Editoria del vino in Italia, ne parliamo con Lorenzo Cibrario di Mosto

Editoria del vino in Italia, ne parliamo con Lorenzo Cibrario di Mosto

di Massimiliano Ferrari

Inizia oggi, e andrà avanti per un certo numero di puntate, una serie di interviste dedicate all’editoria sul vino. Saranno chiacchierate fra un curioso di vini e libri (io) e persone che, in modi differenti e talvolta divergenti, esprimono punti di vista nel fare cultura del vino, attraverso libri, riviste o dispense.

Alcune domande ricorreranno, altre cambieranno a seconda dell’interlocutore. Lo schema non è fisso e come in un brano di free jazz ogni intervistato ha avuto libertà di esprimersi.L’intenzione è stata quella di scattare una fotografia del mondo editoriale che si sviluppa fra vini, bottiglie, libri e comunicazione.

Inizia la serie Lorenzo Cibrario di Mosto.

Mi racconti un po’ la tua storia? Chi sei, cosa fai?
Dunque, mi chiamo Lorenzo Cibrario, ho 38 anni e vengo dal verde Monferrato. Ho vissuto 9 anni nell’azzurra Genova e 10 nella grigia Londra. Proprio mentre ti scrivo mi sto trasferendo a Toronto, in Canada (ti dirò poi se è davvero cosi bianca come dicono). Ho studiato filosofia a Genova e poi dopo qualche anno di precariato in Italia mi sono trasferito a Londra dove mi occupo di Mosto! Combat Wine Zine e dove ora lavoro come scrittore freelance per riviste, la radio e il cinema.

Come nasce Mosto?
La genesi di MOSTO è duplice. Da una parte volevo mettere assieme tutto quello che amo – la campagna, il vino e l’editoria – e dell’altra volevo una rivista che fosse precisa, divertente, e assolutamente senza spocchia – vera piaga dell’editoria mondiale.

Dalla campagna volevo prendere la ciclicità delle stagioni (MOSTO è trimestrale). Dal vino, be’, volevo prendere il linguaggio con cui descrivere il mondo. Infine, dall’editoria volevo la struttura, la forma, il design. L’unione di questi tre fattori doveva però avere un tono molto vivace,  per niente trombone, e che fosse anche graficamente interessante.

Qual’è la tua opinione sull’editoria dedicata al vino in Italia? Cosa ti piace e cosa no.
C’è molta scelta, parecchie voci interessanti e molti volti nuovi dallo spirito arguto. Amo il fatto che l’editoria ora incorpori anche il formato video (parlo di dirette instagram, video su youtube, vlogs etc) – non c’è niente di meglio che vedere in faccia la persona che ti sta raccomandando un vino o una storia sul vino. Mi piace il fatto che si vada a scoprire vitigni autoctoni, che ci sia un’attenzione verso la biodiversità e mi piacciono le giornaliste e i giornalisti che indagano sulla storia delle cantine, dei personaggi. Quello su cui – a mio parere – si dovrebbe lavorare un po’ di più in Italia è la parte grafica – ci sono certi blog che sembrano usciti dal 2001 – o siti con grafiche orribili e illeggibili. Se c’è una cosa che credo di aver imparato dall’Inghilterra è l’importanza dell’aspetto grafico, dal lettering all’impaginazione.

Tu vivi a Londra. Come giudichi l’editoria del vino nel mondo anglosassone?
Credo che sia molto interessante la visione (inevitabilmente legata al passato) globale che il mondo anglosassone pone nei riguardi del vino. Parecchia attenzione verso tutti i paesi produttori di vino, mentre mi pare che in Italia ci si focalizzi di più sui nostri prodotti – comprensibilmente, essendo l’Italia un paese produttore a differenza dell’Inghilterra. Mi piace la diversità di proposte – ovviamente, essendo l’inglese parlato da molte più persone in molti più paesi – per cui si trova dalla rivista super blasonata alla zine colorata e cazzona, dal magazine hipster a quello iper tecnico.

Mosto è un prodotto editoriale che mischia un approccio DIY tipico del mondo delle fanzine con un attenzione ad un racconto del vino libero da regole, più friendly, meno impostato. Ti ci ritrovi?
L’idea era quella di svecchiare l’ambiente del vino, di togliere la giacca al sommelier e mettergli la camicia di flanella o le borchie 😀

Il complimento più piacevole che MOSTO abbia ricevuto arriva da un rinomato ristoratore londinese che l’ha definita una rivista seria, ma nient’affatto snob. Penso che il punto sia proprio questo. Molto giornalismo enologico viene prodotto da chi in un risotrante, o in un’enoteca o in una cantina ha mai messo piede – questo genera un distacco dalla materia di cui si parla che non sembre genera buon giornalismo. A volte bisognerebbe sporcarsi di più le mani a parer mio…

Anche l’aspetto grafico mi sembra centrale nei tuoi progetti. Sei d’accordo?
Sì, è importante anche vestire bene quello che si produce. è come una bella etichetta o una bella copertina – certo è il vino o il contenuto del libro a fare la differenza, ma perchè non renderli migliori con una grafica elegante e cool? Le grafiche sono tutte ad opera di Cecilia Arata, grafica ed illustratrice piemontese.

Oltre a Mosto fai uscire anche una newsletter legata sempre al mondo del vino, Fermento. Che differenze ci sono?
FERMENTO è una newsletter quindicinale che parla della cultura che ruota intorno al mondo del vino. 4 articoli che parlano di letteratura, cinema, arte. Ha un intento più scanzonato e meramente informativo.

Cosa deve avere secondo te una pubblicazione dedicata al vino e cosa assolutamente no?
I voti non dovrebbero esistere. Credo che rovinino tutto quello che di poetico il vino possa regalarci. Una pubblicazione deve essere accessibile a tutti quelli che la leggono – interessante per chi si approccia al mondo del vino da neofita, ma anche intelligente per chi di vini ne sa già abbastanza. Fruibilità e informazione sono due categorie necessarie per la riuscita di un buon prodotto.

Un’ultima domanda. Un libro (sul vino) e una bottiglia da avere sempre con se?
Domanda difficile. Per la bottiglia posso dirti che per la stagione in corso scelgo Pink Bulles di Maupertuis, e che da piemontese non posso che aggiungerci una bottiglia di La Bogliona di Scarpa. Per il libro ti dico Italian Native grapes di Ian d’Agata.

 

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Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

2 Commenti

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Stefano

circa 3 mesi fa - Link

Finalmente!..... grande iniziativa.

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Renato

circa 3 mesi fa - Link

Chiarissimo l’approccio DIY.

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