Fase due: mangiare, bere, stare distanti

Fase due: mangiare, bere, stare distanti

di Federica Benazizi

Ieri, in una sessione di bingewatching su Netflix, ho visto Il Buco (El hoyo), un film spagnolo del 2019. Il film inizia col protagonista che si risveglia in una prigione a livelli verticali, con al centro un pozzo quadrato, tipo il vano di un montacarichi, che sembra spronfondare all’infinito. Un po’ come il famoso abisso che se ci guardi a lungo ti guarda dentro con la differenza che dal Buco esce, o meglio scende cibo. Una volta al giorno dall’alto viene calata una piattaforma (il titolo inglese è “The Platform”) imbandita di ogni ben di Dio: ci sono torte a strati, capponi ripieni, grappoli d’uva e persino escargot à la bourguignonne. Un banchetto luculliano, se non fosse per il fatto che i prigionieri sono obbligati a servirsene per una manciata di minuti e in fila indiana (verticale) ossia dal primo all’ultimo piano. La triste conseguenza è che chi si trova ai piani alti sopravvive facilmente ma dal settantesimo piano in poi non arriva più niente:  solo piatti ben puliti.

Non ho potuto evitare di pensare ai parallelismi con la nostra situazione attuale di quarantena.

Ce ne sono tantissimi ma uno sembra si imponga di prepotenza, almeno per chi nella suddetta prigione questo mese è capitato nella fascia di mezzo: che cosa ci è rimasto ora,  se non la possibilità di scegliere di cosa nutrirci?  

Certo, direte voi, possiamo sempre permetterci, chi più chi meno,  di consumare cibi diversi e, come prima, sempre in rapporto alla nostra capacità di spesa: chi poteva permettersi Champagne e ostriche (alternandole ogni tanto con pane e mortadella) troverà ancora qualcuno che gliele porti a domicilio, chi usciva un paio di volte a settimana per una cena spendendo in media 50 euro può ancora ordinare le stesse cose e consumarle a casa (forse risparmiando qualcosina) ma è davvero la stessa cosa? Lo sarebbe se il valore di un pranzo o una cena fosse uguale al suo mero valore economico. Ma non è così. E anche se in fondo lo sapevamo già ora il problema viene a galla in tutta la sua assurdità, specialmente se lo si mette a confronto con i saccheggi dei supermercati.

Ma una cosa resta vera per tutti: solo un paio di settimane fa un pasto era più di un pasto. Era un momento di socialità, era un incontro, era un luogo. Ora il luogo è sempre lo stesso, i convitati sono i nostri familiari in un sempiterno pranzo della domenica o per chi vive da solo un pasto nudo in cui sondare la capacità di ascolto delle orecchiette.

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Una bottiglia di vino era più del suo mero valore economico. Era, anche lì, la possibilità di incontrare amici o di fare due chiacchiere al bancone, era un’occasione di connessione umana, resa fluida dagli effetti dell’alcol, era puntare la propria manciata di fiches su «una soffiata nella notte, in un ambiente che non dimentica. Anche se tutti ne avrebbero voglia.»

Col delivery non si colma la socialità del cibo e del vino, semplicemente si rende accessibile un’esperienza di consumo. E più il tempo passa più rischiamo di abituarci alla cosa. Più del virus poterono le politiche sul social distancing, che qualcuno si ostina a ridurre al solo physical distancing, quando in realtà una distanza fisica, pur se connessi, equivale a una distanza sociale. E iniziative come quella del “Calice sospeso” sono un buon inizio ma non sono una risposta a lungo termine. La sfida nelle settimane (forse mesi) a venire per chi lavora nel mondo della ristorazione sarà creare momenti di socialità legati al cibo e al vino nonostante la distanza fisica.

I ristoranti e le enoteche, proprio perché sono tra i luoghi dove le distanze sono più ridotte,  saranno probabilmente gli ultimi a riaprire e nel frattempo dovranno trovare modi nuovi per interagire con la loro utenza. Un’idea come quella dello Smartdrinking, nata in ambito informale, potrebbe essere sviluppata così da creare per le enoteche un bancone virtuale oppure le stesse enoteche potrebbero fidelizzare i propri clienti organizzando eventi ad hoc in forma di videoconferenza, penso alle “Conversazioni” dell’Associazione Porthos racconta. Insomma, con un po’ di sforzo, riusciremo a ricucire almeno in parte le connessioni sociali perdute, che sono imprescindibili ad un sano rapporto col cibo e col vino (in cui colmare il buco nello stomaco non basta!) oltreché alla sopravvivenza del settore ristorativo. Il messaggio ora, prendendo in prestito una frase  di Sangiorgi, è che “il vino non deve rimanere solo”  e neanche nessuno di noi.

2 Commenti

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Giacomo

circa 2 mesi fa - Link

Io di sospesi conosco solo conti di alcuni miei clienti, e molti fra questi produttori vinicoli rampanti, che mi fecero cagare sangue per darmi il mio. E questo in tempi non certo di crisi, non per loro. La nuova socialità dovrà far conto con i pochi piccioli che resteranno nelle tasche delle persone, diventeranno tutti un po' meno glamour, loro malgrado. Sintetizzo: meno futebol bailado e meno ricarichi, bisognerà farsene una ragione,.

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marcow

circa 2 mesi fa - Link

Il testo sviluppa un serie di considerazioni interessanti sul tema della socialità. Che si possono interpretare in modo diverso, anche nel senso che possono andare oltre le intenzioni di chi ha scritto l'articolo, che a me è piaciuto molto: per la forma stilistica e per i "contenuti" (la "sostanza" di un testo che, per me, è molto importante). 1 La prima considerazione che mi è venuta subito in mente, leggendo il testo, è la concezione del prof. Nicola Perullo sulla degustazione che esalta proprio gli aspetti "relazionali", sociali, comunicativi alla quale ho più volte accennato (in rapporto a quella "dominante", che è quella "analitica") (si possono, comunque, anche integrare) 2 "... creare momenti di socialità......nonostante la distanza fisica"(tratto dal testo) Apparentemente sembra una missione difficile da compiersi. L'autrice, invece, accenna a certe esperienze. Tralascio, ora, quelle virtuali. Se si decidesse di far ripartire la vita normale... ma con delle limitazioni... si potrebbe, in un locale pubblico(viene accennato nel testo) ricreare dei momenti di vera socialità? Non so rispondere perché mai è stato sperimentato prima. Ma non sarebbe sempre meglio che stare in casa? PS Sperando che si riprenda, CON DELLE PRECAUZIONI-LIMITAZIONI, la vita normale: anche rispettando la DISTANZA FISICA(se ne parla nel testo) La DISTANZA FISICA può non essere un grande problema se... chi COMUNICA 1 ha voglia di relazionarsi(empatia ecc...) 2 ha qualcosa da dire 3 e lo sa dire (Penso che Federica Benazizi, e Altre che qui scrivono e lavorano con il pubblico, sono predisposte a svolgerlo ottimamente) La VOCE... assumerà un ruolo importante... nell'epoca... della SOCIALITÀ... A DISTANZA. (Anche se bisognerà alzarne il volume ).

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