I vini della Befana, isole comprese

I vini della Befana, isole comprese

di Emanuele Giannone

Sei gennaio, nel 2020 c’è stato il bonus e la Vecchia passa alla scopa elettrica, compra un biglietto di prima classe sul Trinacria-Ichnusa-Express, chiude la scopa e sale a Faro Superiore, scende a Nurri. A Nurri riapre la scopa, fa un giro, poi vola da queste parti e infila nella calza due souvenir isolani. Ha scelto bene, noi potremmo tutt’al più averla ispirata con l’air du temps, aria di cucina che fumiga di abbacchi e maiali…

Giovanni Scarfone affida una bottiglia alla Vecchia salutandola alla stazione di partenza, Faro Superiore, sulle colline di Messina. Se vogliamo essere educati, per non offendere gli ultimi controriformati non si può dire vino naturale; tuttavia, in barba alla controriforma, si può fare vino naturale e certamente Giovanni Scarfone lo fa. Supernamente buono è il suo rosato, supernamente buono il rosso anche per chi come me è vecchiotto e può quindi dimenticarlo in cantina e berlo vecchiotto (i rosati finiscono quasi subito): il Faro 2006 Bonavita (nerello mascalese, nerello cappuccio, nocera) ha quattordici chiarissimi anni e sfida davidicamente i Golia di tanti simposi, ne surclassa svariati per grazia e proporzione, mette in equilibrio struttura e disinvoltura, giovanile esuberanza nel movimento ed eleganza matura nella presentazione (cuoio, creosoto, balkan sobranie, pepe nero), facilità di beva e articolazione. Pieno e teso, canta pulito dal tenore al basso senza trucchi e timbriche graffianti, nelle note più soavi – menta, fiori passi, talco, arancia rossa, kirsch – domina anche il falsetto e alla fine non chiede riverenze o applausi, sebbene ne meriti (e non concede bis, ultima bottiglia).

Gianfranco Manca dà una bottiglia alla Vecchia salutandola alla stazione d’arrivo, Nurri, comune che ha cambiato tre volte provincia in vent’anni. Una bottiglia a caso, tanto quasi tutti i vini e i nomi cambiano ogni anno, le varietà sono due dozzine e più, il clima è un busillis imperscrutabile e bizzoso, insomma cambia tutto e… non cambia niente perché Gianfranco, che delle sue piante e uve parla la stessa lingua, presta semplicemente mani e testa a quello che loro gli chiedono. Ipse dixit. Va da sé che le tratti con passione e giudizio, tutta natura e cultura e niente gadget sintetici. Per quanto mi riguarda la sua fu già una partenza (2005) col botto, ma negli anni è andato piacendomi sempre più. Alla Vecchia ha affidato il Pikadè 2013 (monica, carignano, cannonau) che, neanche a farlo apposta, descrive la ragione del mio crescente favore come meglio non saprei fare: presenza e sapore (frutta rossa fresca, succulenta) eminenti, ma soprattutto freschezza e sapidità prominenti, stoffa di grande qualità e finezza, tocco che fonde vigore e delicatezza. Da uno che parla con le sue uve, un esempio di grande arte dell’ascolto e grande oratoria. Con tutte le virgole a posto.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

1 Commento

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Raffaele

circa 7 mesi fa - Link

Se la Vecchia avesse poi virato anche in quel di Villasimius (un vino a caso ed anche uno -sempre a caso- dei suoi due Vermouth) da Meigamma... Gliela butto là signor Giannone. Casomai non conoscesse ancora questa azienda agricola familiare.

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