I fratelli De Bartoli: Song for my father, o di che cosa significa straordinario

I fratelli De Bartoli: Song for my father, o di che cosa significa straordinario

di Samantha Vitaletti e Emanuele Giannone

Non sappiamo dire perché ci torni in mente un brano (meraviglioso) di Horace Silver.

A pensarci meglio, invece, lo sappiamo.

Song for my father è l’accompagnamento ideale per questa giornata. Nella sua interezza: da mandare in loop e a volume moderato, sottofondo e non muro di suono. L’accompagnamento ideale proposto da chi è andato via ma ha, per la musica di oggi, per chi la compone e suona, identica importanza.

Quelli che compongono e suonano la musica oggi sono a loro volta grandi interpreti.

Song for my father è l’accompagnamento ideale per questa giornata emozionante, intensa e ricca. In grado di far riscoprire che una soglia d’attenzione altissima dipende da tanti fattori. Primo fra tutti: cosa dice chi si ascolta.

Arriviamo al Baglio Vecchio Samperi, sede dell’azienda che fu di Marco De Bartoli e già della sua famiglia da molto tempo prima, a metà di una calda, assolata mattina d’ottobre. Lungo la strada il GPS aveva decretato che saremmo arrivati là; a giudicare da ignari distopici divertiti quali siamo, le prospettive oltre il finestrino avrebbero potuto ugualmente condurci a Queen Creek, Mobile o Maricopa. La certezza che ci accompagnava era quella di avvicinarci a un mito, quale è oggi Marco con quello che ha creato.

Ci accoglie Renato, che insieme ai suoi fratelli, Giuseppina e Sebastiano, guida e ama l’azienda a tempo pieno. Giuseppina saluta, ci lascia e tornerà alla fine. È una femme de style impeccable.

Renato è un homme distingué.

Ci guida subito lui verso l’esterno per uno sguardo sulle vigne: le più vecchie risalgono alla fine degli anni Sessanta, la più giovane è stata piantata nel 2015. Parliamo un po’ di Marsala e del Marsala. Ci racconta subito del suo amore-odio, del suo rapporto conflittuale col Marsala. «I marsalisti hanno cominciato inconsapevolmente a fare l’imitazione dell’imitazione del Madeira» – dice. Fu così fin dai primi investimenti e commerci degli inglesi: laddove la pratica tradizionale era quella in perpetuum, che prevedeva la ricolmatura delle botti cui si era attinto per il consumo annuo col vino di nuova produzione, Woodhouse prese a fortificare con acquavite. La favola non del tutto convincente dell’inglese che quasi per caso scopre il Marsala andrebbe quindi corretta almeno in parte. Gli inglesi, tra l’altro, «… conoscevano benissimo Marsala, da tempo vi caricavano ed esportavano il sommacco». E vi facevano scalo per riempire le cambuse. Non capitarono affatto per caso: da tempo si erano messi in cerca di un succedaneo del Madeira che fosse però di qualità. E del Perpetuo locale, col rinforzino dell’acquavite, fecero il succedaneo che serviva loro. Ora buono, ora meno.

Renato si sofferma anche sull’atavico conflitto – meglio: sperequazione – riguardante la posizione dei viticoltori all’interno della filiera. La riassume diacronicamente così: arricchiti i produttori, arricchiti i commercianti, impoveriti i viticoltori. Da viticoltore, lui è consapevole di avere una storia importante alle spalle, un’eredità nobile e difficile dalla quale ha il coraggio di non prescindere e trarre ispirazione: la sua voglia e ricerca di innovazione – meglio: lungimiranza – convive con le innovazioni introdotte da suo padre. Così, la sua si fa storia progressiva, da portare avanti senza strappi o, viceversa, restando invischiato nelle sue maglie e seduto comodamente sui suoi retaggi. Le innegabili genialità e bravura stanno proprio nel non aver mai peccato di hybris, trovando la via per gettare le basi per il nuovo, seguendo la passione per lo studio e la ricerca senza mai lasciare alle spalle il coraggio di sperimentare dando corpo alle idee.

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È così, per esempio, che è nato Terzavia, l’inizio della nostra giornata tra le mura del Baglio. Un inizio che più pirotecnico non avrebbe potuto essere:

«Se mi avessero detto che avrei fatto un Metodo Classico qui, all’epoca avrei risposto a fischi e pìriti»

E invece tra il 2007 e il 2009 ragiona, studia, concepisce il progetto che porterà alla nascita di quel metodo classico da grillo. Nel 2008 il primo vino base, nel 2009 il primo tiraggio. La fermentazione viene fatta partire con mosto cotto, così da non dover aggiungere saccarosio rischiando di raggiungere una gradazione alcolica inadatta. Viene prodotto in due versioni: quella contrassegnata VS in etichetta prevede un’aggiunta di Vecchio Samperi al tiraggio.

