Editoria del vino in Italia, ne parliamo con Francesco Orini di Pietre Colorate

Editoria del vino in Italia, ne parliamo con Francesco Orini di Pietre Colorate

di Massimiliano Ferrari

Continua la serie di interviste dedicate all’editoria sul vino. Sono chiacchierate fra un curioso di vini e libri (io) e persone che, in modi differenti e talvolta divergenti, esprimono punti di vista nel fare cultura del vino, attraverso libri, riviste o dispense.

Alcune domande ricorreranno, altre cambieranno a seconda dell’interlocutore. Lo schema non è fisso e come in un brano di free jazz ogni intervistato ha avuto libertà di esprimersi. L’intenzione è stata quella di scattare una fotografia del mondo editoriale che si sviluppa fra vini, bottiglie, libri e comunicazione.

È il turno di Francesco Orini di Pietre Colorate

Mi racconti cos’è Pietre Colorate? L’idea, il progetto, come nasce e come cresce…
Pietre Colorate nasce nel 2009. Allora come oggi viaggiavo, fotografavo e frequentavo la nuova generazione di vignaioli che gravitavano intorno al concetto di “naturale”, che esprimeva una tensione, una ricerca, prima di diventare moda e definire qualcosa di dogmatico – in ogni caso è un’etichetta che non amo, la considero fuorviante e ambigua, soprattutto perché non distingue la qualità dei vini e la consapevolezza dei viticoltori.

Da un po’ di tempo stavo pensando di mettere su carta il mio lavoro fotografico e gli incontri umani che mi si erano dischiusi. Proprio da uno di questi incontri, quello con il giornalista Marco Pozzali, a cui si è poi unito il sommelier Federico Graziani, si è concretizzato il progetto di una rivista che parlasse di vino come piaceva a noi e come non trovavamo in giro, con l’eccezione in parte di Porthos.

Volevamo invitare a vivere il vino in modo diverso, senza autorità costituite o timori reverenziali, senza bisogno di guide che non fossero i propri sensi, formandosi un gusto personale, libero da preconcetti e basato su un’autonomia di giudizio (si veda il piccolo “manifesto” in copertina sui primi sedici numeri, palesemente provocatorio come dev’essere un manifesto).

Volevamo far conoscere i giovani vignaioli più interessanti d’Italia e di Francia, i vini che amavamo e che erano poco noti, o che venivano snobbati dai critici e considerati anomali, ma anche raccontare etichette storiche, con uno sguardo però diverso; più dei descrittori e dei punteggi ci interessavano i viaggi e i racconti, il percorso che aveva portato quelle persone a una scelta di vita e a un’idea di vino, e ci piaceva renderli protagonisti dando loro voce e penna, invitandoli a scrivere di sé e del proprio territorio, che conoscevano meglio di chiunque altro.

Il sottotitolo della rivista era “TERRA, RADICI, MANI” e dichiarava il nostro intento: parlare delle bottiglie a partire dai luoghi, dalle vigne e dalle persone, usando un linguaggio a metà fra il giornalismo narrativo e il reportage, dando pari dignità a parole e immagini, creando un oggetto che fosse anche bello, piacevole da toccare e sfogliare, con un valore estetico in sé laddove la maggior parte dei periodici di settore erano (e sono, almeno in Italia) pubblicati con scarsa cura tipografica e su carta scadente.

Ipotizziamo che io prenda in mano oggi per la prima volta Pietre Colorate. Cosa mi devo aspettare come lettore?
Premesso che sarebbe meglio non ti aspettassi nulla, come in ogni degustazione che si rispetti ;), troveresti una rivista stampata su una bella carta per il piacere dei tuoi polpastrelli, in anomalo formato tabloid per dare spazio e dignità alle immagini, che parla di vino con un taglio culturale, uno stile narrativo e un’etica professionale, senza articoli sponsorizzati né pubblicità, e che ti porta in viaggio attraverso vigneti e paesaggi, raccontandoti le vite e il pensiero dentro il vino che stai bevendo. E dopo averla letta potresti estrarre l’immagine centrale e incorniciarla come una stampa.

La rivista ha vissuto due momenti. Il primo, come si legge sul sito, scandito dalle stagioni. Il secondo invece dedicato alle monografie. Che differenze ci sono tra queste due premesse e in che forme si sono espresse?
Il passaggio è avvenuto nel 2013, quando Pozzali e Graziani si sono defilati dal progetto per dedicarsi ad altro e a loro è subentrata nella co-direzione editoriale Barbara Corazza, già collaboratrice e redattrice del giornale.
 Dopo quattro anni e sedici numeri ci sembrava necessario rinnovarci per non ripeterci.

Dopotutto l’obiettivo di mettere al centro del discorso sul vino i produttori e la loro (auto)narrazione si era compiuto, non certo grazie a noi ma a dinamiche mediatiche e di marketing globali, che ovviamente ne hanno snaturato il senso creando nuovi mostri e conformismi, ad ogni modo sentivamo il bisogno di scostarcene e di approfondire questioni specifiche, dando una maggior coesione tematica e stilistica alla rivista.

