Credetemi, il default enologico della Grecia è già avvenuto

di Cristiana Lauro

L’isola di Patmos, patrimonio dell’Unesco, indiscutibilmente unico, vive prevalentemente di turismo. Nella zona interna, superando mandrie di caproni utili per la produzione di rinomati formaggi simili al nostro Galbanino, ma con un marcatore olfattivo prepotente quasi ai limiti della maleducazione, vi sono coltivazioni di ortaggi per consumo locale. Ma anche tanti cocomeri e qualche vigna malconcia con cui viene prodotta, per fermentazione, una bevanda alcolica che non conoscevo ma, per semplificare, chiamerò vino. Il lettore integralista mi passi l’accostamento acrobatico. Ho intervistato diversi produttori di vino patmioti, non senza vergogna per le mie lacune, cercando di capire l’origine di quei vitigni, per dare un’ordine alla mia idea di indigeno, di autoctono. Uve miste, ecco la risposta poco chiara che ho ottenuto.
Ho acquistato alcune bottiglie fra bianchi, rossi e rosati, di svariate zone di produzione greca e isolana e con un paio di amici ho improvvisato una degustazione alla cieca.
Nulla di interessante da rilevare, ripeto, non conosco queste bevande quindi la mancanza totale di flessibilita’ e’ certamente figlia della mia ignoranza. Evitero’ di fare nomi nel rispetto del lavoro altrui e per onorare il sacrosanto motto: taci se non puoi lodare!
Sulla degustazione, in via del tutto generica, mi limito a riferire un attimo di panico al secondo assaggio, quando ho scambiato un “filino”di carbonica per una scossa di terremoto. Inoltre, riflettendo su sentori gustativi decisamente caotici, ho capito cosa intendessero i produttori con l’ affermazione: uve miste. Volevano dire incasinate, un bordellone tremendo in bocca, un Motorshow! Un paio di rossi dell’isola di Kos, mi hanno riportata a casa, grazie a quei sentori terribili che manderebbero in brodo di giuggiole buona parte della nostra curva sud del vino. Quelli che amano i difetti, le puzze. Quelli alla Morichetti per intenderci.
Solo un bianco ci ha soddisfatti, Domaine Hatzimichalis, Alfega Lefkos 2010, un blend di Sauvignon blanc, Robola e Malagousia, vitigni leggermente aromatici e piuttosto sottili. Domaine Hatzimichalis, nome di agevole pronunzia soprattutto in ristorante stellato, accompagnati da gentil donzella, produce vino nella valle di Atalanti, Grecia centrale, che e’ una zona vocata per la coltivazione di uve aromatiche, grazie alle escursioni termiche dovute alle fresche brezze del monte Parnaso. Ecco perche’ Dimitri Hatzimichalis, proprietario dei 220 ettari vitati, ha pensato bene di allevare prevalentemente: aglianico, merlot, refosco, cabernet sauvignon e una decina di altri vitigni a me ignoti ma non per questo da sottovalutare. Lefkos e’ un vino molto fresco e floreale con note di agrumi, pompelmo e buccia di cedro. In bocca frutti bianchi, pera e susina. Acidita’ spiccata che regge una struttura buona ma non opulenta e soprattutto privo di sentori surmaturi, assai frequenti nelle vinificazioni locali. Da dimenticare, dello stesso produttore, un omaggio all’Italia, “Prima terra”, dove refosco e merlot fanno a cazzotti e, fatalmente, nessuno li da’