Ma non è questa l’unica innovazione figlia della voglia di percorrere il nuovo. C’è anche Integer. Perché Renato, enologo per formazione ma per niente a proprio agio tra le quattro metaforiche, rassicuranti mura, quelle del suo solido retroterra di scienza applicata, a un certo punto inizia a interrogarsi sul vino naturale. Allora il dibattito era ancora agli albori, confuso e pluridirezionale nelle interpretazioni e spiegazioni personali (per non parlare di commenti e dibattiti che non smettono ancora di infuriare). Così, Renato trova la sua dimensione riconoscendosi nell’idea di un vino integrale. Questa sua prova influenzerà tutta la produzione aziendale a partire dal 2006. Le basi: fermentazioni spontanee, igiene, selezione, diraspatura, anfora. E, soprattutto, tempo. In più nessun controllo termico, filtraggio, chiarifica. Il Grillo è ovviamente quello delle vigne di Marsala, lo Zibibbo è di Pantelleria.

Chiacchierando attraversiamo la cantina. Lasciati alle spalle il Terzavia e gli Integer, incontriamo le pipe, le vere botti tradizionali in cui il Marsala veniva trasportato. Gli inglesi usavano aggiungere due galloni di alcol per pipa (416 lt). È Marco De Bartoli a reinserire l’utilizzo di questi contenitori, le pipe e il loro doppio, il pipone.

Raggiungiamo di lì a poco un posto che non potrebbe essere altrimenti definito che mistico: la cantina di invecchiamento del Marsala. Mentre siamo lì, parliamo del Vecchio Samperi, che nasce come alternativa al Marsala nonché recupero dell’opera ex ante. A metà degli anni Ottanta, in verità, sollecitato dai suoi estimatori, Marco De Bartoli decide di cominciare a produrre anche del Marsala: sceglie la tipologia Superiore Semisecco, perché secco era già VS e dolce il Bukkuram dalle vigne di Pantelleria. Inoltre, sceglie di fare l’Oro, fortificando quindi con mistella e non mosto cotto. Grazie a questo colpo di testa e di genio, oggi in cantina ci sono anche Marsala con 30 anni di invecchiamento. E non solo.

Già emozionati per l’aver stazionato in questo luogo carico di storia, prima di risalire in superficie ci fermiamo davanti a una piccola cantina chiusa da una grata di ferro. Lì dentro vive un patrimonio storico di inestimabile valore che, una volta di più, testimonia della lungimiranza di Marco De Bartoli e dei figli: lì si trovano vini provenienti da vari bagli di Marsala in dismissione o non più attivi, acquistati da chi li voleva cedere (non tutti sono disposti a privarsene) e imbottigliati per futura memoria, futura ricerca e desiderio di non far perdere importanti tracce.

Saliamo al piano superiore.

Qui ci troviamo al cospetto della meraviglia. Siamo in quella che un tempo era considerata la cantina: un ampio stanzone con aperture e circolazione libera dell’aria. Qui c’è il Vecchio Samperi e qui è sempre stato. Le botti sistemate a piramide sono l’espressione del Perpetuo, che non è Soleras. Il Perpetuo consiste nel prelevare dalla botte in basso un 5% di vino e quel quantitativo andrà ad arricchire il VS prossimo all’imbottigliamento. A scalare si ricolma ogni botte del 5% di vino prelevato dalla botte superiore fino ad arrivare alla prima delle botti che viene riempita di vino nuovo. Il vino nuovo però non è proprio “nuovissimo”: proviene da quello che riposa nei tini.

Assaggiamo dalle botti un VS appena nato e uno che farà tre anni ancora prima di diventare “il vino nuovo” da ricolmatura.

Seguiranno un Vigna La Miccia 2017 da inox, che andrà in botte una volta illimpidito, è uno prelevato da botte che andrà a breve per un 50% in bottiglia e per l’altra metà di sotto, nelle cantine del Marsala.

In sala degustazione si svolge una vera festa. È quella delle tante anime del grillo.