Di qui la scelta di numeri monografici, pensati come pubblicazioni che potessero durare nel tempo anche oltre la loro uscita. Lo spessore è cambiato in tutti sensi, per numero di pagine e per livello di scavo, la periodicità è passata da trimestrale a quadrimestrale e la redazione si è allargata a ulteriori figure del mondo del vino, unendo giornalisti, osti, produttori, agenti e distributori. Si potrebbe pensare a un conflitto d’interessi, eppure queste voci servivano non per sponsorizzare determinati vini, ma per far emergere esperienze concrete e problematiche sentite da chi le viveva in prima persona, arricchendo la nostra visione vinosa di sguardi diversi.

L’ultimo numero uscito è il 22, dedicato agli “abiti” del vino. Qual è il futuro di Pietre Colorate? Come proseguirà la sua storia?
Sicuramente si reincarnerà in nuove forme, come ha sempre fatto.
Se il giornale si è ritirato senza rumore dalle scene non è per questioni economiche, il progetto si è sempre sostenuto grazie alla continuità di lettori che
hanno apprezzato il nostro lavoro. Dopo l’uscita del numero 22 abbiamo sentito una stanchezza di motivazioni nel continuare a parlare di vino. In questi ultimi anni c’è stata una sovraesposizione mediatica di parole e di protagonismi sul palcoscenico dei social, una prevaricazione incontrollata della superficialità a discapito dell’approfondimento. Il silenzio ci è sembrato una buona pratica per fare pulizia e riflettere sul nostro ruolo.

Che idea ti sei fatto dell’editoria dedicata al mondo del vino in Italia?
Il vino in Italia non è materia di approfondimento culturale.
 Da un lato, chi vuol bere un buon bicchiere di vino giustamente lo fa per stare bene, non per chiedersi quanta fatica occorra per realizzarlo, o quali caratteristiche gli derivino dal suo specifico terroir; vuole passare un momento di svago, non di studio. Naturalmente, come in ogni settore, c’è anche una percentuale più o meno nutrita di ferventi appassionati che vogliono andare a fondo e farsi una cultura.

Dall’altro lato del mercato, se escludiamo poche realtà editoriali indipendenti, il resto sono magazine pubblicitari che sembrano degli estratti di brochure aziendali, che comunicano al lettore quanto sia cool roteare i calici affacciati su una vigna indossando una camicia bianca, o dal versante opposto quanto sia alternativo bere il vino dell’ultimo vignaiolo che dalla città ha lasciato il lavoro ed è “tornato alla terra” facendo vino naturale.

Un tempo avevamo Monelli, Soldati, Veronelli, scrittori-umanisti di larga cultura che nella vita si dedicavano anche al vino (e al cibo), oggi chi parla di vino nella maggior parte dei casi vive chiuso in quel mondo, non si interessa d’altro e astrae l’enogastronomia dal contesto socio-culturale in cui viviamo.

La vostra sostenibilità economica passa solo attraverso gli abbonamenti, non avendo alcun tipo di pubblicità sulla rivista. Mi racconti meglio questa scelta? Come influisce sul prodotto finale?
Non avere pubblicità ci consente una conservazione estetica totale, a cui teniamo molto. Per quanto riguarda gli articoli a pagamento, rappresentano una pratica ai limiti della legalità e una fonte di finanziamento alla quale molti giornali attingono, di fatto ingannando il lettore, anche se in calce pongono il disclaimer.

Certo, se inserissimo la pubblicità il giornale potrebbe costare meno e raggiungere più persone, ma se un potenziale lettore non vuole assumersi la responsabilità di spendere 10€ per il rispetto del lavoro di qualità, significa che non avrebbe nemmeno il tempo e la voglia di leggere quello che c’è scritto.

Un’ultima domanda. Un libro (sul vino) e una bottiglia da avere sempre con se?
Personalmente abbiamo sempre diversi libri e bottiglie aperti contemporaneamente, per accompagnare l’umore e il momento della giornata.
A tema vinoso Barbara sta rileggendo in questi giorni O.P. di Monelli e ogni tanto me ne recita dei brani sapidissimi e ancora incredibilmente validi. È un ottimo livre de chevet, che insegna a saper vivere (e scrivere) prima che a saper bere.
Quanto alla bottiglia, perdonatemi l’esterofilia ma farei anche colazione con un Bérêche a caso.

 

Foto: mauro fermariello/winestories

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Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

3 Commenti

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Vinologista

circa 2 settimane fa - Link

Complimenti Francesco per il vostro lavoro ma quel "un Bérêche a caso" è fantastico!!

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marcow

circa 2 settimane fa - Link

Francesco Orini e Samuel Olgiati li apprezzo entrambi per quello che hanno detto nelle interviste a Massimiliano Ferrari. Sono molti i punti toccati nell'intervista di Orini. Anche le stoccate. Entrambi amano l'indipendenza, che poggia su solide basi morali. È difficile comprarli.

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Massimiliano

circa 2 settimane fa - Link

il cognome è Cogliati.

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