Il mostro di lockdown e il moscato di Vittorio Bera

Il mostro di lockdown e il moscato di Vittorio Bera

di Redazione

Nella vita capita raramente ma quando capita nascono post come questo a doppia firma, quella di Angela Mion e Nicola Cereda.

La paura del mostro di Lockdown ci inchioda in casa a bere smodatamente senza il conforto degli amici. Con quelli sperimentiamo nuove forme di condivisione. Chiamo Angela. Scambio di convenevoli. La linea è parecchio disturbata. Mi anticipa di un niente nel rivolgermi la domanda che stavo giusto per farle: “Cos’hai bevuto di buono?” Non mi coglie affatto impreparato. Parto spedito come un treno, in un flusso di autocoscienza…

“…sai Angela, c’è quel film, L’eclisse di Michelangelo Antonioni, con una coppia ormai al capolinea. Francisco Rabal a un certo punto dice: ‘io volevo farti felice’. Monica Vitti risponde secca: ‘quando ci siamo incontrati avevo vent’anni: io ERO felice!’. Ecco, nella mia enomania, immaginavo lo stesso dialogo trasposto in cantina, tra un enologo e un grappolo d’uva. Una coppia ugualmente ai titoli di coda. Il vino si fa in vigna, in cantina lo si può solo rovinare, recita uno stucchevole adagio non privo di un fondo di verità. Ti confesso che il gesto di trasformare l’uva matura in quel liquido acidulo, amarognolo e dominato dall’alcool, m’è sempre sembrato un po’ sacrilego. Sarà per via di mia madre astemia ma ancora oggi trovo difficile associare la materia prima di partenza al prodotto finale. L’anello di congiunzione, il mio giudice di pace, è il Moscato d’Asti con quell’assonanza uva-vino ancora squisitamente palese. Il moscato pare la varietà più attrezzata per tollerare le cure dei cantinieri. Penso alle novanta milioni di bottiglie di Asti Docg e Moscato d’Asti docg, in un certo senso ‘vini tecnologici’ che passano per la gestione scrupolosa della temperatura, la criomacerazione, la chiarifica, la stabilizzazione, la microfiltrazione, la sterilizzazione, l’utilizzo di lieviti selezionati e solforosa in dosi non proprio insignificanti. Soprattutto passano attraverso il loro strumento d’elezione: l’autoclave di Federico Martinotti. Ma sai meglio di me che non è sempre stato così. Tra le prime sperimentazioni di Moscato Champagne ad opera di Carlo Gancia datate 1865 e la diffusione del metodo Martinotti-Charmat, avvenuta dopo il 1910, corrono quarantacinque vendemmie durante le quali e prima delle quali, evidentemente, i protocolli di vinificazione erano diversi rispetto ad oggi. E allora come diavolo doveva essere il moscato frizzante pre-Martinotti a rifermentazione in bottiglia? E’ probabile che la stessa domanda se la siano posta nel 2012 Gianluigi e Alessandra Bera, titolari dell’Azienda Bera Vittorio e Figli, nell’atto di progettare e realizzare il loro SUR LIE d’antan. L’incontro con quel vino era stato per me fulminante. Uno di quegli assaggi che lasciano il segno e continuano a lavorarti nel subconscio. L’ho tracannato ieri, a otto anni dalla vendemmia, ed è stata una nuova rivelazione. Spuma abbondante, colore dorato tendente all’ambra, leggermente opalescente. Naso di confetto, caramella d’orzo, gelsomino e glicine. Bocca di grande impatto, concentrazione e complessità. Datteri e albicocche secche, una punta di resina di pino, miele d’acacia, rimandi salati di caramella mou, sensazioni amaricanti