Il Vino che non dovrebbe esistere

Il Vino che non dovrebbe esistere

di Andrea Troiani

Posso immaginare come si siano sentiti i ricercatori del FUNAI (Fundação Nacional do Índio, l’ente governativo brasiliano nato per preservare i diritti delle popolazioni indigene) nel 2018 quando, nel cuore profondo dell’Amazzonia, è stata scoperta una tribù fino ad allora sconosciuta. Deve essere stata una grande emozione, condita da profonda incredulità. Com’è possibile pensare che ci siano gruppi umani ignoti e senza alcun contatto con il mondo esterno in un pianeta fotografato da centinaia di satelliti, sorvolato da aerei ed elicotteri, ripreso dai droni più moderni?

Eppure è possibile. La tribù, tenace e ignara, era proprio lì a replicare azioni, gesti e ritualità probabilmente invariati da centinaia di anni. Questa immagine mi è venuta in mente la sera in cui ho aperto una bottiglia che riposava indisturbata da parecchio tempo nella mia cantina. Prima di continuare, però, è doveroso chiedere perdono per la digressione di sapore fra l’avventuroso e il pindarico, che però è nata spontanea e che altrettanto spontaneamente voglio condividere.

Ma andiamo avanti. Ci sono sere in cui si decide di lanciarsi nell’esplorazione della propria cantina, alla ricerca di bottiglie che vi riposano da un po’ di tempo. Spesso lasciate lì per occasioni particolari, o semplicemente sopravanzate nella scelta da altre, vuoi più attuali, vuoi più facili da raggiungere.
Una serie di circostanze, insomma, che rende necessaria l’esplorazione di cui sopra.

Girovagando nel confortevole ambiente a temperatura costante, in effetti niente a che vedere con la selva amazzonica, ho ritrovato una bottiglia bordolese che mi era stata regalata anni fa: Calbanesco di Le Calbane recita l’etichetta. La memoria mi ha riportato al piacere di ricevere il regalo in questione, accompagnato da un altro paio di bottiglie dello stesso produttore, che sono state consumate ben più rapidamente. Il Calbanesco riposava ancora avvolto nella sua velina, a sottolinearne dunque l’importanza e il ruolo di protagonista del trittico ricevuto.

Non avevo però nessuna memoria enologica di questo vino.
Che cosa stavo per stappare?
Che cosa dovevo aspettarmi?
Segue una rapida ricerca online: “Calbanesco Le Calbane”. I risultati sono scarsi e ammontano solo a tre o quattro articoli di qualche anno fa, seppure su testate importanti. Decido di non leggere oltre, mi fermo ai tre titoli riportati nella pagina di ricerca e vado per la mia strada, a bere in perfetta ignoranza.

E qui arriva lo stupore, pari a quello del FUNAI per la tribù isolata al centro dell’Amazzonia.
La meraviglia di trovare un vino davvero fuori da ogni previsione. Verso un prodotto di un denso e impenetrabile rosso scuro nel calice. Il naso è pieno di frutto rosso, cannella accennata, poi un bel mazzetto di liquirizia, spezia nera dopo qualche minuto. La bevuta prosegue nel solco dei riconoscimenti olfattivi, in ingresso marasca polposa e mora, poi una bella spezia che conduce a un finale lungo e fresco su tannini ancora vivacissimi, promettenti, diabolicamente beverini. Un vino che cresce nel calice mostrando muscoli e piaceri pur essendo “solo” un 2016 e che credo saprà andare ben oltre nei prossimi anni.

A questo punto la mia curiosità diventa incontenibile e stabilisco di dedicare del tempo alla ricerca. Molte informazioni le devo a Vitaliano Marchi e al suo pezzo su Enocode, che mi ha consentito di risalire a, e in seguito contattare Lisa Masini, giovane enologa che si prende cura delle vigne di Le Calbane.

Lisa mi racconta di questo ettaro di terra vitata a Ricò, due passi da Meldola (provincia di Forlì-Cesena), dell’entusiasmo e della passione con cui Cesare Raggi e sua moglie Maria Milandri si mettono in testa di acquistare questo piccolo appezzamento. Cesare ha compreso la grande potenzialità di questo territorio e stabilisce di piantare barbatelle, ovviamente di sangiovese, vista la zona e la sua storia. Ma il caso o la sorte decidono diversamente. Dopo qualche tempo Cesare si accorge che alcuni filari hanno foglie diverse, grappoli e maturazioni che non seguono il ritmo delle uve della zona. Non si capisce come sia possibile, ma alcune piante sono differenti ed è un vitigno che nessuno riesce a riconoscere, certamente non è sangiovese, e viene quindi battezzato con il nome dell’appezzamento: nasce il calbanesco. Calbanesco il vitigno, Calbanesco il vino.

Cesare si rivela subito appassionato, colto e lungimirante. Decide di vinificare questo alieno separatamente, il suo approccio alla vinificazione sin dagli anni ‘70 è modernissimo: lieviti indigeni, un po’ come la tribù di cui sopra, affinamento in cemento e due anni di bottiglia. Il prodotto che ne esce è fuori dall’ordinario, il frutto di un vero cru, come ama definirlo il suo creatore. A metà degli anni ‘70 il Calbanesco arriva nei grandi ristoranti della regione, registra lodi e apprezzamenti di esperti del calibro di Luigi Veronelli, fino a essere scelto per festeggiare l’arrivo di Papa Giovanni Paolo II a Forlì. Negli anni però, a causa della scarsa produzione e dell’affermarsi di un gusto un po’ modaiolo questo vino esce dalla luce dei riflettori, e rimane agli appassionati e ai bevitori del territorio, che continuano a godere del misterioso Calbanesco.

Bisogna aspettare il 2012 per rompere l’arcano e scoprire, grazie all’analisi del DNA, che cosa sia davvero quest’uva. E’ la vittoria della scienza sulla poesia, doverosa quanto dolorosa.Si tratta di un clone del montepulciano d’Abruzzo, peraltro ormai in disuso, giunto non si capisce come in terra di Romagna e adattatosi perfettamente, modellandosi insieme al suo terroir in un unicum enologico, che merita quindi il suo nome specifico, originale e autentico: calbanesco.

Lisa, dal 2014, continua il lavoro iniziato da Cesare: raccolta doverosamente manuale, che avviene circa dieci giorni dopo quella del sangiovese, fermentazioni spontanee in cemento aperto, macerazione di circa venti giorni con follature manuali giornaliere.
Permettetemi una parentesi sulla follatura: a questa operazione quotidiana si dedica esclusivamente la signora Maria, rimasta unica vera custode del cru e lo fa utilizzando lo storico bastone di Le Calbane, che ha accompagnato le macerazioni del calbanesco dalle sue origini. Un vero pezzo di storia nella storia.
Poi, nessuna filtrazione, basso uso di solforosa grazie a uve che escono sane e pulite a ogni annata. Un vino insomma che è frutto di rispetto per la materia prima e per la vigna che la genera.

Purtroppo le gelate di quest’anno hanno compromesso il raccolto e di Calbanesco nel 2021 ne sono uscite tre sole damigiane, che lo ospiteranno anche in fase di fermentazione.Una nuova avventura, tutta da assaggiare, per questo tenace (e chissà quanto ignaro) indigeno romagnolo.

 

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Andrea Troiani

Nasce a Roma dove lavora a mangia grazie al marketing digitale e all'e-commerce (sia perché gli garantiscono bonifici periodici, sia perché fa la spesa online). Curioso da sempre, eno-curioso da un po', aspirante sommelier da meno.

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