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N.b.: le degustazioni sono a nome di Samantha Vitaletti (SV) ed Emanuele Giannone (E.G)

Terzavia 2018, tiraggio 19, sboccatura 2021.
Fine, elegante, delicato ma pieno di gusto: mela, lime, sale. Appaga e persiste, senza alcuna invadenza (SV). Sapido, fresco e di bolla setosa, infusa e nettante. Molto fine. Mela, pera, basilico. Lunga persistenza fruttata, arricchita da cenni di menta dolce (EG).

«Questo territorio è destinato ad essere succedaneo dì qualcos’altro. Marco ha creato la rinascita della coscienza del viticoltore ma purtroppo era solo. Per trasporto, Renato va oltre il padre». Così dicono i nostri amici dell’Enoteca Garibaldi, a loro volta grandi amici di Marco.

Grappoli del Grillo 2019.
Nel vino c’è sempre una componente magica. Non ricordo chi l’abbia detto, ma con quel bicchiere in mano sarebbe stato credibile sulla bocca di chiunque di noi. È un Puligny! Ed è l’esaltazione del grillo. Sensazione di acciuga, salamoia, olio di tonno, tintura di iodio (SV). La realtà contemporanea ha accentuato la precarietà esistenziale per cui c’è più ricorso all’occulto (questa è Paola Giovetti). Io non capisco perché da contemporaneo dovrei rifugiarmi nell’occulto e nel pensiero magico, quando ho a disposizione un così patente e potente conforto: vino per un’ebbrezza vigile e condivisa, un anti-Gainsbourg che procura solo benessere, soddisfazione ed eudaimonìa. Da freddo è una sveglia o una lama verde e marina; con un paio di gradi in più distende l’ampio spettro aromatico (fico, mela, aloe, agrumi, foglia d’olivo) e l’ingente sapidità. In successione fendente, avvolgente, infine lungo e rinfrescante nelle sensazioni finali (EG).

Grappoli del Grillo 2002.
Da Puligny a Meursault, se vogliamo giocare ancora con la similitudine borgognona, «… ma fra dieci anni il 2019 sarà nettamente superiore – dice Renato – perché questo è un vino convenzionale, figlio del periodo enologico». È comunque un vino in grado di stendere i rossi. È giallo ma anche verde col suo finocchietto e le sue erbe aromatiche (SV). Tanti anni fa un’enotecaria illuminata mi presentò questo vino come un inedito. Me ne appassionai. Quando il gusto personale prese altre strade, la passione cedette il posto a un dolce ricordo. Oggi la nostalgia prende forme dorate, candite, calde, cremose e profumate di canditi, zafferano e altre spezie dolci, legni aromatici (EG).

Grillo Integer 2019.
Farei solo questo vino e il Vecchio Samperi” dice Renato, e si capisce che lo ama.

Da una vigna del ‘68, sei filari, 4500 bottiglie, anfora, 20 giorni di macerazione, non filtrato, no solfiti aggiunti. Pompelmo, cantillon, vino magico, materico ma non grasso, ha un che di psichedelico nel rincorrersi di luci e di profumi (SV). Sorso pieno ma fresco, agile, energico e ricco di dettagli aromatici. Naso di iodio, muschio, lime, fiori amari e pan di zenzero ma molto meglio lo descrive il mio suggeritore d’eccezione: naso come l’interludio per percussioni da Il Naso di Shostakovich (EG):

Continuiamo quest’incredibile viaggio esplorando «… quello che succedeva prima della catena del freddo», un’altra innovazione di Renato:

Vecchio Samperi imbottigliamento 2021.
Viene da molto lontano, la media di invecchiamento è ventennale. Qui dentro c’è tutto: è un caleidoscopio. È la definizione della stereofonia. Qualunque elenco di sentori sarebbe un tecnicismo inutile e, per quanto “tecnico” risulterebbe molto incompleto. Qualunque tentativo di descriverne il movimento o l’espressione risulterebbe ozioso, come può essere il tentativo patetico di afferrare una farfalla in volo anziché starsene col naso all’aria a godere del volo (SV).

Paragoni e parallelismi sono un’impresa azzardosa ma qui vale la pena azzardare: questo VS, precedendo il Quarantennale, ne anticipa la magnitudine che qui è già cospicua e lì sarà dilagante. Il profumo descrive una stratificazione e una profondità ardue da sondare; il gusto compendia pienezza e leggerezza, sapidità e morbidezza; la tensione è sostenuta e fonde i passaggi, dall’esordio alle caudalies, in uno sviluppo continuo e armonico. Un vino di ricchezza eccezionale, perché “… concilia unità formale e variazione in un’azione musicale profondamente articolata (1)” (EG).

