Il mio rifugio

Il mio rifugio

di Massimiliano Ferrari

Scrivo da un avamposto di resistenza, da un anfratto umido e celato in cui cerco di trovare conforto. Quel santuario improvvisato è la mia cantina. In questi giorni di pensieri funesti, di resistenza alle mille ovvietà che si leggono e a cui si rischia di rimanere incollati come insetti alla carta moschicida, a comunicati ufficiosi utili solo a perdersi ancor di più in un mare di paura e allarmismi, rifletto sulla mia cantina.

Rifletto sull’importanza di trovare rifugio in cose futili, passeggere, in divertissement che possano distoglierci durante questi mala tempora nelle improvvisate trincee domestiche in cui ci siamo rannicchiati. Rifletto sulla frase epicurea, vivi nascosto. Perché se è vero quanto scriveva Blaise Pascal che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola – dal non saper rimanere in tranquillità nella propria camera – abbiamo la possibilità di smentire il filosofo francese o almeno di fare un tentativo, ognuno a suo modo. Io cerco di farlo raccontandovi della mia cantina.

È una stanzetta umida e buia che dista pochi passi dalla porta d’ingresso. Si raggiunge scendendo quattro gradini larghi e aprendo una guasta porta in legno tenuta chiusa da due chiavistelli. Non ho mai messo un lucchetto, anche perché a dir la verità non ho mai avuto particolari timori che qualche vicino ci si possa intrufolare.

Qualche dubbio adesso mi viene.

Oltre alle bottiglie ho stipato di tutto qui dentro. Sci, decorazioni natalizie, vecchi libri, enormi guide AIS che prendono polvere, prolunghe e due lampade. La superficie disponibile è minima. Parlo di uno scantinato, illuminato con una debole lampadina, dai muri bianchi di calce con dimensioni più simili al bagno di un treno che a quelle di un interrato vinoso.

Ma per il vino ho comunque fatto spazio in una nicchia scavata nel muro, dove in piedi, in cassette e sparse qua e là, trovano dimora una settantina di bottiglie di ogni tipo. Ho studiato accorgimenti per mettere una bottiglia in più, complicate sovrapposizioni di oggetti per incastrare qualche altro liquido, la limitatezza fa miracoli. Oggi cerco nella confusione che regna qui dentro un antidoto al caos che si manifesta fuori, all’esterno.

Nella cantina i rumori arrivano attutiti, smorzati dall’esterno, si filtrano le notizie, si telefona agli amici per scambiarsi opinioni, sempre le stesse, ci si mostra pieni di baldanza e coraggio ma alla fine si rimane attaccati al telefono per sentirsi forse meno soli.
Si parla anche di vino, qualcuno mi manda foto di bottiglie prese al volo in qualche supermercato, faccio orecchie da mercante sulla qualità delle stesse, si immaginano degustazioni da mettere in piedi appena tutto questo passerà, si favoleggia su future cene con vini a cinque stelle per celebrare lo scampato pericolo.

Ci sarà un dopo, dicevo. Ma le fattezze di come sarà rimangono oscure, intellegibili come in un identikit disegnato male.

È ora di cena ed è arrivato il momento di scendere in cantina. Mi faccio strada fra scatole e bottiglie d’acqua, fra robaccia che mi riprometto da mesi di sistemare e capisco che una descrizione del mia limitatissima collezione possa solo far sorridere navigati cacciatori di tesori enologici. Tuttavia sono orgoglioso di questi vini, frutto di scelte diverse, alcune immotivate e impulsive acquisizioni di cui fatico a trovare un senso ma che ormai considero parte di una comunità, altre, poche per la verità, sono etichette lì a scandire il tempo, ammantate da uno strato di polvere che non ne intacca il valore, in attesa della stappatura definitiva, dell’occasione cruciale in cui verrano aperte. Ma in ogni caso non ho mai avuto idoli totemici da venerare tra i vini posseduti, anzi l’entrata e l’uscita di bottiglie sono state una costante, un andamento oscillatorio più simile ad un titolo in Borsa che alla meticolosa ricerca di un collezionista.

C’è quel Barolo comprato in cantina dal produttore dopo un pomeriggio passato al tavolo del suo soggiorno ad ascoltare storie e ricordi scomparsi, c’è un rosso friulano di tempra e muscoli, delicati bianchi francesi che fanno l’occhiolino e altre bottiglie dalle etichette macchiate di umidità ficcate nei recessi di questa cantina. E c’è quel pinot nero, regale, indifferente, che ogni volta fantastico sul momento in cui verrà bevuto.

Ci sono poi i regali, quelle bottiglie ricevute in dono da amici o parenti che, consapevoli della tua inclinazione e passione, ti sommergono ad ogni festa comandata di liquidi anonimi, di prosecchi dalla dubbia provenienza, di rossi capaci di abbattere un toro. L’angolo più buio è riservato a loro, quasi a volersi giustificare con quelle di più degna fama, vergognandosi un po’ di tenerle nello stesso posto.

Mi convinco che per un certo periodo di tempo, quanto lungo non è dato sapere, sarà impossibile vagare per gli scaffali dell’enoteca prediletta, entrare con un’idea in testa e uscirne con qualcosa di opposto, assaggiare vini in ristoranti e osterie, sbirciare sulle ultime bottiglie arrivate dall’enotecario di fiducia.

Nell’attesa di riappropiarci delle nostre vite e uscire da questa realtà che assomiglia sempre di più ad una vecchia puntata di Ai confini della realtà, non mi resta che affidarmi alla mia vecchia e sporca cantina, avvicinandola con occhi nuovi, togliendo la polvere da quella bottiglia rimasta troppo a lungo in attesa e magari togliere il tappo a quel pinot nero che occhieggia dal suo angolo privilegiato.

E nella peggiore delle situazioni rimettere il naso fra le ragnatele dove guarderò quel prosecco zuccheroso in modo differente.

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Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

5 Commenti

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Simone Di Vito

circa 3 mesi fa - Link

Bellissimo ed estremamente condivisibile. Hai descritto come ci sentiamo in molti, tentando di chiuderci sulle cose che ci appassionano e portati a riflettere su quel che vorremmo fare o faremo in futuro, speriamo il prima possibile

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Massimiliano

circa 3 mesi fa - Link

Ti ringrazio Simone!

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Claudio

circa 3 mesi fa - Link

Mi dispiace Massimiliano ma se abiti in condominio e per andare in cantina attraversi spazi comuni ( scale ,androni ecc.) devi portare l'autocertificazione che attesta il tuo spostamento per situazioni di necessità, da esibire ad eventuali controlli. La circolare è chiara devi stare : in casa, in casa, in casa e non in cantina. Io vado nel mio cortile e faccio il giro della casa come il criceto sulla ruota, ma abito da solo. MA STO IMPAZZENDO, meno male che non ho la cantina piena!!! Claudio

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Massimiliano

circa 3 mesi fa - Link

Ti sono vicino, soprattutto per la cantina spoglia..

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vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

...la mia cantina sta finendo , dopo scriteriato utilizzo senza freni , accentuato da quarantene e altri strumenti di coercizione coatta : sto attuando strategie di invasione di quelle altrui, con ogni mezzo , anche quello chimico - batteriologico ...

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