I vini di Dominique Laurent: tra Vieilles Vignes datati e certezze ribaltate

I vini di Dominique Laurent: tra Vieilles Vignes datati e certezze ribaltate

di Daniel Barbagallo

Dominique Laurent non ha mai occupato un posto importante nella mia vita di bevitore, dai primi anni novanta e per una decina di anni la sua fama è stata ai massimi livelli, nonostante si tratti di un négociant.
La particolare caratteristica dei suoi Bourgogne è la massiccia dose di legno nuovo a cui vengono sottoposti; di anno in anno e di appellazione in appellazione la percentuale spesso raggiunge il cento per cento, e nei vini di più alto livello c’è pure un doppio passaggio nel giro di pochi mesi.

Questo fa sì che dalle sue cantine escano, in gioventù, vini che possono sembrare molto costruiti, con un fortissimo marchio di fabbrica che a mio avviso spesso penalizza i Cru affievolendo le loro differenze.
Di certo i vini, all’uscita, sono impattanti e golosi (d’altronde lui era un pasticcere), ma a lungo andare la corazza di legno che li riveste può soffocarli, se non hanno la struttura per sopportarla.

Vista la quantità di referenze che produce, è indubbio che ci siano referenze “ sicure“, ovvero bottiglie che, per un insieme di fattori, difficilmente tradiscono le aspettative, come del resto accade per ogni négociant o domaine.
Tra tutte mi sento di nominare il Bonnes Mares (tuttora ricercatissimo), il Grands Echézeaux, il Clos de Bèze, e un po’ tutti i vini di Nuits Saint Georges, paese di Dominique, che lui conosce e sente come pochi.

Per il resto, come si sa, si deve stappare per valutare, ma come detto poc’anzi, se si cerca la ricchezza e la gourmandise, il mio consiglio è quello di bere vini di appellazioni poco importanti in gioventù.
Questa lunga premessa è per dire che negli ultimi anni, complice un amico che visita la cantina da tempo, mi sono capitate tra le mani, o meglio, sulla tavola alcune bottiglie datate che mi hanno dapprima sorpreso e poi colpito, facendo aumentare in me la curiosità.

Le bottiglie provate erano tra quelle che gli riescono meglio, ma accidenti, che roba dopo vent’anni!
Proprio per questo, con il mio gruppo di fedeli compagni di bevute abbiamo deciso di fare un viaggio nel magico mondo di Dominique Laurent, e le sorprese non sono mancate.
Prima di lasciarvi alle note sui vini (tutti Vieilles Vignes) vorrei dire che con il tempo questi liquidi prendono una strada tutta loro, ma a differenza di quanto ci si puó aspettare, c’è tanto nervo: le bottiglie bevute oggi, nonostante fossero a un passo dai due decenni, erano tutte ricche di tensione e con una lunga vita davanti.

Clos Vougeot 2005
Di colore ancora rubino scuro, vino inizialmente cupo, opulento, c’è tantissima materia e necessita di molto tempo per distendersi, l’alcol presente al naso via via si fa da parte, si snoda tra balsamico, sbuffi di camino e una nota di liquirizia insieme ai mirtilli. Il naso sembra dire “vorrei ma non posso”, si sente che c’è ma fatica, chiama aria disperatamente. Azzardo la boccata, imponente, con tannino che non nasconde la sua gioventù ma di pregevole fattura.
Impattante e ancora contratto.
Ho capito, mi dedico ad altro, ci tornerò sopra nel corso della giornata.
A quasi quattro ore dall’apertura il registro è cambiato, pur rimanendo un vino che deve fare cantina si concede su tratti di frutto più delineati, more e gelso, tabacco dolce e pineta. Il sorso è
muscoloso e definito, prestante ma non aggressivo, con finale pulitissimo e lungo. Un vino non compiuto ma con la stoffa del campione, che aspetterei ancora quattro o cinque anni. Per bevitori pazienti e riflessivi.

Nuits Saint Georges 1er Cru Le Saint Georges 2002
Qui la musica cambia, una nota vegetale e piccante, la terra bagnata e un’amarena matura mi dicono che ci sarà da divertirsi da subito, e così è!
Il colore scarico, trasparente, mi mette il buon umore, trovo subito forti note animali di piume bagnate e carne al sangue, mi sembra di essere salito sulla macchina di Ritorno Al Futuro ed essere tornato ai Borgogna meno perfetti e più sporchi, a tratti sudati, degli anni novanta.

Con la 2002 si è chiusa un’epoca e una certa idea di fare il vino, poi ci sono state le 2003 e 2004 di rottura e transizione per opposti motivi – la prima per il caldo infernale e la seconda caratterizzata da ogni possibile evento atmosferico che l’ha resa un vero e proprio trauma, di cui molti vigneron portano ancora le cicatrici.
Dal 2005 direi che è ufficialmente partito il nuovo corso.
Ma dopo questa divagazione torniamo al nostro vino.
Il calice è dinamico, con tutto il corollario dei frutti rossi di bosco in grande spolvero, poi ciliegia moretta, rabarbaro, grafite e un tratto minerale di roccia ben delineato che aggiunge ancora slancio.
Bocca perfettamente allineata al naso, con beva di grande slancio e chiusura sapida con tannini di seta. Davvero bello.
Da godere appieno ora, nel giro di qualche anno prenderà la strada della piena maturità per diventare più riflessivo.
Difficile resistergli.

Grands Echezeaux 2002
Parte olfattiva da cavallo di razza, fragole e lamponi succosi, cenere e noce moscata, il vino prende sempre più spazio nel bicchiere quasi gonfiandosi per esaltare tutte le sue faccettature, in sequenza arrivano polvere da sparo tipica dei petardi, fiori secchi, sandalo e una fortissima nota di agrume amaro; sembra tutto, e invece arrivano ancora menta e tamarindo. Complessità fuori scala per un vino perfettamente definito e totalizzante tanto da riuscire a isolarti da tutto il resto.
L’energia che sprigiona al palato è accompagnata dalla raffinatezza, è veloce nella beva, il corpo non è imponente ma l’impatto è potente, quasi nervoso; tannini cesellati e sottili, con ritorno dolcissimo, regalano una boccata da incorniciare e mettere sulla mensola delle cose belle.
Lunghezza importante e piacevolmente sfumata dove ancora protagonista indiscusso è il frutto.
Giù il cappello davanti a un vino immenso.

In conclusione, mi sento di consigliare questa esperienza a chi ha gusti ben definiti, magari spostati sulle leggerezze, perché in un mondo in cui tutti hanno bisogno di certezze, ogni tanto vederle ribaltate fa bene allo spirito.
Diavolo di un Dominique, che bello scherzo che mi hai fatto!

avatar

Daniel Barbagallo

Classe 1972, di Modena imprenditore nel tessile. Padre siciliano, madre modenese, sono nato in Svizzera. Adoro la Borgogna, venero Bordeaux e il mio cane si chiama Barolo. Non potrei mai vivere senza Lambrusco. Prima di dire cosa penso di un vino, mi chiedo cosa pensi lui di me Ho sempre sete di bellezza

Nessun Commento

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.