Il prosecco e la “Musica di merda”

Il prosecco e la “Musica di merda”

di Nicola Cereda

La musica è spesso arte, il vino mai, seppure si registrino presunti ‘tentativi’ firmati da tale Erik Rosdahl, uno svedese eccentrico creatore di pozioni al limite della provocazione. Eppure, dice il nostro Emanuele Giannone, “il vino, come la musica, è un linguaggio che riunisce i caratteri contraddittori d’essere a un tempo intelligibile e intraducibile”. Nel 2007 usciva ‘Let’s talk about love: a journey to the end of taste’, il saggio critico dello scrittore Carl Wilson sulla popstar Céline Dion.

Quel libro, pubblicato in Italia con il titolo ‘Musica di merda’, è diventato negli anni un riferimento imprescindibile per la critica musicale. L’autore, pur dichiarando apertamente il suo profondo disprezzo per l’opera della cantante canadese, è comunque riuscito nell’arduo compito di analizzarne il fenomeno in modo ragionato e scevro da pregiudizi di sorta, arrivando a mettere in discussione il proprio credo aprioristico e più in generale i dogmi ingessati di una certa critica settoriale.

Ma arriviamo al vino.

La recensione di quello stesso libro redatta da Gabriele Benzing sul webzine Ondarock, mi ha fornito lo spunto per la più ardita delle associazioni: quella tra la diva del Titanic e il più popolare (e denigrato) tra i vini della nostra penisola. Mi è bastato sostituire ‘musica’ con ‘vino’, ‘Céline Dion’ con ‘Prosecco’ per ottenere un paragrafo piuttosto stimolante.

“Che cosa ci ha fatto di male il prosecco? Da dove viene tutto questo odio? E perché l’identità del proprio gusto finisce per esprimersi pressoché inevitabilmente nel disprezzo del gusto degli altri? Perché ciascuno di noi odia alcuni vini, o l’intera produzione di una denominazione, che milioni e milioni di altre persone adorano? Dobbiamo rassegnarci al fatidico de gustibus che tronca con una scrollata di spalle la maggior parte delle discussioni su internet?

Il gusto ha sempre a che vedere con gli interessi sociali, è un modo per distinguerci dagli altri: disprezzare il prosecco significa affermare di essere diversi da quelli che bevono prosecco. L’inferno è il vino degli altri. E spesso la pensiamo così un po’ tutti quanti. E’ la pancia a dirci che certi tipi di vino sono per certi tipi di persone. Il che fotografa alla perfezione certe pose eno-snob diventate ormai fin troppo familiari: il cliché ‘bevevo quel vino una volta’ – ovvero prima che piacesse a gente come te – è un esempio lampante di distinzione in atto.” 

Ecco l’assist che aspettavo per smarcarmi dagli haters della tipologia e fare scorta senza sensi di colpa, tralasciando per una volta l’Intravino-Bignami. L’azienda Caneva Da Nani si trova nel comune di Guia, nel cuore della DOCG Valdobbiadene, giusto un piede fuori dalla denominazione Cartizze. Avevo acquistato al mercato FIVI (e tracannato con grande soddisfazione) il loro vin col fondo 2018 dalla bollicina fine e cremosa, ma anche un sorprendente metodo classico 24 mesi dosaggio zero 2016 dal curioso profilo aromatico tutto zafferano.

Poche parole al telefono per determinare la quantità minima necessaria ad abbattere i costi di spedizione e l’ordine è partito. L’annata 2019 del vin col fondo frizzante rifermentato in bottiglia non tradisce le aspettative. Si stappa (corona+bidule) con un bel botto che lascia intendere una pressione superiore ai canonici 2,5 bar. Al naso è dolce e floreale, al palato c’è la polpa croccante di frutta bianca a tenere botta prima che gli agrumi e la crosta di pane prendano il sopravvento.

Evapora in un amen, col bicchiere della staffa velato dal sedimento in sospensione (a dire il vero minimo) che ci risparmia la sgradevole chiusa amara troppo spesso associata ai rifermentati in bottiglia senza sboccatura. Da cogliere al volo se si intende optare per la spensieratezza; da aspettare in bottiglia se si preferisce un’evoluzione sui lieviti più seriosa e profonda, già evidente nella versione 2018.

Il Caneva Da Nani sui lieviti è un vino semplice, tipico, di grande piacevolezza e per tutte le tasche che tuttavia soffre di un paradosso: non troverete alcuna menzione ‘prosecco’ né in etichetta né sul retro. Insomma, un prosecco che arriva dal cuore del prosecco, che prosecco non è. Declassato perché il disciplinare della DOCG non consente l’utilizzo del tappo a corona. Houston, abbiamo un problema!

Ah, non saprei dire se Céline Dion beva prosecco, del resto non conosco nemmeno le sue canzoni…

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Nicola Cereda

Brianzolo. Cantante e chitarrista dei Circo Fantasma col blues nell'anima, il jazz nel cervello, il rock'n'roll nel cuore, il folk nella memoria e il punk nelle mani. Co-fondatore di Ex-New Centro di arte contemporanea. Project Manager presso una multinazionale di telecomunicazioni. Runner per non morire. Bevo vino con la passione dell’autodidatta e senza un preciso scopo. Ne scrivo per non dimenticare e per liberarmi dai fantasmi delle bottiglie vuote.

7 Commenti

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Gurit

circa 6 mesi fa - Link

Lamentiamoci allora che il Prosecco carbonato coi rutti non rientra nella DOCG, poichè sempre di CO2 parliamo. Se non rientra è perchè il produttore ha voluto distinguersi. E poi non capisco perché ci sia la bidule se non ha una funzione.

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Nic Marsél

circa 6 mesi fa - Link

Mettiamo subito le cose in chiaro: Caneva Da Nani imbottiglia tutto come DOCG ad eccezione di Metodo Classico e vino col fondo. Per quest'ultima tipologia utilizza il tappo a corona, prassi comune a molti altri produttori virtuosi all'interno della stessa denominazione. Che io sappia, quella tappatura preclude la possibilità di mettere la fascetta. A mio parere, un'assurdità.

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Alberto

circa 6 mesi fa - Link

È un ottimo produttore e come lui ce ne sono molti sia in docg che in doc. Basta cercare .poi se non lo bevete voi farò del mio meglio( battuta x chi non intende)

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Davide Bruni

circa 6 mesi fa - Link

Il tappo a corona è il Top!!! Speriamo si inizi ad usarlo anche per il Metodo classico 💪

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V.A.Mangialardo

circa 6 mesi fa - Link

Anche il Bolle Bandite di Carolina Gatti esce come bianco frizzante surlie, e non come prosecco, ed è un gran bel vino. Non ci trovo niente di strano rispetto al fatto che alcuni produttori vogliano distinguersi dalla stragrande maggioranza dei "prosecchisti", soprattutto quando tentano di produrre bene e con qualche attenzione in più per l'ambiente.

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luis

circa 6 mesi fa - Link

Il problema è che oggi il prosecco è diventato un vino meramente industriale: bisenessssss, tanta quantità e pochissima qualità. Quello vero, umano, è rifermentato naturalmente in bottiglia, col fondo. La sua grande popolarità e fortuna : essere una bollicina che costa poco che ha fortuna in paesi dove bevono birra e tutto il resto tranne ( o pochissimo) vino.

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BT

circa 1 mese fa - Link

direi che il paragone è perfetto

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