Vecchio Samperi Quarantennale.
Viene da botti dedicate, con ringiovanimento non annuale ma una tantum, al fine di mantenere vivo il più al lungo possibile la matrice del ‘78. Al cospetto della storia, un assaggio consapevole, serio, rispettoso, importante. Non è un caso se con questo bicchiere ci si ritrovi a parlare di Fenici, il collante di noi gente mediterranea (SV). (EG): Dice Richard Mayson: «I tend to keep my notes concise and to the point, without lapsing into the purple prose to which wine writers are prone. But there are wines that occasionally leave me speechless.» Basterebbe questo ma ho preso gusto al vizio comodo e furbo dei suggeritori. A qual pro menarsela con muschi, creosoti, neri di seppia, frutta da guscio, canditi e caramello salato? Così, sullo slancio del vino precedente, io resto senza parole ma dalla buca del suggeritore ecco le prime impressioni:

Dio o dèa degli occhi di gatto,

assaporante deità che nella buia

bocca schiaccia maturi acini d’occhi

succo d’uva di sguardi addolciti,

luce eterna nella cripta del palato.

Ed ecco quelle generali:

Freude, schöner Götterfunken

Tochter aus Elysium,

Wir betreten feuertrunken,

Himmlische, dein Heiligtum!

Deine Zauber binden wieder

Was die Mode streng geteilt…

È l’Inno alla Gioia. Non sbuffate per il tedesco perché quest’inno lo conoscete malgrado tutto: Beethoven lo usò per il quarto movimento della sua Nona e dal 1972 la melodia del quarto movimento è l’Inno d’Europa. Non sbuffate, anche perché non vi sarebbero note di degustazione migliori di quei versi: “Gioia, bella scintilla divina, figlia dell’Elisio; noi entriamo ebbri d’estro radioso, o celeste, nel tuo tempio.” Ma soprattutto: “IL TUO INCANTO RIUNISCE CIÒ CHE LA MODA CATEGORICAMENTE SEPARÒ”. Questo vino riunisce quello che le mode separano in categorie. È un incanto.

La seconda festa a sorpresa è quella finale. Renato ci precede di qualche minuto nella discesa al piano inferiore. Di lì a poco lo ritroviamo in parannanza, intento alla preparazione di un pranzo veloce. C’è Giuseppina, ci sono gli amici dell’Enoteca Garibaldi. Sul concetto di pranzo veloce interpellate Henri Bergson, visto ci siamo alzati qualche ora dopo.

NOTE

  1. Dal programma di sala per il Secondo Concerto per pianoforte di J. Brahms eseguito il 16/10/2021 all’Auditorium Renzo Piano di Roma dall’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Direttore: Kirill Petrenko. Testo di Daniele Spini.

  2. Nell’ordine: R.M. Rilke, Idolo, dai Sonetti a Orfeo, trad. G. Cacciapaglia e Anna L. Giavotto Künkler; F. Schiller, prima strofa dell’ode An die Freude, trad. rude e impavida degli autori dell’articolo. Se avete sbuffato per l’inno, vergognatevi: siete europei, eppure non reggete il confronto coi giapponesi, capaci di cantarlo in diecimila allo stadio, mentre noi allo stadio tutt’al più, che so, Grazie Roma, Vola Lazzio, Milan Milan…

15 Commenti

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Alvaro pavan

circa 3 settimane fa - Link

Mi incuriosisce Integer , dal momemto che non amo i macerati, e il cui protocollo di vinificazione mi lascia interdetto. Vinificare in rosso senza follature e rimontaggi significa avere un cappello di vinacce carico di acetica, per quanto sana l'uva possa essere. Nelle note di degustazione vedo il termine cantillon, immagino si riferisca alla birra, che a volte deborda in sentori "volatili", e quindi presumo l'acetica come componente aromatica di un certo rilievo. Lo assaggero' quanto prima.

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Dott.Conti alias rudy

circa 3 settimane fa - Link

Toglietegli il fiasco, il paragone puligny e mersault è un offesa per tutti, queste perle di saggezza vanno censurate

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Emanuele

circa 3 settimane fa - Link

Offesa per tutti. A parte te, che confondi le particelle pronominali, chi si è offeso? Qui non giungono ancora notizie di sollevazioni. Facce sape'.

