Gli elisir di lunga vita di Casal Pilozzo

Gli elisir di lunga vita di Casal Pilozzo

di Simone Di Vito

Eravamo io, Tyrone Power, Orson Welles e la signora Urpia, nientepopodimeno che la sorella dell’imperatore Traiano. Seduti allo stesso tavolo presso Casal Pilozzo e… «E poi? Che è successo?».

Nella puntata precedente…

Incuriosito dal mistero che si cela dietro alla longevità di alcune produzioni, il nostro Andrea Gori quasi un anno fa aveva approfondito la questione Casal Pilozzo; parlandone poi in privato mi ha messo la pulce nell’orecchio, così, approfittando di vicinanza e “libertà” concesse da questi giorni in zona gialla ho aperto il fascicolo, decidendo poi di fare un salto in azienda.

Più che linea giovane e editto, ad attirarmi ovviamente era la linea invecchiamento, destinata a sole produzioni di qualità, dove trova risalto la malvasia del Lazio, vitigno tipico per eccellenza della zona ma troppo spesso banalizzato da mode e omologazioni, il vecchio clone locale di grechetto, che Antonio Pulcini ha ribattezzato come Grechello, senza dimenticare i rossi, spesso assemblati più che in assolo; pinot nero, cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot, che come in tante altre parti anche ai castelli romani potresti trovare in ogni dove, ma che a Casal Pilozzo si esprimono spontaneamente, traducendo poi in bottiglia tutte le particolarità di questo terroir.

Altro fattore di curiosità è sicuramente la grotta di epoca romana scavata nel tufo e usata come zona di affinamento, dove oltre all’antico altare con tabernacolo paleocristiano nei cunicoli trovano dimora circa 240 mila bottiglie. Chi mastica un po’ di castelli romani sa che non è l’unica qui in zona ma è l’ennesimo aspetto che fa di Casal Pilozzo una vera chicca, nonché un’azienda diversa dalle tante che trovi qui.

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Siamo a Monte Porzio Catone, in piena doc Frascati, dove le diverse fasi eruttive hanno prodotto suoli particolarmente eterogenei, spesso etichettati in modo semplicistico come vulcanici, in realtà la cosa è ben più complessa e articolata: oltre a tufo e altri depositi piroclastici qui troviamo sabbia, limo, argilla e valori ben più alti del normale di nutrienti come sodio e potassio. L’azienda è una delle più antiche della zona, sorge su una collina a 400 m s.l.m e vanta 13 ettari, olivi e qualche albero da frutto ma la maggior parte destinati a vigne allevate a quello che può sembrare un comune guyot, se non fosse per l’altezza nettamente superiore al normale(più di un metro e venti), senza contare poi che questa è una zona quasi interamente coperta da pergole e (ahimè!) ancora qualche tendone.
In vigna, come in cantina, artigianalità e rispetto della materia prima sono i cardini di Antonio Pulcini, che dopo anni di esperirenza sul campo sa cosa fare e sopratutto cosa vuole. Trattamenti ridotti all’osso, pochissima solforosa e nessun dogma enologico o regola fissa, il vino è pronto quando convince e piace a lui.
La visita
Ispezioniamo la tenuta sulle orme dei privilegiati cinghiali locali, una breve passeggiata tra i vigneti per rompere il ghiaccio prima di entrare e visitare la lunga grotta.

Persi nei meandri, tra vecchie bottiglie coricate e cartellini che ne certificano l’età, Antonio ci lascia decidere e prendere da soli alcune bottiglie da assaggiare, un po’ come chiedere a un bambino entrato in un enorme negozio di giocattoli di scegliere cosa vuole.

 

Gli assaggi:
Malvasia 1994: raramente mi soffermo e descrivo il colore di un vino, personalmente della visiva mi interessa più che altro l’aspetto legato all’acidità, ma qui siamo di fronte a un vino di ben ventisette anni, che sembra però averne venti di meno; un consistente giallo paglierino intenso e tendente al dorato, naso inizialmente di fiori e spezie su sfondo erbaceo, camomilla, zafferano, fieno e leggera selce bagnata, chiudendo poi su scorza di limone e coriandolo. Assaggio in linea con le altre due fasi e sorprendentemente in forma smagliante; olio su tela, grasso e abbastanza concentrato, moderatamente caldo(12°), con sapidità e freschezza a completare un profondo dipinto che mozza il fiato; Orson e Tyrone lo sorseggiano strizzandomi l’occhio in segno di approvazione.

