Il talento della winemaker Helen Keplinger

Il talento della winemaker Helen Keplinger

di Salvatore Agusta

Fascino e sorriso tipicamente californiano, Helen Keplinger è a detta di molti una delle winemakers più talentuose degli Stati Uniti.

A ben guardare, però, definirla come una semplice winemaker suona un po’ riduttivo.

Helen è a tutti gli effetti una terroir driven oenologist.

In passato mi è capitato già di chiarire il mio personale punto di vista in merito al concetto americano di winemaker.
A mio avviso, quest’ultimo identifica chi tende ad un percorso a ritroso (direi impropriamente induttivo), partendo da un prodotto finito per poi scovare nel mercato ciò che serve per realizzarlo.

All’opposto, the oenologist parte dalle sole uve a disposizione per giungere alla produzione di un vino capace di rispecchiare un territorio, una tradizione o comunque un modello o un particolare approccio di vinificazione.

In questo senso, Helen è molto più che un semplice ‘chimico da laboratorio’ e i suoi vini non possono né devono esser paragonati, nemmeno lontanamente, alle produzioni più industrializzate che certa parte dell’America ama fare, anche ad alti livelli.

Chi nasce in California ha uno stile di vita per certi versi simile a quello italiano (spiagge, attività all’aperto, natura, sole…) e tra le costanti di una esistenza puramente californiana, da ormai oltre cinquant’anni a questa parte, troviamo anche il vino (soprattutto grazie alle famiglie italiani che si sono spostate da quelle parti ad inizio secolo scorso).

E così, anche per Helen, il vino ha fatto parte della sua esistenza, come elemento essenziale dei pranzi familiari e dei ritrovi tra amici.

La passione si trasforma in sapere agli esordi del nuovo millennio, quando nel 2000 completa con successo il master in enologia presso l’Università della California, Davis.

Dopo la scuola di specializzazione, assume il ruolo di assistente enologo presso Paradigm dove comincia a lavorare a stretto contatto con Heidi Barrett, altro nome di gran pregio per i conoscitori della California.

Arriva anche il momento di farsi le ossa in giro per il mondo; la prima tappa è l’Australia; qui Helen impara a lavorare con le micro produzioni di pinot noir e sauvignon blanc e subito dopo, sul finire del 2003, matura l’idea di trasferirsi in Spagna, nella regione del Priorat.

Tutto questo percorso le servirà a comprendere e sperimentare da vicino i concetti di micro clima e terroir, che assimilerà anche grazie ai continui viaggi esplorativi in Francia, soprattutto nella valle del Rodano.

Nel 2005 decide di ritornare a casa, per lavorare con David Abreu e Heidi Barrett come enologo presso Kenzo Estate.

Attualmente è l’enologo presso Grace Family Vineyards, Carte Blanche, Waterfall e Kerr Cellars, tutte cantine boutique.

Con suo marito, D.J. Warner (non è un DJ, credo si chiami Douglas o Donald Junior, ma non ci giurerei) ha anche il proprio progetto, Keplinger Wines, con il quale enfatizza le principali varietà del Rhône Valley.

Meno di 500 casse di vino prodotto con le principali varietà del Rodano, coltivate nei vigneti scoscesi e rocciosi che si trovano sul versante sud delle colline della Sierra, regione più conosciuta per i suoi Zinfandel a prezzi accessibili.

Qui di seguito due vini che ho assaggiato:

Vermillon 2017
Piccolissimo progetto dove Helen segue passo dopo passo l’operato dei “growers” nei vigneti prescelti in Napa Valley, Sonoma County e Sierra Foothills; quest’ultimo luogo famoso per essere ritrovo di amanti del genere Woodstock.

Si tratta di un blend di grenache, mourvedre, syrah, cabernet sauvignon, petite sirah, e counoise. Sebbene sia non filtrato, il vino mantiene un corpo discretamente equilibrato con forti sentori di frutta rossa, frutti di bosco e sfumature di spezie classiche, che donano colore e soprattutto profondita.

Coriandolo, chiodi di garofano, pepe rosa con piccole sfumature di sandalo, che ricadono sulla cornice legnosa presente ma non stringente. Lieviti rigorosamente indigeni, il vino non viene filtrato pertanto ha un corpo abbondante e una cospicua dose di morbidi tannini. 93 pts.

Caldera 2018.
Si tratta di blend prodotto da uve mourvedre (79%), grenache (19%) e counoise (2%). I vigneti selezionati per la produzione di caldera sono localizzati ad una altezza media di quasi 900 m s.l.m..