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Dott.Conti alias rudy

circa 3 settimane fa - Link

Va bene maschietto alfa,non sono italiano

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Emanuele

circa 3 settimane fa - Link

Bravo. Se è vero, ha una destrezza con la lingua che almeno la metà dei miei connazionali non si sogna.

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Samantha

circa 3 settimane fa - Link

No, non sia cattivo, me lo lasci, il fiasco.

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Dott.Conti alias rudy

circa 3 settimane fa - Link

“Il terroir è uno spazio geografico delimitato dove una comunità umana ha costruito, nel corso della storia, un sapere intellettuale collettivo di produzione, fondato su un sistema d`interazioni tra un ambiente fisico e biologico ed un insieme di fattori umani, dentro al quale gli itinerari socio-tecnici messi in gioco rivelano un’originalità, conferiscono una tipicità e generano una reputazione, per un prodotto originario di questo terroir.” Se vado in Sicilia voglio bere un de bartoli non il puligny, sprovveduti

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Alberto R.

circa 3 settimane fa - Link

Riguardo all'"Oro" (presumo il Marsala Superiore Oro "Vigna La Miccia"), cito: "fortificando quindi con mistella e non mosto cotto. "...immagino si debba leggere "conciando" al posto di "fortificando"....dal momento che il mosto cotto non aggiunge certamente alcun grado alcolico post-fermentazione. Corretto dire pure "fortificando quindi con mistella e non con alcol vinico".

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Alberto R.

circa 3 settimane fa - Link

Un'altra "piccolezza"...cito nuovamente: "Le botti sistemate a piramide sono l’espressione del Perpetuo, che non è Soleras.". Da come è descritto il procedimento nelle righe successive, però, trattasi esattamente di un processo di miscelazione frazionata a criaderas y soleras (anche se si parla di un solo 5% di prelievo contro il 20% praticato in ciascuna "saca" andalusa).

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Emanuele

circa 3 settimane fa - Link

Grazie di nuovo. Altro appunto interessante. Visto che invoca la "piccolezza", me ne approprio quale spiegazione filologica: l'esiguità della produzione del perpetuo tradizionale, che per lo più si limitava - e si limita tuttora, vedasi ad es. quello di Marilena Barbera a Menfi - alla botte familiare "sacada" e poi ricolmata a ogni vendemmia, poca o nulla importanza lasciava alla disposizione dei contenitori. Ciò non toglie che lei abbia ragione nel merito (e nel metodo), e che, anzi, potrebbe rivendicare l'originalità di un eventuale appellativo di "solera de facto". Secondo questo metodo Marilena Barbera produrrebbe un monosolera, Nino Barraco un paucisolera e i De Bartoli adotterebbero un criaderas y soleras diminuito. Oppure potrebbe tornare al Baglio Samperi e interpellare uno dei tre DB, per sentire che cosa ne pensano loro.

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Dott.Conti alias rudy

circa 3 settimane fa - Link

Altro che intravino questo articolo fa acqua da tutte le parti

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Emanuele

circa 3 settimane fa - Link

Grazie Alberto, precisazione terminologicamente ineccepibile e molto opportuna.

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Nicola Micheletti

circa 2 settimane fa - Link

Ho bevuto diverse volte i vini di De Bartoli, di cui 2 volte in cantina a Bukkuram. Dirò una cosa magari impopolare ma trovo che i Marsala/Vecchio Samperi e i due Passiti siamo effettivamente eccezionali, il resto della produzione discreto ma non entusiasmante. Ho bevuto l’Integer Grillo giusto l’estate scorsa e sì, è interessante lo ammetto, ma di Grillo macerato ho bevuto di meglio personalmente. Per non parlare di Zibibbo secco/macerato che ho trovato a mio parere più buoni in diverse cantine a Pantelleria.

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Emanuele

circa 2 settimane fa - Link

Va benissimo, Nicola, però così ci lascia in sospeso: faccia per favore i nomi degli altri Grillo e Zibibbo macerati di suo maggior gradimento. Grazie.

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Nicola Micheletti

circa 1 settimana fa - Link

Volentieri. Di Zibibbo macerato faccio subito il nome di Abazia San Giorgio, a Pantelleria. La cantina fa anche un Catarratto macerato interessante, ma a mio parere il suo vino più rappresentativo (e più riuscito ) è il primo . Per quanto riguarda Zibibbo secco mi piace moltissimo il Gadì di Salvatore Murana (sempre Pantelleria). Per il Grillo macerato trovo eccezionale l’ Egesta di Aldo Viola.

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