I mondi del vino è il libro ideale per rimettersi in discussione

I mondi del vino è il libro ideale per rimettersi in discussione

di Davide Bassani

Questo COVID-19 mi ha rovinato i piani. Il programma era di dare il colpo di grazia all’auto ed accompagnarla serenamente al tagliando dei 200.000 a suon di chilometri tra mulattiere, cantine e ristoranti. Ed invece no: tutti chiusi in casa a fin di bene nostro ed altrui. Un’alternativa al magnifico panorama del muro bianco che testé – ed ancora per molto, temo – mi si staglia davanti è la lettura, quando non la rilettura come in questo caso.

Cominciando dalla fine è un libro che consiglierei a tutti “gli addetti del mestiere” e, dicendovelo uno che è del settore solo quando beve, dovete fidarvi. Gianmarco Navarini – docente di Sociologia della cultura ed Etnografia presso l’Università di Milano Bicocca e vignaiolo, ha pubblicato nel 2015 con Il Mulino I mondi del Vino, saggio che spazia dalla liturgia delle anteprime e delle degustazioni alla divisione in quattro del capello su linguaggi e parole migliori (ma anche peggiori) trovate o sentite su guide, articoli, recensioni, conferenze, dall’appartenenza al territorio di vini, grappoli, uomini e viti alla nuova (o già vecchia?) visione del mondo nei nuovi mondi del vino, all’uso ragionato e parametrato alla cultura di provenienza dell’olfatto.

Navarini categorizza – in una delle parti secondo me migliori – i bevitori essenzialmente in quattro figure che mi hanno ricordato la rappresentazione dantesca di purgatorio ed inferno in una sorta di crasi: nel girone più esterno, quindi virtuoso, l’assaggiatore esperto in costante ricerca di apprendimento e cultura, appena sotto il novizio (in modalità “fordista” ovverosia il degustatore affamato di conoscenza e quindi di assaggi – quantitativamente parlando), per poi scivolare verso i dannati ciarlatani ebbri di punteggi e giudizi (nella migliore delle ipotesi altrui) per concludere nei bassifondi infernali dei bevitori glamour i quali, ubriacati dai giudizi dei ciarlatani, scimmiottano questi ultimi in modo goffo quando non urtante attraverso rivedibili atteggiamenti di facciata.

L’autore cita poi l’esempio del purosangue a stelle e strisce Screaming Eagle e della sua ascesa nel corso degli anni ‘90 e dei primi 2000 conseguenti ai 100/100 assegnati da Robert Parker all’annata 1997 nonostante il nome tutt’altro che evocativo, quantomeno per noi europei. Seduzione, tecnica e grido contro storia e terroir. Nulla di nuovo da queste parti ma vale una lettura – cito testualmente – “(…) le valutazioni e le descrizioni di ciò che legittimamente diviene un top wine (…) funzionano non solo dentro un processo di legittimazione nel quale un vino è commentato en primeur o a posteriori nell’ambito del commercio e della distribuzione, ma si prestano a diventare, nel tempo, una sorta di a priori cognitivo, gustativo e operativo di chi punta a fare un grande vino”.

I passaggi citati sono solo una minima parte di ciò che Navarini ha messo nero su bianco essendo tantissimi gli argomenti trattati. Non considero I mondi del Vino una lettura da burbe anche se, per qualcuno della vecchia guardia, alcuni passaggi son già stati letti e visti ma il tono accademico prevalente (ben dosato) e l’assenza di prese di posizione curvaiole rende lo scritto un alleato alla riflessione. Prima o poi questa maledetta clausura finirà e tra le innumerevoli – e ben più importanti – cose da ripensare troveremo forse il modo di metterci in discussione dinnanzi ad un bel bicchiere e a tutto quello che ha da raccontarci del suo mondo.

1 Commento

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marcow

circa 2 mesi fa - Link

Queste sono le "riflessioni" sul vino (e sul libro che le ha stimolate) che mi piacciono. Perché escono fuori dal coro. Da quello che leggiamo più spesso sul vino. Dopo le ultime ottime recensioni dei libri di Nicola Perullo e sull'ubriachezza. _ Anche se viviamo in un mondo che "mercifica" e "consuma"... "tutto"... credo ancora nella (C)ultura e, quindi, nel "buon" libro.

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