Gli stessi insistono su un suolo composto da una selezione Aiken* nella zona di Goldbud e El Dorado County. Sono viti di almeno 20 anni in perfetto stile alberello, con radici profonde che permettono di ovviare all’irrigazione di sostegno e donano vini più particolari.

Il vino si presenta molto profondo con un equilibrio di base che domina la complessità dei sentori. Trovo tre anime ben avviluppate.

Rosa fresca, fiori rossi, ardesia bagnata e sottili sfumature di liquirizia che portano alle prugne e alle erbe balsamiche essiccate per concludere con confettura e note di arrosto. Il palato conferma quanto richiamato al naso, con folti tannini setosi e una discreta acidità che dona dinamismo. Ricorda un Etna Rosso ma dispone di maggiore robustezza.

Soltanto 1440 bottiglie prodotte, questo vino viene distribuito secondo le dinamiche DTC e DTF**. 96 pts.

*Si tratta di suoli molto profondi e ben drenati, formatisi col tempo attraverso un processo di esposizione di rocce vulcaniche alle intemperie. Suolo composto principalmente da un terriccio rossastro, carico di minerali, con la presenza di grosse pietre laviche.

** Direct to consumer mediante l’opzione del wine club per circa il 60%; direct to friends per la restante parte.

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Salvatore Agusta

Giramondo, Francia, Lituania e poi Argentina per finire oggi a New York. Laureato in legge, sono una sorta di “avvocato per hobby”, rappresento uno studio di diritto internazionale negli Stati Uniti. Poi, quello che prima era il vero hobby, è diventato un lavoro. Inizio come export manager più di 7 anni fa a Palermo con un’azienda vitivinicola, Marchesi de Gregorio; frequento corsi ONAV, Accademia del Vino di Milano e l’International Wine Center di New York dove passo il terzo livello del WSET. Ho coperto per un po’ più di un anno la figura di Italian Wine Specialist presso Acker Merrall & Condit. Attualmente ricopro la posizione di Wine Consultant presso Metrowine, una azienda francese in quel di New York. Avevano bisogno di un italiano ed io passavo giusto di là. Comunque sono astemio.

5 Commenti

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landmax

circa 6 mesi fa - Link

Ecco, le produzioni artigianali made in USA mi incuriosiscono moltissimo, ma in Italia credo non ci sia speranza di reperirle.

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SALVATORE AGUSTA

circa 6 mesi fa - Link

Salve e grazie per aver letto il mio contributo. Sto provando realmente a trovare una piattaforma interessata a questo progetto, in Italia sono ancora poche e certamente non hanno interesse ad espandersi, almeno in questo momento. Magari in futuro qualcuno si farà avanti.

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Littlewood

circa 6 mesi fa - Link

Scusa salvatore siccome stiamo parlando di poche bottiglie nn credo sia difficile trovare qualcuno interessato...di che prezzi stiamo parlando comunque per questi vini? Perche' questo puo' fare una certa differenza....

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SALVATORE AGUSTA

circa 6 mesi fa - Link

Ciao, grazie per la domanda. Dunque in primis apprezzo molto il tuo interesse verso i vini che recensisco; ricevo spesso queste richieste e sfortunatamente devo dirti che la questione non è solo di tipo economico ma soprattutto di stampo legale. La cantina è l'unica entità giuridica che potenzialmente potrebbe avere l'interesse ad inviare i vini ma non credo che abbia la volontà concreta. Tra l'altro dal punto di vista italiano non so come si comporta il nostro paese su questo tema, parlo a livello doganale. Per esempio, a parti inverse, i pochi che sporadicamente inviano vini dall'Italia in America lo fanno assolutamente in modo illegale. Io ne ho messi alla prova diversi e in fattura per aggirare l'ostacolo scrivono che si tratta olio di oliva. Pensa che una volta Fedex mi voleva rimandare tutto il cartone indietro perché non eravamo autorizzati. Non ti dico lo stress. Posso dirti già da subito che gli americani non si permettono sbavature in tema d'alcol e che pertanto, un produttore americano non farebbe mai una cosa del genere poiché rischierebbe tantissimo.

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BT

circa 5 mesi fa - Link

io mi feci spedire ormai nel 2012/2013 con wineflite alcune bottiglie di una cantina di tomales bay che avevo molto apprezzato affacciata sulla omonima insenatura. in Italia non avevo avuto questioni doganali che io ricordi, bottiglie qui introvabili ovviamente, prezzi accettabili, circa 30 dollari che diventavano quasi il doppio col volo.

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