Il degustatore di campagna e il degustatore di città

Il degustatore di campagna e il degustatore di città

di Alessandro Morichetti

Si parlerà di due idealtipi che nella realtà non esistono, non con questa purezza adamantina. Però forniscono una traccia di analisi. Proviamo.

Il degustatore di campagna sono io perché in campagna e soprattutto nella campagna del vino ci vivo proprio, in mezzo e non di fianco. Non una bella immagine ma tant’è. Il degustatore di campagna degusta se proprio deve ma sostanzialmente beve. Ha una idea più prosaica e meno idealizzata del vino. Non per questo meno interessante, anzi l’opposto. Realista e realistica, poco propensa agli svolazzi e alle schede tecniche immutabili da recitare. Le trova un male forse necessario.

Il degustatore di campagna ha le scatole piene di tanti luoghi comuni, le fazioni immutabili e la distinzione tra buoni e cattivi perché poi è un brutto risveglio quando si scopre che di coscienza agricola ne ha spesso più chi meno te l’aspetti, magari un’azienda medio-grande e non il produttore da 20 bottiglie. Perché per capire fenomeni complessi e poter agire al meglio ci vogliono studio, coscienza e mezzi (sia soldi che persone). Il degustatore di campagna intelligente approfondisce dietro all’apparenza e agli slogan. Lo fa anche il degustatore di città ma ha meno mezzi.

Luoghi comuni e false certezze autoassolutorie stanno anche in campagna ma è in città che abbondano: specie tra coloro i quali hanno una idea molto stilizzata della campagna, riducibile a reazione di causa-effetto serrate e riproducibili e un po’ lontana dal sangue, merda, traffico di scartoffie e uve in nero da cantina a cantina, che pure accadono. La perentorietà di taluni riferita a riconducibilità e profumi è talvolta comica se non fosse snervante: i Cannubi pofumano di peonia, il Rabajà di fico secco e Valmaggiore di iris: sì, vabbè ciao.

Di esempi potrebbero essercene a migliaia. Idem per la perentorietà su quanto concerne fermentazioni spontanee e dintorni, ben distante da chi quei mestieri li fa con testa e sa benissimo quanto delicate siano certe fasi. Chi poi costruisce castelli su salubrità e digeribilità boh, io non so davvero dove viva e se davvero creda a cosa dice.

Quindi, conclude l’amico: “Praticamente vale tutto. E quindi o conosco per ragioni di vicinato/parentela o non potrò mai sapere sul serio un accidente su chi fa cosa e come. Sai che c’è? Fanculo! Dei proclami dei vigneron me ne fotto e penso a capire il bicchiere e quel che mi trasmette.” 

Ben detto, è un ottimo inizio.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

7 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 3 anni fa - Link

Se questo post fosse comparso anni fa, dopo un paio d'ore ci sarebbero stati già numerosi commenti, molti dei quali divertenti, inutili e sfioranti il trollismo. Ora invece c'è il deserto. A parte il mio commento che è il seguente "Come TopA di città che vive da anni e annorum in campagna riconosco la buona volontà ironica dell'autore del post, però mi dissocio. Se un degustatore campagnolo è ANCHE un vignaiolo/produttore può essere altrettanto pignolo e ficosino nei suoi commenti, nel senso che si avvicina alla degustazione con un bagaglio di conoscenza pratica ingombrante e questo fa sì che diventi un ricercatore pelouovista di difetti o incongruenze. Cosicché mentre assaggi con lui ti devi sorbire il perché di questo e quello, dalla invaiatura in vigna alla malolattica in cantina. Invece a volte un topo cittadino ti sorprende per l'equilibrio dei suo commenti di assaggio ed il totale disinteresse per il colore dei calzini del cantiniere facitore del vino in questione.

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Denis Mazzucato

circa 3 anni fa - Link

Concordo con la TopA! Già il fatto che post così vengano ignorati è indice del fatto che sembra ci si diverta sempre meno col vino, che stiamo diventando troppo pelouvisti (giuro che avevo letto così, e non è male! :)) Personalmente le serate nelle quali le bottiglie sul tavolo sono più di 3 iniziano quasi sempre con la cravatta e finiscono sempre con la camicia a quadri, perché va bene cercare di capire cosa c'è nel bicchiere, ma poi il vino bisogna anche goderselo! Raniero Cotti Borroni è sempre dietro l'angolo, in agguato!

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Marco Prato – il Fummelier®

circa 3 anni fa - Link

L’articolo è poco commentato - mia opinione - per due motivi. - 1: la maggioranza delle persone non l’ha compreso (analfabetismo funzionale...molto più presente di quanto ci piaccia pensare) - 2: essendo vera “la frase finale dell’amico” il 99,9% delle persone - esperti, vignaioli e sommelier in testa - dovrebbe ammettere che CHI sia il vignaiolo/enologo, COME lavori, QUALI idee abbia (dalla politica, alla religione passando per le sue scelte alimentari e per la “filosofia del lavoro”), SE E COSA dica, scriva, ammetta, dichiari, proponga etc etc...NON CONTA ASSOLUTAMENTE UMA BEATA (aggiungere sostantivo a piacere)!!! Conta solo se il vino ti piace/non ti piace e se ritieni congruo il prezzo. ...ma vallo a dire “alle guide” e a tutti coloro che vivono e guadagnano con quanto ruoti intorno al vino; vino escluso, ovviamente. [/me stappa una bottiglia]

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Patrick Jane

circa 3 anni fa - Link

Post poco commentato perché gli enofighetti di città, biopasdaran sempre più, si sono irritati di fronte a questo richiamo alle sorgenti del ragionamento (ben prima della degustazione). Venghino siori. Morichetti, finalmente un colpo alla botte.

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Franca

circa 3 anni fa - Link

esatto: ottimo inizio ed ottimo articolo

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Gigi

circa 3 anni fa - Link

Meglio pochi commenti che molto baccano. Mi sembrano in linea con il degustatore di campagna

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erique

circa 2 anni fa - Link

occhio che i migliori blog iniziano il declino proprio quando nei commenti si commenta solo chi non commenta. cmq su intravino ci sono ottimi post senza commenti, embè?!

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