Colle Gaio 1998: dall’omonimo cru aziendale(un tempo prodotto e etichettato come Frascati doc); sempre malvasia in purezza, ma con un prolungato contatto con le fecce fini –fai il batonnage? –quello è da francesi… Colore molto simile al precedente, sentori al naso per certi versi invece più riconducibili alle malvasie attuali qui in zona, ma è come dire che un pomodoro fresco e appena colto ci ricorda un tubetto di ketchup, quindi non esageriamo. Naso elegante di miele mille fiori, agrumi, erbe aromatiche, salinità da vino isolano e uno spettro di profumi ancor più complesso ma inizialmente timido rispetto al Malvasia. Per i pochi anni di differenza il confronto tra i due è inevitabile anche all’assaggio; sempre equilibrato, caldo e intenso ma meno opulento, sali minerali e freschezza invitante che mi porta in continuazione a ricontrollare l’annata in etichetta. Anche questo un vino raffinato e in perfetta forma, quasi ventitré anni e non sentirli.

Dedo 1993, dedicato al nipote Edoardo, di cui Antonio parla in modo fiero e rinfrancato, con la consapevolezza di chi sa che in futuro potrà lasciare l’azienda nelle mani giuste; un cabernet franc e merlot con ventotto primavere, che immagino in una degustazione alla cieca in cui nessuno gli darebbe più di dieci anni; appena aperto visciola e tartufo al naso, poi pepe, chiodi di garofano e mercurio cromo su sfondo gessoso; caldo ma nulla di esageratamente alcolico, struttura media, fresco e dal rimando gessoso, con tannino leggero ma che sta lì a ricordarti che nel caso ti fossi perso è fine e bevibile ma non è vino bianco, finale che sviluppa in ampiezza più che in lunghezza. Un vino maturo ma neanche troppo, dove gli anni sulle spalle hanno sicuramente giovato alla fusione dei due vitigni ma senza minimamente scalfirne l’integrità, Duncan Macleod, Highlander! 

Gli assaggi sembrano terminati e dopo qualche bicchiere la chiacchierata si tinge sempre più di ilarità e meno di vino, il tempo scorre ed io rischio di eccedere in schiettezza e vino veritas; domando ad Antonio il perché dello strano blend tra pinot nero e cabernet sauvignon nel suo San Cristiano, lui mi confida che non sono il primo a fargli questa domanda ma che sono le sue idee, particolari e spesso viste controcorrente. Con un pizzico di confidenza acquisita mi sbilancio e chiedo lumi sul pinot nero in purezza Regina Vitae, e lui mi accontenta subito stappandone una 2003; rosso rubino che tende al granato, come gli altri anche questo si conserva in modo ineccepibile, naso di frutta matura e spezie; marasca e pepe, poi cuoio e un’intensa nota iodata; caldo(troppo), corpo medio, buona acidità, tannino ben presente e finale abbastanza lungo; aldilà del vitigno, con certe gradazioni (14°) per non risultare sbilanciato avrebbe bisogno di struttura adeguata, cosa che immagino conferisca il cabernet sauvignon nel San Cristiano, e la risposta alla domanda me l’ha forse data il vino. Un prodotto per gli amanti della categoria heavy, che come in tanti altri casi andrebbe valutato come rosso locale e senza paragoni con altre celebri espressioni del vitigno in se.

 

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Sono a casa, e mentre finisco il Malvasia 94 aperto che Antonio mi ha lasciato portar via mi vien da pensare: può un vino essere praticamente immortale? La risposta è sì, per conferma andate a Monte Porzio Catone e chiedete di Casal Pilozzo.

E poi? Che è successo? 

Privare la magia del suo mistero sarebbe assurdo come togliere il suono alla musica. (Orson Welles)

 

foto di Matteo Cedrone

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Simone Di Vito

Sommelier Ais, ex bassista e batterista incallito, operaio di giorno, di notte invece si trasforma in un anomalo assaggiatore; appassionato di terroir, tipicità e di tutto ciò che è autentico nel mondo del vino. Coltiva il sogno di parcellizzare tutto quel che lo circonda, quartieri di Roma compresi...

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