Il futuro del vino (naturale) sono i piccoli produttori illuminati

di Alessandro Morichetti

Nel mondo della birra, una distinzione regna sovrana: artigianale o industriale. Poi vengono gusto e stili, ma a monte c’è il bivio tra birre vive e morte. Onore al merito di chi è capace di industrializzare la qualità. Assaggiare una Sierra Nevada Pale Ale per credere che, se produci milioni di bottiglie, non per forza debbono sapere di Heineken. Nel mondo del vino, questa distinzione è spesso trascurata e a torto. Lungi da noi l’elogio a prescindere del piccolo produttore “sfigato”, ma una chiave di lettura qualitativa che è anche quantitativa si rende necessaria. Fare grandi numeri e prodotti rispettosi del tessuto umano e culturale locale è prerogativa di pochi. Potrei dire Librandi, Terlano e Ferrari ma la lista sarebbe corta e discutibile. Di certo non comprende chi da un giorno all’altro si fa paladino dei vitigni autoctoni in centimigliaia di bottiglie per ragioni meramente commerciali. Inseguire le ragioni del mercato porta a questo.

Il mondo agricolo e vitivinicolo vive una contraddizione profonda: parlare di naturale fa sempre più figo ma la forbice tra biologico e biologico industriale sta crescendo a dismisura. La certificazione è costosa, barare è facile, coniugare grandi quantità, reperibilità e qualità uniforme è arduo. Nel secondo volume della serie “Vini naturali d’Italia“, edita da Edizioni Estemporanee, Giovanni Bietti parla anche di questo: “l’artigianalità dell’azienda, le dimensioni più o meno raccolte e l’attitudine a lavorare in prima persona, seguendo l’intero processo produttivo, sono forse il solo modo di ottenere un prodotto davvero naturale e rispettoso dell’ambiente e del territorio“. Il parallelismo sconfina nella storia se parliamo di Bordeaux e Borgogna: girare per Château in giacca e cravatta non è lo stesso che infilare gli scarponi per baciare la terra dove nasce Romanée-Conti. Stesso sport, scuole diverse. “La preoccupazione dei primi è il vino in bottiglia, quella dei secondi è il business, l’immagine“, prosegue Bietti. Lo cito tagliando con l’accetta, gli argomenti del secondo volume – sarà presentato a Fornovo domenica 31 ottobre – si annunciano articolati e raffinati.

Su una cosa metto la firma. Non passerà molto prima che arrivi qualcuno a dire: “Ma che ce ne frega se la legislazione penalizza i piccoli produttori favorendo i grandi marchi. Il vino deve essere buono-e-basta, il resto sono solo chiacchiere”. Robert Parker – il primo e migliore nel suo genere di critica – è vivo e lotta insieme a noi.