" (Descrizione dal web) Signori, anche senza aver frequentato un corso di degustazione, si rimane coinvolti dal piacere di bere questo passito della famiglia Librandi, verso cui nutro da anni fiducia e stima. E nessuno... dei grandi del passato.. che hanno parlato e celebrato il vino... aveva mai frequentato un corso di degustazione.

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Luca

circa 3 settimane fa - Link

Bravissimo Denis, Parole sante! Condivido in pieno, sopratutto il finale.

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